Il Contributo di Buiatti

Firenze, 28 agosto 2001


Carissima Vale,

allora è vero. Non solo hai avuto il coraggio di metterti� in mare,� ma anche di metterti in gioco, e questo è veramente un segno di ardimento.

D’altra parte� la tua mi è sempre sembrata una formula così estrema che non poteva che essere nata dalla tua stessa ironia, una facciata barocca� costruita di riccioli leggeri e mostri di pietra. Portarsi dietro tutte quelle� valige (almeno tre saranno state piene di vecchi giornali, no?) per occupare abbastanza spazio da avere una cabina solo per te;� mostrarsi con� quegli assurdi� guanti di ferro� (pesantissimi, peraltro) da immagine� virtuale� di videogioco, come anche usare i tacchi alti in barca! Ti sei davvero portata tutto come ti ripromettevi prima di partire? Per tutta la vita hai costruito� la tua figura di modella, a tal punto da farla divenire un simbolo� di tutte le modelle, un paradigma, se non una� caricatura.

Come a te, anche a me piace il barocco, anche perché sottintende� sempre uno svelamento, una scoperta di ciò che sta sotto ai� molteplici strati di� cose, una sorridente, astratta� sorpresa che viene sempre negata e promessa per dopo.� Ma nel suo perenne negarsi il barocco è anche triste, come uno scherzo senza soluzione� che quindi si colora di cupezza. Un po’ di barocco va bene, ma poi basta: a quanto pare noi due condividiamo molte cose, oltre alla passione per Dostojewsky.

Non sapevo che avresti� scelto proprio� questo viaggio e questi compagni per togliere� ad uno ad uno� i riccioli ed i piccoli� mostri, e per svelare la nuda pietra serena di cui è fatta la tua faccia. Spero di non fare troppa retorica annotando che non c’è pietra più liscia, e neanche più fragile,� di quella che viene svelata, perché essendo stata nascosta non è stata mai toccata da niente e da nessuno. Il coraggio di esserti scoperta è tutto tuo; il merito di averlo reso possibile è dei tuoi compagni di viaggio, che evidentemente sono persone vive, anche loro con� una faccia da mostrare.

Sono davvero curiosa su quanto accadr� da ora in poi: ti� butterai� a capofitto senza diaframma in una vita tua che ancora non sai? Oppure� costruirai di nuovo� te stessa da artista, come alcuni costruiscono un romanzo o un film, magari impersonando un altro personaggio con un’altra vita?

Ti sembro un osservatore un po’ freddo se ti parlo ponendo domande invece di darti consigli? Si tratta, credo, dell’effetto che il� mio mestiere di medico ha avuto su di me: sento molto il significato del� principio di Ippocrate “Primo: non fare danno”, con� � tutte le sue� � conseguenze. Per me le conseguenze sono� prima di tutto essere� capaci di osservare con rispetto, ascoltare con pazienza, vivere insieme con affetto, accompagnare. Solo raramente si tratta di agire, perché interferire con la vita degli altri attraverso� l’azione facendo bene è spesso impossibile, e anche non facendo male è piuttosto difficile.� Spero che in questo modo si possano rendere più liberi gli altri, e soprattutto quelli a cui si vuole� bene, di fare le proprie scelte. Perciò non lo prendere come freddezza: sai che qualunque� scelta, o qualunque non-scelta farai, per me sarai sempre te che� riconosco, col tuo viso serio� di pietra serena, col tuo valore unico e irripetibile di persona.

E’ davvero straordinario, ma forse necessario, che questo passaggio della tua vita sia avvenuto mentre eri in mare, in viaggio per l’America. E’ buffo chiamarla così, l’America: forse dovremmo dire gli Stati Uniti, o gli USA, o, come oggi va di moda, gli US. A me però piace chiamarla ancora America, come a tutti noi europei che siamo rimasti di qua, mentre altri di noi sono andati, ed è come se questo continuo andare avesse costruito un ponte sottile fatto di persone, bambini, donne giovani e vecchie, anche ragazzi,� anziani e uomini adulti, che siamo noi o avremmo potuto esserlo, o potremo ancora esserlo, come te Valentina che magari ci stai passando sotto a quel ponte� proprio adesso con la tua barca.

Non sono mai arrivata a New York via mare. Credo che vicino alla riva si senta ancora un mormorio che è il respiro tutti insieme dei milioni che hanno respirato forte quando hanno visto la citt� , così forte e così a lungo, per anni e per decenni, che quel fiato non si può essere perso del tutto. Mi raccomando, fai attenzione� e silenzio quando arrivi, e dillo anche agli altri, e poi scrivimi se quel respiro� si sente ancora.

Ma queste sono storie di emigranti. Ti voglio invece parlare di New York come la conosco io, adesso. New York per me è una scossa elettrica, un morso, un salto, un passo di danza. Entrare a New York è come sentirsi� una pulce che entra nella pelliccia di un orso e lo pizzica, e quello sobbalza e si mette a saltare, e forse ride un po’ per il solletico.� � � New York ti meraviglia, ti abbaglia, ti fa paura, ti fa mancare il fiato. Quando sei a New York devi tenere il fiato sempre, puoi respirare di nuovo solo quando te ne separi.

Qui non stiamo parlando dell’America, o degli USA, o degli US: stiamo parlando di New York!

Una volta sono arrivata a New York da Boston in autobus, la sera. Il sole stava tramontando, e riempiva d’oro rosso tutte le finestre dei grattacieli. La citt� emanava luce e rumore ad� ondate, sembrava un animale� vivo e magnifico. Io me la ricordo così, spero che ci sia ancora, per te, Vale.

 

Eva Buiatti, scienziata.


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