TIBET: LA SPERANZA SIAMO NOI
Cerchiamo di capirne di più...
Tensioni in paradiso
Il 10 marzo, in occasione dell’anniversario della fallita sollevazione contro il governo cinese del 1959, sono iniziate le manifestazioni in Tibet, che hanno coinvolto in breve anche alcuni monasteri, a cui hanno subito risposto l’esercito e la polizia di Pechino, provocando decine di morti.
Le tensioni non sono nuove; ogni anno, i tibetani scendono in piazza per reclamare una maggiore autonomia da Pechino.
La novitá di quest’anno è data dalla maggiore presenza cinese e un livello di repressione eccessiva, se consideriamo le dimensioni dei due paesi e la non violenza praticata dai monaci (tanto che il dissidente Tsering Topgyal ha paragonato le manifestazioni alla “reazione di un bambino tranquillo e apparentemente debole che si ribella contro il bullo della scuola”).

free tibet

L’ombra sulle Olimpiadi
Le manifestazioni in Tibet avvengono a pochi mesi di distanza dalle Olimpiadi, evento che ha giá provocato proteste a livello internazionale. Jaques Rogge, Presidente del Comitato olimpico internazionale (Cio) ha affermato che "la violenza non è compatibile con lo spirito olimpico", sottolineando che la repressione rischia di compromettere lo svolgimento dei giochi olimpici. Da parte sua Amnesty International mette in evidenza che "diventa sempre più chiaro che l'attuale ondata di repressione si produce proprio a causa e non malgrado le Olimpiadi", e che "nel tentativo di dare al mondo esterno un'immagine stabile e armoniosa entro l'agosto 2008, qualsiasi forma di dissenso viene repressa".

Dinamica del conflitto
Le tensioni “tradizionali” contro il regime autoritario di Pechino si uniscono al malessere civile della popolazione, che rivendica, attraverso strumenti non violenti, la lotta per la propria identitá culturale, cosí come accaduto nell’autunno scorso in Birmania, in cui l’anima della protesta era costituita proprio dai religiosi.
Nel Tibet, Pechino non puó permettersi cedimenti, in quanto la sua integritá territoriale è a rischio, minacciata da pressioni centrifughe interne (es. nella regione dello Xinjang) e internazionali (ad es. la questione di Taiwan). Per questo motivo, nella regione è iniziata da tempo una politica di “sinizzazione”, il cui obiettivo è “diluire” la cultura locale (vista l’impossibilitá di riuscire a sradicarla), attraverso l’immigrazione di coloni cinesi in tutto il Tibet.

La strategia di Pechino
Da anni, la politica cinese è per la “linea dura”, accompagnata peró da un rapido sviluppo economico, nella speranza che questo fosse in grado, da solo, di conquistare la fiducia della popolazione. Pertanto, a partire dal 2005, Pechino ha dichiarato di non essere piú interessata alle trattative con il Dalai Lama (accusato, con la sua “cricca” di aver organizzato la rivolta di questi giorni), i cui rappresentanti non sono stati riconosciuti; ha imposto forti limitazioni alle attivitá religiose agli studenti e alle famiglie dei dipendenti pubblici; ha inoltre chiesto una maggiore “educazione patriottica” nei monasteri, facendo aumentare il numero di quanti vedono nel raggiungimento dell’indipendenza l’unica garanzia di mantenimento della propria identitá.

La sfida del dialogo
In questa situazione, di apparente chiusura, la “vera” sfida per Pechino è quella di ragionare secondo canoni diversi, nella consapevolezza che la politica di emarginazione del Dalai Lama, anziché indebolirlo, lo abbia invece rafforzato agli occhi della sua popolazione e della comunitá internazionale; questo, peraltro, parla di “genocidio culturale” condotto ai danni della popolazione del Tibet, rifiuta l’etichetta di “leader separatista”, rivendicando non certo la piena indipendenza, ma solo una maggiore autonomia della regione, e ribadendo a piú riprese la necessitá del dialogo per raggiungere tale obiettivo.
La speranza dei tibetani è riposta nella comunitá internazionale, che da parte sua ha fino ad ora tenuto un atteggiamento di attendismo e cautela, limitandosi ad appelli alla moderazione nei confronti del governo cinese, per ottenere la liberazione dei detenuti politici e il rispetto delle tradizioni culturali della regione.
Tuttavia, a livello ufficiale, c’è ritrosia a utilizzare la parola “Olimpiadi” e questo è sicuramente un peccato, perché proprio la sensibilitá di Pechino su questo argomento potrebbe essere una leva efficace su cui agire per facilitare la ripresa del dialogo finalizzato al raggiungimento di un accordo per una maggiore autonomia della regione.

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