Il Contributo di Dolara

Oceano Atlantico, 28 agosto 2001

Caro Matteo,

il sole batte forte sul mio berretto. Attorno a me tutto è semplice e azzurro, un campo visivo aperto e sgombro come un enorme ring sul quale ci confrontiamo noi, io e il sole, ogni giorno da alba a tramonto. Il mio cappellino e costume da bagno della Quicksilver mi ricordano le strade di Roma, ti ricordi la nostra gita?, e i negozi modaioli dove li abbiamo comprati assieme. E invece ora ci sono solo io, la mia carne, i miei pensieri, sole e acqua.

Guardo il Grande Mare Blu e scrivo. La prima volta su questa barca. Mi trovo le mani ruvide e callose come quelle di un contadino. Ogni giorno mi scopro addosso un livido diverso, nelle posizioni più strane, muscoli doloranti che non sapevo neppure di avere. A volte le cime sferzano le braccia come fruste e il colore della pelle bruciata diventa ancora più scuro. Il segno della maglietta sulle braccia assomiglia a una mezza luna che arrotonda i bicipiti mentre le gambe sono pallide come quando sono partito perché non vedono quasi mai il sole. Il trofeo di cui vado più fiero è il segno del primo capitombolo mentre ero intento al fiocco, una bella ferita dal ginocchio all’ inguine, resa più evidente dal sale marino che brucia e purifica.

Sulla barca non c’ è tempo di lamentarsi delle escoriazioni. Siamo noi e noi soli in mezzo al mare e dobbiamo occuparci di navigare, del vento e della rotta. Mi sembra quasi che il mio baricentro si sia spostato da me alla barca, e di spartirlo con un gruppo di estranei, i miei compagni di viaggio. Io, come mi conosci timido e schivo, adesso non posso fermarmi a guardare gli altri da dietro ai miei occhi protetto dallo strato spesso della mia pelle. Io, la barca e l’equipaggio adesso siamo un corpo solo ed i miei occhi sono a prua sulla vela e sotto lo scafo.

Mi sono preso un febbrone da cavallo e sono del tutto guarito solo ora. Le forze mi sono davvero mancate. Non so perché mi sono ammalato, sole, virus o solo stanchezza. O forse è stata la paura di essere sempre a contatto fisico e promiscuo con gli altri.

A letto mi mancavano cime, vele, legno, i colpi delle onde. Novella si è preoccupata, troppo, come sempre, e mi ha riempito di cure e premure. E' diventata la matrona della barca e cucina per tutti, mentre io, ti sembrer strano, non ho quasi mai toccato i fornelli. E' lei a occuparsi della salute di tutti e fa andare tutti d’accordo. A me fa tenerezza, è proprio brava e sembra un’ ape regina su e giù per le scalette. Il gruppo è molto eterogeneo e ha bisogno di un po’ di calore per stare insieme in armonia.

E' strano ma quando avevo la febbre le sue cure mi davano quasi fastidio. Avrei avuto bisogno di te che mi prendi in giro e mi scrolli con quelle manone che ho sempre fuggito, magari anche facendomi sentire ridicolo così malaticcio in mezzo all’ oceano. Mi ci sarebbe voluta una persona corpulenta a togliermi di dosso la voglia di solitudine.

Emma mi guardava sospettosa sdraiato nel mio sudore, quasi a dirmi ma ti prendi davvero sul serio? Mi ha fatto capire che stava a me e me solo farmi sentire meglio, che questa volta mia sorella non mi poteva aiutare.

Buffo che questo viaggio mi faccia parlare di me, della mia febbre, dei mia muscoli e di mia sorella mentre invece io mi sono imbarcato proprio per mettere un oceano di distanza da tutto quello che sono. Ero partito per cercare cose grandi e lontane e vado invece scoprendo la più semplice, che sono fatto di acqua e materia viva, di corpo, un corpo che non ho mai sentito. Speravo e credevo che in America, lontano dall’ Europa, lontano dalle facce conosciute e di sempre, si sarebbe potuta aprire la mia gabbia per spiccare il volo come prima di me i protestanti inglesi, gli ebrei, gli armeni perseguitati, i russi dissidenti, gli irlandesi e gli italiani affamati, tutti imbarcati sull’ Atlantico come sputati dal vecchio continente che non voleva digerirli.

Qui a scriverti mi sento gi più forte e forse quello che cercavo si trovava semplicemente in me, nel Grande Mare Blu: io e il mio corpo abbronzato e graffiato, indurito dal vento. Un desiderio di acqua e di sale, ecco cosa cerco in America. Navigo e spero di vedere presto il profilo della terra, il corpo del mondo.

Arturo.

Guido Dolara, politologo.


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