Ciro Bertini intervista Flavia Piccinni sul suo esordio letterario: ADESSO TIENIMI

ADESSO TIENIMI
di Flavia Piccinni
Fazi Editore
192 pp., 14 euro

piccinnnismall

Intervista di Ciro Bertini

Nonostante scriva sulla mia stessa rivista – Bazar – non ho mai incontrato Flavia Piccinni. Neanche in occasione di questa intervista. Ho però avuto modo nel corso del tempo di ascoltare la sua voce attraverso un amichevole scambio di mail e di vedere la sua espressione facciale così come risultante dalla foto segnaletica su questo stesso sito. Ebbene, ciò che balza agli occhi dal combinato disposto di questi due elementi è un’enorme determinazione (una volta si sarebbe detto di lei: “E’ una ragazza che sa quel che vuole”). Flavia ha poco più di 20 anni e ha scritto un romanzo bello, tenero e duro come gli adolescenti di ogni tempo. Nel quale il mondo adulto non fa una gran figura: non solo i parenti e il professore di cui è stata innamorata la protagonista, ma anche, sullo sfondo, i fautori dello scempio della città in cui vive, Taranto. E i giovani sembrano non avere un futuro.

- Per lunghi tratti, il fulcro del tuo romanzo mi è sembrato la storia del rapporto di amore/odio con la città di Taranto: un habitat che toglie letteralmente il respiro, che tarpa le ali, che genera istinti di fuga, ma anche terra avita, caldo ventre materno, luogo di rituali che scandiscono l’esistenza. Insomma i pro e i contro dell’essere un cittadino di provincia (e per giunta di una provincia del sud): ma la televisione e la globalizzazione della rete non dovevano renderci tutti uguali?
- La televisione ci rende tutti più diversi. La scelta del telefilm preferito, quella del talk show del cuore, della velina prediletta e del comico da imitare durante le cene della domenica con i parenti sono il primo e il più moderno mezzo di diversità del nostro tempo. Le guerre future, quelle dei blog e dei forum, saranno fatte non per il campionato di calcio né per quello del fantacalcio, ma per spingere questo protagonista di reality o quel cantante, quello della boy band del momento in grado di pubblicizzare una linea daily, dalle merendine per la colazione al tranquillante per la notte. Insomma, la televisione e la globalizzazione vanno verso una diversificazione del commercio e del pubblico. Ognuno sceglierà i suoi miti e il suo conseguente percorso, evidenziato con tracce luminose talmente evidenti da risvegliare persino i cechi. E allora, con la differenziazione mediatica si inizierà a parlare solo di discriminazione del gusto. E di niente altro.

- “Adesso tienimi” però, nonostante non abbia nessuna pretesa generazionale, può essere letto anche come un reportage sull’adolescente di oggi, di cui i genitori non sanno veramente nulla, a parte registrarne preoccupati una diffusa apatia. Distanze annullate, zero timori reverenziali, dialogo impossibile: eppure Martina si innamora – di un amore malato - del suo professore…
- Martina si innamora di quello che le viene imposto e si aggrappa al suo obbligo di ragazza amante con la sua forza che è quella dell’adolescenza, che non la fa’ sentire invulnerabile ma fragile, quasi friabile, e per questo non conosce ostacoli perché viene dal dolore, della violenza prima, dell’abbandono poi.

- Nonostante sia spezzettato in tanti paragrafi brevi, dove gli eventi si susseguono ripetitivi alternati a commenti disperanti sulla realtà, e sia scritto adoperando una lingua piuttosto piana, ho trovato il bisogno di interrompere spesso la lettura, come se non sopportassi il progressivo accumularsi di un peso esistenziale sempre più senza via di uscita. Ti disturba questa reazione, voglio dire preferisci immaginare un lettore ideale che ti dice “l’ho letto tutto d’un fiato”?
- Credo che sia la lettura la cosa importante. E le modalità con cui si sviluppa (leggere piano, veloce, tutto d’un fiato, sospendere la lettura, riprenderla, lasciarla ancora), acquistano una dimensione successiva e legata a doppia mandata al lettore, più o meno sensibile e visibile alla storia. In molti mi hanno detto di aver sentito “la necessità” di interrompersi. Ma per non è un insuccesso, una sconfitta, ma forse il contrario. Cercare di respirare fra una parola e l’altra a me serve quando la storia, le parole, le sensazioni altrui, quelle raccontate nel libro, diventano le mie e si plasmano sui miei ricordi, sui miei pensieri. E allora devo fermarmi, chiudere il libro e sentire che il libro mi ha trasmesso qualcosa. E non è stata solo un’esperienza di lettura, ma di vita.

- Vorrei sapere qualcosa sul finale (senza naturalmente anticiparlo in alcun modo): a me, recensore di professione, ha colto di sorpresa. E l’ho trovato coerente e coraggioso, soprattutto per un autore esordiente. L’editore, lettori privilegiati, amici: nessuno ti ha suggerito di modificarlo in qualcosa di più conciliante? Ed è sempre stato così nella tua testa fin dalla prima stesura?
- Il finale è nel dna della protagonista. Martina porta i segni della sua sofferenza, l’espiazione della sua colpa di donna abusata e tradita è in ogni suo gesto e la sua fuga, fisica, da quello che la circonda, non è però fuga da sé. Martina non riesce a scapparsi, non può fuggire se stessa e il suo finale è l’unico suo modo di vivere e arriva come la purificazione del suo desiderio.
- Quindi posso dirti che il finale è sempre stato così, nella prima versione era più feroce, ma cambiarlo non credo sia stato uno scendere a patti, ma dare a Martina una forza che ha sempre avuto nel testo. Ci sono stati dei suggerimenti, questo sì, ma mi sono sempre opposta. Non avrei creduto nel libro altrimenti.

- A questo punto, Flavia, non possiamo sfuggire alla domanda che solletica qualunque lettore e che peraltro è molto in voga porsi nei giudizi di merito sull’opera da parte dei critici: quella sull’”autobiografismo”. Senza che ti faccia una domanda diretta, vuoi diffonderti sull’argomento?
- Di autobiografico c’è poco. È tutto compresso fra rabbia nei confronti di una città che non riesce ad alzarsi da un tremendo crack finanziario e da una situazione ambientale disastrosa e l’indolenza del mondo scolastico, con riti che ormai non hanno più significato. Sono soprattutto qui, anche se è facile pensare che ci sia di più, vista la scelta della prima persona e la vicinanza d’età fra me e Martina, ma non è così.

- Un’ultima domanda su una questione che – solo parzialmente – esula dal tuo romanzo. Tu hai curato in precedenza una raccolta di racconti sul tema della morte: una roba sorprendente per una donna di ventanni oggi. Oltre al fatto ovvio che rappresenta “il problema” per tutti noi, c’è una qualche particolare fascinazione nei suoi confronti da parte tua?
- “Nulla è per sempre” è stata una scommessa. Mettere insieme più o meno giovani autori, con qualche “famoso” su un tema poco scontato, spesso nascosto, da molti visto come tabù è stata un’impresa. C’era un particolare interesse, la volontà di indagare secondo sguardi diversi, moderni, quello che da sempre tormenta l’uomo.


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