Filastrocca cosmica
Vivere in eterno ruotando intorno sempre lungo la stessa orbita... o vivere poco, intensamente, bruciando...
In un sistema solare tanto e tanto lontano, in un tempo qualunque, in un qualunque universo, girava un pianeta attorno al suo sole, spettroscopicamente nano.
Girava da tanto, di secolo in secolo, di millennio in eone, sempre sull’orbita a lui assegnata. Come palla di terra pietrificata.
Lontano le stelle parevano vive, brillavano di luce tremante, come occhi animali, perle furtive. E sempre, ogni volta, riapparivano nuove, pulite, come se un servo gigante le avesse lustrate.
Il pianeta era triste attraverso lo spazio. In quella crociera sentiva se stesso come una rosa di ghiaccio che si chiude alla sera. Guardava le stelle ruotargli sui poli e si chiedeva se mai avrebbe incontrato uno di quei soli.
“Anch’io sono solo!” Pensava ramingo in quello scenario, pur ridendo di gusto dello scherzo crudele del vocabolario. Nel suo cuore di lava, dal nocciolo al mantello, cresceva un pensiero. Nelle sue vene madri, nei suoi capillari di plasma rimbalzava incerta una voce fantasma. Terremoti e temporali erano i sospiri planetari di preghiere ancestrali, strazianti, come solo un pianeta triste può mandare avanti. Imploravano quel Dio che un tizio giurava di aver intravisto una sera oltre lo spazio, quello stesso cosmo freddo e inospitale che aveva reso la sua esistenza cupa e banale.
Il nostro pianeta soffriva, ma questo lo fece sperare più forte, oltre quell’orbita, contro la sorte.
Il vecchio Signore, creatore del tempo, fu raggiunto dalla voce lamentosa proprio mentre generava una nuova nebulosa.
“Chi osa chiamarmi proprio mentre lavoro?” Tuonò la voce di Dio, profonda e bella, mentre di mano gli scivolava una piccola stella. Gli piaceva mostrarsi sorpreso, lo trovava divertente: infatti egli sapeva, essendo onnisciente. Sapeva e aspettava che il canto struggente venisse a cercarlo nel suo eterno presente. Chiuse con cura quel po’ di materia, neutrini, quark e qualche elettrone in una divina pentola a pressione, lasciò le faccende e chiese al questuante:
“Che vuoi, microscopica frazione, per richiedere la mia divina attenzione?”
Attese paziente la risposta esauriente, non che ne avesse bisogno ma doveva rispettare il divino contratto per cui il libero arbitrio è per tutti un sacro diritto.
“Voglio viaggiare, vedere le stelle e non aspettare la fine pensando a quanto son belle.”
“Io ti posso esaudire ma sei ben convinto? Il Dio qui presente, che poi sono Io, non è uso cambiare il destino mutato col precedente.”
“ Orbitare in eterno non è che sia brutto ma non fa per me e questo è tutto!”
“ Dixit!”
E come d’incanto il triste pianeta lasciò la sua orbita e divenne cometa.
Ora è felice, incontra la stella, saluta i pianeti e la sua coda lo copre a mantella. Certo il grande calore lo fa sanguinare a getto d’arteria e a ogni rivoluzione perde tanta e tanta materia ma niente lo ferma finché morrà, magari più presto ma in felicità.

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