TonkAWa
(the vanishing american)

Il villaggio si inabissa lentamente nella sera autunnale. Il tramonto sbuccia le case, privandole del guscio di luce che le aveva ricoperte fino dal mattino. A quell’ora le abitazioni sono calve e bianche, come carcasse di bisonti scuoiate e calcificate dal vento della pianura. Quelle case, quasi perfettamente uguali, disposte, come nel progetto originale, per ricordare la struttura degli accampamenti, non ricordano nulla, se non un qualunque insediamento umano secondario dell’area centrale degli Stati Uniti. Rari passanti, destinati verso tavole apparecchiate con bistecche, patate, birra e latte, si affrettano. Un pick up argento procede a passo d’uomo sulla strada principale. Attorno, il vento dell’Oklahoma scivola dalle pianure ondulate portando l’odore di una fabbrica di prodotti chimici.
Un giovane uomo cammina lungo la strada che dall’ufficio dell’autorità tribale porta verso il campo da baseball della scuola. È vestito con una camicia a quadri, jeans e un cappello a falde. Cammina elastico con il passo di chi non ha fretta di arrivare. Dalla linea di vista della strada linee scure cominciano a segnare l’orizzonte. Sono le gradinate di legno del campo da gioco. È un diamante disegnato nella polvere con tribune sufficienti ad accogliere i radi tifosi della lega giovanile. I semplici sedili fatti con assi di legno incidono di nero l’azzurro carico del cielo crepuscolare. Tante linee parallele assomigliano a una veneziana sproporzionata, appesa nel nulla. Un elemento verticale interrompe la regolarità. È un corpo scuro e, nella luce opaca della sera, è quasi nero.
L’uomo si avvicina e il corpo rivela di essere cinto da una coperta di lana. Dal manto spunta una testa canuta e una nuvola di fumo. 
“Waine, ragazzo mio, sei in città, vedo.” Risponde il corpo senza voltare le spalle. 
Il giovane uomo allarga la traiettoria senza perdere velocità, nemmeno fosse una palla curva sparata dal monte di lancio. Supera la tribuna e osserva il campo. Il corpo è al suo fianco. I due non si guardano.
La figura seduta si chiama Orso Che Corre e il fumo di una lunga pipa lo incappuccia.
Il giovane, potrebbe essere suo nipote, si siede accanto al vecchio. Lo incontra quando può, quando, invece di parlare, vuole soltanto ascoltare.
“Mi dicono che sei un avvocato importante”
Waine vorrebbe schernirsi ma non lo fa. Resta in silenzio e alza le spalle.
“Come ti trattano tutti quei bianchi in quel...tribunale? Quei bianchi che parlano così tanto.”
Waine vorrebbe dire che anche lui parla un bel po’ ma è venuto x ascoltare e annuisce con lenta condiscendenza.
“Ma non sono le parole dell’uomo che devi ascoltare. Tu devi sentire il canto della pianura, il suono del vento, il soffio d’ali che muove il volo del falco. Questa è la lezione dell’uomo rosso. Almeno questo è quello che diceva mio nonno, un grande uomo della medicina. Lui aveva vissuto al tempo delle cinque grandi nazioni. Suo padre aveva percorso il Lungo Cammino, lo sai. Le spoglie dei suoi compagni giacciono ancora lungo quella strada.”
Waine aveva in mente fin da bambino quella foto nitida di toni ocra che ritraeva con ossessionante perfezione i volti di un gruppo di Tonkawa vestiti di stracci, costretti a lasciare la loro terra e a spostarsi, con una terribile marcia, verso l’Oklahoma che riposavano nella neve accanto ad un binario ferroviario vuoto. Era passato. Era il passato ma Waine sentiva che non poteva considerarlo suo.
“Nella mia vita” Riprese Orso Che Corre ”
molte persone mi hanno sempre detto di sforzarmi di essere più simile ai bianchi. Essere come i bianchi, già... Oggi parlo la loro lingua, mangio i loro cibi, vedo la loro televisione. Eppure non sono bianco.”
Waine ascolta il canto della pianura, il suono del vento, il soffio d’ali che muove il volo del falco. Chiude gli occhi, ascolta lontano e dentro di sé.
Non sente nulla.
Nulla che parli la sua lingua. Ma quale lingua? La laurea della Oklahoma City University; la sua abilitazione ad esercitare nei tribunali dello stato; le sue cause per i diritti civili dei Nativi Americani; le rievocazioni delle pene patite dalla sua nazione; gli scioperi della fame; nulla all’inizio del secondo millennio parla la lingua del suo popolo. Tutto parla solo nella lingua dei bianchi.
Il vecchio indiano scivola lo sguardo sul terreno, come un corridore lanciato dalla terza base, tra la linea di foul e il cuscino della home run. La brezza delle pianure sibila un verso dimenticato. La voce di Orso Che Corre arriva a casa base.
“Ma non sono nemmeno più un Tonkawa.”
Il respiro di Waine si tronca a metà.
Un treno merci rotola pesantemente sul suo binario d’acciaio. A Waine ricorda il galoppo di una mandria di bisonti, che lui non ha mai sentito. 
Dalla bocca del vecchio sciamano si leva soltanto una nuvola di fumo. Si consuma nell’aria della notte. E, come lui, svanisce.


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