EMO: IL NUOVO FENOMENO TARGATO UK
EMOzionale, EMOstatico… EMOplastico! What is Emo?


A cura di Antonella Andriuolo
Un tempo furono i paninari, poi fu la volta dei dark, prima ancora dei punk. Oggi la musica è cambiata e ha annunciato l’era degli Emo. Se n’è parlato tanto ma ancora non si è capito se questo fenomeno sia da considerarsi un trend, un modo di essere, di vestire o se costituisca, invece, una vera e propria fede. In realtà, sembrerebbe che si tratti di un crogiuolo di tutte queste possibilità, che vede l’emo come colui che, atteggiandosi a triste incompreso, manifesta il suo dissenso nei confronti della società attraverso un particolare abbigliamento e gusto musicale. Il popolo dei cybernauti non si risparmia e, tra chi li detesta, ironizzando sul loro strano taglio di capelli, e chi li adora, attribuendogli una marcata componente ribelle e rivoluzionaria, fornisce un quadro vivace e variegato di una dimensione ancora poco conosciuta.

Ma partiamo dall’origine: da dove deriva il termine emo? L’etimologia è incerta, di conseguenza la parola sembra prestarsi alle più differenti letture. C’è chi ipotizza strani legami di sangue (vedi emoglobina e simili) e chi sostiene, al contrario, che il termine sia una ben poco chiara contrazione del sostantivo “emù” (nella fattispecie trattasi di un pacifico animale simile a uno struzzo)… incuriositi?

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Allora siete pronti per calarvi in uno straordinario viaggio in questo mondo.
Be Emo, Be Emotional!

What is/ Who is Emo? Ritorniamo alla fatidica domanda: cos’è o chi è un emo?
Una domanda che ha interessato anche il prestigioso Times che, anticipando con grande lungimiranza la nuova ondata, già due anni fa, le ha dedicato ben due pagine. La sempre aggiornata wikipedia (www.wikipedia.org) riporta: «Con il termine emo si contraddistingue un sottogenere della musica hardcore punk. Nella sua interpretazione originale, il termine emo fu utilizzato per descrivere la musica di Washington DC della metà degli anni '80 e le band associate ad essa. Negli anni successivi, fu coniato il termine emocore (abbreviazione di “emotional hardcore”), usato per descrivere altre scene musicali influenzate da quella di Washington. Il termine emo deriva dalla volontà della band di "emozionare" l'ascoltatore durante le proprie esibizioni».

Quindi si parla di musica… ma non solo. Si tratta di un fenomeno dall’indole sfuggente, di cui è particolarmente arduo dare un’interpretazione precisa, cercando di catalogarla. Lo stesso Kirsch, giornalista che si era occupato dell’inchiesta per il giornale britannico, aveva ammesso la sua difficoltà nel reperire informazioni esatte sul mondo Emo. “Quando chiedo cos’è un emo nessuno sa rispondermi in modo esauriente”.

A tentare l’epica impresa ci prova un indirizzo creato appositamente con questo intento: http://whatisemo.altervista.org/. Immagini e approfondimenti per entrare nel mood. Emo: moderni Alieni?

Livin’ la vida dopa
Di vero e proprio doping certo non si può parlare ma molti esperti tracciano un tratto tristemente comune del vivere emo: gli antidepressivi. Una forte sensibilità, la propensione verso irrisolti quesiti esistenziali e riflessioni autodistruttive sui massimi sistemi, certo non facilitano l’inserimento sociale di questi neonati filosofi post moderni. Addirittura, si è diffusa la notizia, di sventati gesti estremi che avrebbero condotto molti di loro a pensare al suicidio. Copioni tragici che vengono ripetuti su internet ma che, per fortuna, il più delle volte, non vengono realizzati. Emblematico in questo senso il caso di un giovane ragazzo che, dando l’addio ai suoi compagni di chat, per il suo appuntamento con la morte drammatico ed ineluttabile, si era poi collegato il giorno seguente il suo presunto passaggio a miglior vita per leggere i post lasciati sul sito dai suoi amici.

foto tratta dalla pagina flickr di JasonRogers
Immagine tratta dalla pagina flickr di Jason Rogers

Un trapasso breve ma intenso
Ma, nell’emostyle, sembra esserci un risvolto positivo: se da una parte gli emoboy sarebbero ragazzi emarginati dal gruppo, dall’altra sarebbero invece considerati molto romantici e affidabili dalle ragazze, pazze, secondo statistiche, per questo genere di virilità meno ostentata, per un questo nuovo prototipo di bellezza androgina che molto richiama anche la sfera femminile.

How an emo looks like… come si veste un emo?
Bella domanda. Il fatto è che, non essendo chiaro cosa un emo rappresenti, anche i confini che dovrebbero delinearne il suo vestiario appaiono piuttosto sfocati. Tuttavia, la maggior parte delle testimonianze raccolte, dà un ritratto abbastanza omologato di questo look. Al confine con il gothic, l’emo si abbiglia prevalentemente con capi neri o, comunque, in tonalità scure (dal prugna al blu elettrico). I ragazzi prediligono un taglio di capelli abbastanza distintivo, con un lungo ciuffo davanti agli occhi. Non si esclude la presenza del trucco anche per i soggetti maschili: essere emo è un’arte che giustifica persino la somiglianza a un nostalgico e malinconico Pierrot! Anche le emo girls, dal canto loro (è il caso di dirlo), non si risparmiano in strambe trovate, abolendo le mezze misure. La scelta vacilla tra maglioni extra large e magliettine strettissime, a tinta unita o fantasia, abbinate a pantaloni in velluto. Le scarpe? Rigorosamente vintage e consumate. In realtà, però, anche in questo settore non esistono regole certe e il livello di “emosità” è affidato per lo più alla sensibilità dell’individuo… de gustibus. Se, intanto, desiderate “darci un taglio”, potete collegarvi su http://www.fotoditaglidicapelli.com/emo.html o su http://www.pinkblog.it/post/1962/tutti-i-trucchi-per-una-chioma-emo-style; in serbo per voi una sezione dedicata esclusivamente alle acconciature emo. Ammesso che così si possano definire.

Icone pop, chic e trash

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Come tutti i movimenti che si rispettino anche questo ha i suoi idoli e le sue icone di riferimento. Che siano trash o chic è da ritenersi un puro giudizio personale. Tra queste, è possibile citare, ad esempio, gli acclamatissimi Tokio Hotel (http://tokiohotel.pop24.de/tokiohotel2/index2_it.php), la band tedesca che ha saputo ritagliarsi un suo spazio nei cuori dei teenager. Più recente, invece, il successo che ha travolto i Cinema Bizzarre (il sito ufficiale è www.cinema-bizarre.de): sono glam, dark e affascinanti, musicalmente vicini alla new wave, al new romantic, all'elettronica e con testi emotivamente sentiti. I loro nomi? “Bizzarri” anche quelli; i componenti si chiamano, infatti, Strify, Kiro, Yu, Shin e Luminor, nomi d’arte che prendono spunto dai manga giapponesi, passione comune che li ha fatti incontrare. Il loro stile, fatto di paillette e rossetto, non è solo un modo di colpire e rimanere impressi nella memoria, ma un modo di essere che si rifà alla 'visual-key', la cultura giovanile giapponese, secondo la quale sta tutto nell'individualità, sullo sviluppo della propria personalità e della ribellione alle convenzioni e, per molti in Giappone, è un modo per mostrarsi al mondo. Abbiamo il biondissimo Kiro, ciuffo lungo e abiti bianchi, una versione adolescente di David Bowie nel film 'Labirinth', per chi lo ricorda. Luminor invece gioca spesso sulle trasparenze, sfoggiando un look molto dark nell'abbigliamento e nel trucco. Biondi capelli con meches scure per Shyn, abbinati a un look aggressivo, e pettinatura bionda e cotonata per Strify, il cantante della band. Infine per Yu, capelli neri e meches rosso fuoco. Per tutti è rigoroso il make-up che evidenzia gli occhi contornandoli di nero, rossetto e smalto scuro sulle unghie. Lo stile emo, con fortissime venature glam e punk/dark/gothic, è assolutamente unisex. Come il cantante dei Tokio Hotel, Bill Kaulitz, anche i Cinema Bizarre giocano sulla fusione estetica dei sessi, contribuendo a diffondere queste figure estremamente effeminate, quasi elfi senza genere, giocando sulla bellezza dei loro visi adolescenziali e dando vita a queste creature estremamente delicate e affascinanti.” (http://donne.it.msn.com/moda/notizie/Articolo.aspx?cp-documentid=8443690). Insomma, la parola d’ordine è una sola anzi, tre: ambiguità, ambiguità, ambiguità!

Emo chi?!
Eppure c’è ancora chi sembra ignorare totalmente questa materia. Su yahoo answers una ragazza chiede delucidazioni sull’argomento (http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20080521070337AAM0QfY). Ma non è l’unica ad avere le idee poco chiare sul tema. Anche il noto consulente di stile Alberto Zanoletti, giornalista della rivista patinata “Elle”, ha giustamente espresso la sua perplessità riguardo l’indecifrabile trend. Una giovane, richiedendo uno dei suoi preziosi consigli di immagine, gli ha scritto più o meno così: “Caro Alberto, voglio andare al concerto dei Tokio Hotel ma non so cosa mettermi! Sono una ragazza di 15 anni e sono alta un metro e sessanta. Vorrei vestirmi di nero o fucsia, ma ho letto che questo colore alle bionde sta male. Tu cosa ne pensi? A questo concerto ci saranno molte ragazze emo o punk e vorrei adottare più o meno quello stile. Per favore aiutami!”(Raffaella). “Cara Raffaella,” risponde Zanoletti “grazie per avermi fatto conoscere due cose: i Tokio Hotel e gli emo. Per quanto riguarda i Tokio Hotel ho chiesto illuminazioni alla nostra esperta di musica e il suo commento è stato: - Meglio loro che Ligabue, almeno si impara un po’ di inglese - se ho ben capito gli emo, invece, sono la versione fashion dei cari vecchi punk (che ho ben presenti). Cosa ti posso consigliare? Pantaloni stretti, stretti anche stampati e un paio di canotte sovrapposte nera o bianca sopra e fucsia sotto. Niente anfibi, mi raccomando, ma stivaletti piatti. Soprattutto sappi che, a quindici anni, sia le more che le bionde hanno la grande fortuna di stare bene con qualsiasi cosa. Buttati e divertiti!”. Ottimo consiglio…ma gli emo restano ancora un mistero.

Meglio scEmo che Emo!

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Questo è l’aspro grido di battaglia sotto il quale combatte la nutrita schiera degli antiemo. A chi ci stiamo riferendo? A tutti coloro che non sopportano questo genere di look e, soprattutto, non ne condividono i gusti musicali. Tantissimi i blog di discussione che si oppongono all’emo’s way of life. Divertenti, in questo senso, le proposte di Nonciclopedia (http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Emo), l’enciclopedia ironica del web. A tale proposito, fornisce chicche davvero imperdibili come “Vorrei che il mio prato fosse emo così si taglierebbe da solo”, facendo riferimento all’umore autolesionista attribuito alla “specie”. Il sito dispensa anche un elenco di buoni motivi per odiarli o, comunque, per osteggiarli fortemente come, ad esempio, il fatto innegabile che odiare un emo significa inevitabilmente aiutarlo a essere più emo. Ed ancora: “Nemmeno agli emo piace la musica emo, infatti si deprimono per questo. I maggiori esponenti dell'emo odierno sono i famosissimi My Chemical Romance, la cui reale professione è però ignota; voci non attendibili sostengono che siano falegnami. La cantante emo italiana più influente è attualmente Donatella Rettore che, con il suo singolo Dammi una lametta che mi taglio le vene, ha promosso la cultura emo in Italia”, e via discorrendo. Per un’ironia davvero tagliente…

Emosoluzione: l’outing. Ovvero venire allo scoperto
Questa sarebbe l’unica, vera, auspicabile soluzione per cercare di mettere un po’ d’ordine in questa confusione. «Ma è difficile che un emo si dichiari» si legge ancora sul Times, «anche se qualcuno è orgoglioso di esserlo». Orgogliosi o meno, il tema rimane scottante. Tutto e il contrario di tutto è stato riferito su questa faccenda che si dimostra più spinosa del previsto. Timidezza, riserbo e una certa dose di snobismo impediscono all’emo di fare il grande passo avanti verso la verità, dichiarando pubblicamente in cosa consista il movimento cui questi aderisce o, presume di aderire. Immagini fugaci? Visioni deliranti? Forse la spiegazione è molto più semplice: la realtà di una generazione, uguale alle precedenti, che cerca di opporsi come meglio può al sistema, come fecero gli hippies e come faranno i ragazzi del futuro. Un modo, in definitiva, per trincerarsi dietro una coltre di sogni proibiti, per poi decidere se convenga continuare a crederci o diventare “adulti”. Ai posteri l’ardua sentenza.

Letture Emo-zionanti
Se dopo tutti questi discorsi avete bisogno di rinfrescarvi un po’ le idee, questo è il libro che fa per voi: Il Libro della Musica 2008 (di Alessandro Bonini ed Emanuele Tamagnini) può rivelarsi un utile guida per comprendere il panorama musicale di quest’anno. La nuova edizione di questo testo si propone ai lettori ancora più ricca, perché il numero delle referenze e degli indirizzi catalogati è notevolmente aumentato, e tutti i dati sono stati sottoposti a scrupolose verifiche attraverso il sistematico coinvolgimento degli stessi soggetti recensiti.

Una lettura che può essere accostata a un’altra opera di carattere manualistico: Breve storia della musica occidentale, di Paul Griffiths. Il libro di Griffiths è piú moderno dal punto di vista metodologico, e piú che considerare la musica in senso idealisticamente puro, cerca di calarla all’interno dei contesti culturali, sociali, nel mondo della ricezione, dei costumi musicali, dell’ascolto e dell’esecuzione. Non tanto una serie di medaglioni sui compositori, ma un’attenta analisi del clima culturale al cui interno fiorisce la creazione musicale. Per Paul Griffiths l’evoluzione della musica nei secoli rispecchia il mutare dell’umana concezione del tempo, dall’eternità paradisiaca al microsecondo del computer. Glossario dei termini, suggerimenti per approfondire ed una discografia ragionata aiuteranno il lettore ad immergersi totalmente nell’universo Musica (http://www.lafeltrinelli.it/products/9788806185329|2/Breve_storia_della_musica_occidentale/Paul_Griffiths.html?cat1=1&page=1&prkw=griffiths).

Volete risalire all’incipit del genere emo?
Niente di meglio che dedicarsi, allora, al lavoro Steven Blush, American Punk Hardcore, (edizioni Underground). Il primo ritratto che va oltre i gruppi arcinoti dei Ramones, Sex Pistols o dei Clash; a colmare questa grave lacuna, infatti, giunge il libro di Steven Blush, che dedica a gruppi come i Black Flag, Dead Kennedys, Minor Threat, DOA e decine di altri una storia appassionata, fatta di resoconti, interviste inedite e una ricca documentazione fotografica. Diviso in 4 parti, rappresenta un libro irrinunciabile per chiunque ami la storia del punk e del rock. Scritto da un protagonista (http://www.lafeltrinelli.it/products/9788888865331|2/American_Punk_Hardcore/Steven_Blush.html?cat1=1&page=37&prkw=musica).

Per tornare alle origini
Per rivivere gli anni della contestazione, “The Doors”, testi commentati a cura di Aurelio Pasini. Chitarre, accordi scoppiettanti, ballate romantiche, per un mito del rock davvero immortale. Per i ribelli di ieri, di oggi e di domani.

“Senza la musica per decorarlo, il tempo sarebbe solo una noiosa sequela di scadenze produttive e di date in cui pagare le bollette.” (Frank Zappa)





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