LA GUERRA DENTRO
Facciamo fuori i cattivi. Ma chi sono i caTTivi?
The War Within
È uscito l'ultimo libro di Bob Woodward, The War Within (La guerra all'interno) e tutti ne parlano. È' un libro sulla politica estera di Bush fra il 2006 e il 2008. Woodward è forse il giornalista americano più famoso nel mondo e quello che  conosce meglio il presidente Bush. Lo ha intervistato per ore e ore e ne ha sempre dato un'immagine impressionante: pessima, credibile e ben documentata. Questo giornalismo, e il suo rapporto con i potenti, è molto americano e merita qualche commento.
Woodward era, nel 1972, un giornalista “investigativo” di 29 anni quando il Washington Post, il giornale per cui lavorava, gli assegnò l'incarico di seguire il furto avvenuto nella sede del partito democratico in un palazzo che si chiamava Watergate. Tutti conoscono il seguito della storia. Woodward, con Carl Bernstein e con l'aiuto di una “gola profonda” smascherò la corruzione e l'uso scorretto di risorse pubbliche  dell'amministrazione Nixon e provocò le dimissioni del presidente nel 1974.

Il libro e il film che ne derivò (Tutti gli uomini del presidente, con Robert Redford e Dustin Hoffmann) fecero di Woodward una celebrità. Il suo staff e il suo giornale vinsero il premio Pulitzer e da allora Woodward – che continua a lavorare al Washington Post – ha scritto una ventina di libri, tutti sulle grandi figure dell politica americana e sul ruolo dei presidenti degli Stati uniti.
Su Bush, si tratta almeno del quarto libro. I primi tre sono stati tradotti in italiano da Sperling & Kupfer (La guerra di Bush nel2003, Piano d'attacco nel 2004, Le verità negate nel 2007) e hanno al loro centro le reazioni dell'amministrazione Bush all'11 settembre e la "guerra contro il terrorismo".

The war within

L'immagine che ne deriva conferma opinioni largamente diffuse: l'amministrazione Bush risulta impreparata, divisa al suo interno, alla ricerca disperata di una strategia che non sia semplicemente quella “della lotta contro il male”. L'indicazione piu' frequente che il presidente dà ai suoi consiglieri militari è quella di “far fuori i cattivi” (to kill the bad guys), ma in realtà nessuno sa chi siano “i cattivi”: Al Quaeda? Saddam? Gli sciiti? I sunniti? Come è ovvio, in politica a ogni domanda (e a ogni risposta) corrisponde un'azione diversa e l'incertezza dell'amministrazione americana si percepsce in ogni pagina del libro. Si vuole realizzare una democrazia in Iraq? Ma quale democrazia? Basata su un sistema politico pluripartitico come in Occidente? Basata sulle tribù sempre al limite della guerra civile? E come controllare il terrorismo? Con un numero di soldati piu' alto? Con la formazione della  nuova polizia e del nuovo esercito iracheni?

A tutte queste domande, un presidente incerto e non brillante cerca senza successo di rispondere. Con l'aiuto dei suoi consiglieri, naturalmente (gli unici che sembra che sappiano quello che fanno sono il generale Petraeus e Meghan O'Sullivan), ma nempre nella relativa solitudine del suo ruolo di Commander in chief (comandante in capo). Ecco, questo ruolo e questa figura istituzionale suonano un po' singolari per noi abituati alle democrazie europee. Qui significa che il Presidente è davvero il capo delle forze militari del paese: il suo ordine segue la scala gerarchica e va dai generali giù giù fino ai responsabili delle unità operative. La cosa, in realtà, a leggere il libro di Woodward, fa venire e brividi e rasenta l'incubo del dottor Stranamore o dell'apprendista stregone, che mette in moto forze che non riesce più a controllare. E si tratta della potenza militare più forte del mondo.

Il libro però, in fondo, non è un bel libro. Ben documentato e ben scritto ma alla fine troppo cronachistico, troppo legato a una narrazione strettamente cronologica (dal settembre 2006 al maggio 2008) e anche un po' noioso.
Qualcuno ha detto che Bob Woodward è diventato anche lui un potente e che, più che giornalismo investigativo, pratica ormai un giornalismo moderato. Qualcuno, addirittura lo chiama stenografo del presidente. Questo non è vero, o almeno non è vero nei suoi rapporti col presidente Bush: al presidente non sono risparmiate le sciocchezze che dice e l'immagine complessiva che ne deriva è negativa e impietosa. Qui sta la differenza: in America i governanti non amano i giornalisti, ma non possono farci niente. E i giornalisti non amano i governanti, ma non li offendono. In Europa, invece, giornalisti e governanti tendono a non rispettarsi, e ogni Berlusconi ha il suo Travaglio.

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