fERIta profONDA
iO sono una delle VITTIme. Ma rispetto a tutti quelli del mio autobus, ho uno svantaggio...
Scrivo queste parole con una sola mano. La sera, oltre la finestra della mia casa, è limpida. L’altra l’ho perduta. La mano, dico. Nascondo il moncherino mentre cerco di scrivere.
Mi fa orrore. Non posso più guardare il mio corpo senza provare disgusto.
Non mi pare possibile anche solo pensare che un giorno riuscirò ad abituarmi.
Adesso non mi pare possibile niente. Niente di peggio che fissare queste pareti.
Niente di peggio che sentire il rumore nelle orecchie.
Me lo ricordo perfettamente il rumore. Il rumore dell’esplosione. 
L’ho perduta in una esplosione, la mano. E anche una gamba, qui, poco sopra il ginocchio.

La vuoi sapere una cosa strana? Io mi ricordo tutto.
Potrei dividere ogni singolo istante di quell’inferno.
Il rumore secco dello schianto, quello cupo e poi scintillante dei finestrini dell’autobus che si curvano e si frantumano, il rumore di lamiera accartocciata che crocchia deformandosi.
Il rumore molle delle schegge che perforano la carne; il brontolio liquido di un corpo umano che schizza come un palloncino scoppiato.
Solo una frazione di secondo di silenzio assoluto e poi un secondo boato.
Voci. Vorrei tapparmi le orecchie per non sentire urla, gemiti e parole.
Vorrei ma non posso.
Quelle voci sono qui dentro, adesso.
E se anche non lo fossero mi mancherebbe sempre una mano per coprirmi tutte due le orecchie. La mano è la sinistra.
Ne parlo al presente perché io me la sento ancora.
Sento le dita, sento il dolore
. Se le sensazioni fossero colorate potrei anche vederla, la mia mano. Vedrei un guanto di caldo e freddo, una mappa di formicolio, una matrice traslucida di contrazioni.
Vedrei qualcosa, benedetto Iddio, invece di un atroce pezzo di carne non finito.
Stavo rientrando da una partita di basket. Io gioco....Giocavo da ala piccola. Ero appena salito sull’autobus che mi riportava a casa.
Saranno state le 5 del pomeriggio. La vettura era quasi piena.
Niente di anormale, tutto regolare: donne, ragazzi usciti da scuola, qualche impiegato. L’autista sudava dietro il vetro blindato, lo vedevo bene.
Ero in piedi, appoggiato alla sua cabina. L’ultima fermata era stata al centro Cosell.
Era salita gente. Una donna, due o tre ragazzi con borse sportive, mi pare.
Guardavo fuori e vedevo persone per strada. Guardavo dentro e vedevo le stesse persone.
Un minuto dopo, tempo di sentire l’accelerazione sibilante del mezzo, e ci fu il rumore lacerante, assassino.
Una colonna d’aria e di calore mi teneva schiacciato contro il metallo, qualcosa sopra di me anneriva la luce. Sentivo odore di sudore e di carne bruciata.
E rumore, tanto rumore.
Le sirene arrivarono sopra le urla. Ci fu movimento.
Qualcuno spostò il corpo che mi oscurava e che, probabilmente, mi ha risparmiato.
Ricordo giovani paramedici che si muovevano con cautela, qualcuno piangeva.
Sentii distintamente: “E’ vivo!”.
Ricordo la luce del sole che si avviava al tramonto mentre chiudevo gli occhi.
Quando mi svegliai ero immobile e mi sembrava di essere un alieno, un essere immobile formato da un grumo di coscienza e due occhi impazziti. Avevo paura.
Poi mi hanno detto quello che era successo e tutta la mia consapevolezza ha cominciato a trasformarsi in rabbia. Ero diventato un compatto lingotto di odio, che è cresciuto quando ho letto i resoconti.
“Bilancio delle vittime del cinquantaseiesimo attentato dall’inizio della seconda intifada: diciotto morti e un ferito.” Capii di essere l’unico sopravvissuto.
Non lo considero un privilegio.
Sono sdraiato in un letto, sotto un soffitto bianco di cui conosco ormai ogni imperfezione, ogni crepa, ogni singola macchia.
Domani mi faranno alzare, è pronta una bella protesi. Forse potrò camminare da solo.
Forse lo Stato mi troverà un lavoro. Forse riuscirò a costruirmi una nuova vita.
Quello che non riuscirò mai a fare è dimenticare la mia vita, la mia prima vita, ciò che ora non sono più. Non riesco ad accettare che c’è qualcuno, invece, che non potrà ricordare, perché ora non ha più ricordi.
Che stia sguazzando nel suo paradiso, nel nostro inferno, o che sia svanito nell’oblio senza sogni della morte, ora non ha più un corpo, una vita, un giorno da ricordare, una coscienza da tacitare. Ora è nel suo nulla. Ora è nulla.
Un nulla fisiologico, chimico, come se la morte fosse una droga suprema, una garanzia di estrema infinita impunibilità. Mi chiedo se questi esseri deviati, privati della morte, potrebbero mai sopportare il peso di ciò che hanno fatto.
La mia parola non è vendetta ma neppure perdono.
La mia parola è ricordo.
Io posso ricordare e, in questo caso, ricordare è sinonimo di vivere.
Vivere per il resto dei miei giorni una vita che non sarà la mia.
Cinquantaseiesimo attentato dall’inizio della seconda intifada.
Io sono una delle vittime ma rispetto a tutti quelli del mio autobus, ho uno svantaggio.
Sono ancora vivo.

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