GEORGIA ON MY MIND
Una repubblica storicamente INSTABILE...
Vacanze e conflitti: il caso Georgia
L’8 agosto, nel pieno delle vacanze estive, è arrivata la notizia dell’invasione russa della Georgia, repubblica della zona meridionale del Caucaso, una regione  storicamente instabile per questioni etniche, politiche, economiche e religiose e con cui Mosca ha legami profondi e antichi.
In Georgia convivono diverse nazionalità e, fin dall’indipendenza (1991), esistono forti spinte secessioniste da parte dell’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, congelate dopo la fine della guerra della prima metà degli anni ’90, che ha portato alla presenza nelle due repubbliche  di una forza di pace e una missione di controllo ONU. Da allora, le regioni sono, di fatto, indipendenti.

Cronologia del conflitto
Il 7 agosto, al culmine di un’escalation, le forze georgiane attaccano Tskhinvali (capitale dell’Ossezia), nel tentativo di riaffermare la sovranità sulla regione, a cui segue la reazione russa, che libera l’Ossezia del Sud e invade il territorio georgiano.
Il presidente francese Sarkozy (presidente di turno dell’UE) media il conflitto e, il 12 agosto, russi e georgiani firmano un cessate-il-fuoco che stabilisce la fine delle violenze, il ritiro dei militari russi, il ritorno dei georgiani nelle loro basi e l’apertura di colloqui internazionali sulla situazione in Abkhazia e Ossezia del Sud.

Le motivazioni dell’intervento russo
Innanzitutto, il Cremlino vuole punire il presidente georgiano Saakashvili per l’ipotesi di adesione alla NATO (rifiutata da Francia e Germania). Inoltre, riguadagnare terreno nel Caucaso attraverso una vittoria militare, importante per rinsaldare il proprio prestigio internazionale. Ancora, la volontà di ottenere una rivincita nei confronti di Washington ed evitare che la Georgia diventi un pericoloso “esempio” per il Caucaso e i territori dell’Asia centrale.
Il Cremlino applica in Georgia gli stessi principi richiamati da Washington durante le principali crisi degli ultimi anni: la “guerra umanitaria” (Kosovo), utilizzato per correre in soccorso ai sud-osseti e agli abkhazi; la politica del “cambio di regime”, applicato nei confronti del presidente georgiano Saakashvili, per creare un governo di transizione o, meglio, filo-russo.

truppe georgiane
Truppe georgiane

La reazione della Comunità internazionale
Sarkozy non è stato un mediatore, ma ha semplicemente “certificato” la vittoria di Mosca. In ambito UE sono inoltre emerse diverse posizioni: da una parte i paesi della “vecchia” Europa (Italia, Francia e Germania), che pur condannando Mosca, hanno adottato un “approccio a metà strada”; dall’altra i paesi della “nuova” Europa (Polonia, Repubblica Ceca, i Paesi baltici) e la Svezia, favorevoli invece a misure forti.
Per quanto riguarda gli USA, invece, molti hanno considerato il conflitto di agosto come un disastro della sua politica estera del presidente Bush; certamente ha inciso la fine del mandato e la situazione negativa in Iraq e Afghanistan, tuttavia la risposta (nonostante le “ritorsioni” come per es. l’installazione dello scudo anti-missile in Polonia) è sembrata essere troppo debole, considerato che la Georgia è un importante alleato americano nella regione. Tra pochi mesi, la “patata bollente” della situazione in Caucaso passerà alla nuova Amministrazione, che dovrà decidere se considerare la Russia come un avversario da contenere o piuttosto un partner politico ed economico.

Conclusioni: le soluzioni esistono
L’intervento russo non significa un ritorno alla Guerra Fredda; infatti la contrapposizione non è più ideologica e, rispetto al passato, esistono forti legami culturali, economici e strategici tra la Russia e l’Occidente.  Siamo tuttavia di fronte ad una crisi degli equilibri politici e strategici a livello globale, in cui è necessario creare nuove regole, rispetto alle quali, la strada scelta da Mosca per risolvere la crisi, ovvero concedere l’indipendenza, non sembra essere la più efficace, poiché dare la piena sovranità a pseudo-stati non consolidati potrebbe significare creare potenziali fonti di ulteriori conflitti. Ecco perché una soluzione più efficace avrebbe potuto essere il pieno riconoscimento dell’autonomia delle minoranze all’interno degli stati esistenti, soprattutto accompagnata da “spinte cooperative” (l’adesione all’UE) che garantiscono benefici economici e, probabilmente, effetti meno “provocatori” verso la Russia della proposta di integrazione nella NATO. Talvolta però, nella politica internazionale, la volontà di mostrare i muscoli è più forte della ricerca della soluzione più adatta.

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