IL RIDICOLO IN MOSTRA
C’era una volta Andy Kaufman, geniale ed irriverente ‘falsario’ che propose l’odierna televisione con trent’anni di anticipo per mettere a nudo le assurdità del mondo dello spettacolo
Quando nel 1971 Andrew Geoffrey Kaufman si laureò in “televisione” al Grahm Junior College di New York i suoi intenti erano più che chiari: Andy si riteneva uno showman nel senso più ampio e, allo stesso tempo, laterale del termine. Aveva da poco cominciato ad esibirsi in piccoli club con strani spettacoli in cui spiazzava il pubblico con un personaggio che ostentava una totale incapacità nell’imitazione e una altrettanto inettitudine sul versante della comicità, nonché una imitazione altisonante di uno dei suoi idoli: Elvis Presley.

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Da subito Kaufman evita qualsiasi definizione, una su tutte quella di comico, e i suoi interventi (parlare di sketch o spettacoli sarebbe alquanto riduttivo) finiscono sempre per mettere chiunque vi assista nella scomoda posizione di chiedersi dove finisca lo scherzo e dove cominci la realtà. Dalla nicchia degli esordi al Saturday Night Live, fino al successo della serie televisiva Taxi del 1978, Andy re-inventa continuamente le regole del gioco mettendo in mostra sia la reazione stupita del pubblico di fronte a situazioni non programmate o convenzionali, sia il dietro le quinte ed i meccanismi falsati di un mondo dello spettacolo filtrati dall'assurda serietà con il quale questo si propone.

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Assieme all’amico e co-autore Bob Zmuda crea una serie di cerchi concentrici in cui la situazione finisce per sfuggire di mano ogni volta che si pensa di averla afferrata (lo stesso George Shapiro, manager di Kaufman, resterà spesso all’oscuro degli intenti del suo protetto). Nello show “Andy’s funhouse” (registrato nel 1977 ma trasmesso dalla ABC soltanto nel 1979), c’è una larga parte di quello che, ironicamente, oggi è d’uso comune in tv: fenomeni da baraccone, interviste a personaggi senza alcun talento, litigi ed insulti in diretta, il tutto orchestrato dal divertito cinismo di Kaufman che fa di ogni sua apparizione un evento al di fuori di ogni controllo, ricorrendo sempre più spesso a situazioni limite (oggi sarebbero definite trash), per mettere a nudo lo stupore del pubblico. Con la variante che la costruzione di tali situazioni risulta magistrale nel caso di Kaufman, mentre è falsata e poco efficace nell’odierna televisione perché priva delle finalità che Andy si proponeva di realizzare: la rottura degli schemi imposti dall’industria dello spettacolo.
Dagli incontri di lotta libera con sole donne fino alla zuffa al David Letterman Show con il campione di Wrestling Jerry Lawler (rivelatosi poi suo complice), Kaufman gioca costantemente al raddoppio aumentando sempre la posta in gioco: arriverà a creare un suo alter-ego (Tony Clifton) che, interpretato a volte da se stesso ed altre da complici, finirà per vivere di vita propria.
I primi a cadere in ogni suo tranello saranno proprio i media che, lontani dall’odierna ricerca feticistica di contenuti spazzatura, arriveranno a non credere più a nulla riguardante lo showman, compresa la morte avvenuta nel 1984 per una rarissima forma di cancro al polmone: evento che alcune testate ignoreranno di proposito, proiettando Andy Kaufman direttamente nella sfera della leggenda metropolitana. A distanza di anni dalla sua morte alcune apparizioni di Tony Clifton (una è del 2004 durante un tributo a Kaufman, che in vita dichiarò che sarebbe tornato a distanza di 20 anni dalla sua falsa dipartita) continuano ad alimentare le speranze di schiere di estimatori. A tutt’oggi il dato non ha alcuna importanza, in quanto l’opera magistrale di Andy Kaufman resta quella di aver trasformato la sua stessa vita in un colossale spettacolo, offerto negli anni con una cura maniacale.
Le sue apparizioni riviste oggi danno l’impressione d’uno squarcio aperto molto tempo addietro che ha mostrato ciò che la televisione e buona parte del mondo dello spettacolo sarebbero stati in futuro, degenerazioni comprese. Uno squarcio rimasto poi chiuso per un certo periodo e che solo a distanza da un quadro complessivo dell’enorme beffa orchestrata da Andy Kaufman, tanto reale e lucida da sopravvivere anche al suo autore.

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Il film di Milos Forman del 1999 Man on the moon è una biografia che rende perfettamente ciò che Kaufman è stato. Molte delle situazioni sono semplicemente re-interpretate da un Jim Carrey in stato di grazia, dalla puntata di Friday in cui Andy esce in diretta dal personaggio gettando nel panico gli altri attori dichiarando che “non sa interpretare uno strafatto” (www.youtube.com/watch?v= AkbjvUAdKBc&feature= related), fino alla lite con Jerry Lawler (www.youtube.com/watch?v=kv73yzYuE_M& feature=related), oggi tutti consultabili su youtube. La traccia “Man on the moon”, canzone scritta ed interpretata dai REM anni prima che il film venisse prodotto, cita direttamente Kaufman nel testo. Il titolo si riferisce alla leggenda metropolitana secondo cui lo sbarco sulla luna sarebbe una montatura orchestrata dal governo americano.

Kaufman in rete
Il sito www.andylives.org/index2.html è dedicato a tutti quelli che credono alla falsità della morte di Andy. Snopes (http://www.snopes.com/inboxer/hoaxes/kaufman.asp), sito sulle leggende metropolitane, deciso a smentire ogni possibile ‘ritorno’ dello showman ha distribuito in rete il link del suo certificato di morte (www.findadeath.com/Deceased/k/Andy%20Kauffman/dc.jpg). Che crediate o meno a una tesi o all’altra, non fa più alcuna differenza ed è, decisamente, troppo tardi: Andy Kaufman vive oramai imperterrito d’una continua, irriverente e tragicomica burla.

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