KENYANI DENTRO
E' vera pace?
A fine febbraio si è chiuso il conflitto che ha agitato per circa due mesi il Kenya, iniziato all’indomani delle elezioni presidenziali e legislative del 27 dicembre. L’esito è stato a favore del presidente uscente Mwai Kibaki, con uno scarto di circa 200.000 voti sul suo rivale, Raila Odinga (leader del partito di opposizione Movimento Democratico Arancione), che ha invece ottenuto la maggioranza in Parlamento. Odinga non ha riconosciuto i risultati, denunciando brogli (in alcune zone del paese l’affluenza al voto è stata del 115%). Successivamente, sono iniziati scontri che hanno portato alla morte di oltre mille persone e circa 250.000 sfollati.

foto Cera
Immagine tratta dal sito http://www.economist.com/world/africa/displaystory.cfm?story_id=10609000

I protagonisti del conflitto

Odinga, in precedenza uno dei principali alleati di Kibaki, ha abbandonato il governo nel 2005 in quanto contrario alla riforma costituzionale voluta da quest’ultimo (e dai gruppi di potere favorevoli alla linea dura, provenienti soprattutto dall’etnia dominante, i Kikuyu); la sua campagna elettorale si è svolta all’insegna della difesa delle minoranze e degli strati piú poveri della popolazione (espressione soprattutto delle etnie Luo e Kalenjin), che hanno cosí visto l’occasione per far sentire la propria voce e influenzare le politiche del governo.
Dopo le elezioni Odinga ha dichiarato di voler utilizzare la maggioranza parlamentare per bloccare i lavori del governo e votare la sfiducia contro Kibaki, che a sua volta ha affermato di non voler fare concessioni all’opposizione.

Crisi politica, non etnica
In Kenya le differenze etniche esistono da sempre, tuttavia il conflitto recente ha avuto soprattutto caratteristiche “politiche”, cosí come accaduto anche in altri casi (es. il Darfur, il Kosovo alla fine degli anni ‘90), in cui le differenze etniche hanno aggravato il conflitto, ma non ne sono state la causa.
Le elezioni contestate sono state solo la “scintilla” in una situazione in cui erano presenti diversi “nodi” irrisolti: la distribuzione squilibrata dei terreni coltivabili (fin dall’indipendenza avvenuta negli anni ‘60 infatti, lo stato, nel distribuire i terreni lasciati dagli inglesi, ha favorito i Kikuyu a spese delle altre etnie; questo ha creato un rancore latente, manifestatosi pienamente durante gli scontri, che, in molti casi, hanno mirato a “cacciare” i rivali per il possesso della terra), l’accesso alle risorse idriche, la “chiusura” dei politici, decisi a mantenere il proprio potere a ogni costo, la presenza nel paese di un altissimo numero di giovani, poveri, disperati, senza un’istruzione adeguata, facilmente “manipolabili”, per i quali la violenza è diventata un’occasione di rivincita.

Il “ volto” del nemico
Martin Kimani, ricercatore keniano, ha scritto: “in politica, la percezione è realtá. E la realtá della politica, il suo significato fondamentale […] è che si tratta di una battaglia senza esclusione di colpi tra amici e nemici”. E nel paese amici e nemici sono stati definiti sulla base dell’appartenenza a livello tribale, attraverso strumenti, quali il linguaggio, finalizzati a identificare il nemico con tutto ció che è temuto e odiato (esagerazioni, denunce di fantomatici complotti) per convincere gli indecisi e diminuire il peso dei contrari alla violenza, che, secondo le dinamiche del conflitto etnico, si giustifica in quanto reazione alle azioni degli “altri”, rispetto ai quali noi siamo le “vittime”. Questo concetto, tipico della logica di escalation, si adatta alla situazione in Kenya, dove non sono mancate accuse reciproche, tra i leader politici e tra le diverse etnie.

La mediazione di Kofi Annan
L’ex segretario generale ONU Annan ha svolto una fondamentale attivitá di mediazione (con il supporto del Presidente dell’Unione Africana, il tanzaniano Jakaya Kikwete), che ha portato all’accordo di pace del 29 febbraio, che prevede che si formi un governo di coalizione, con Kibaki capo del governo e Odinga primo ministro; ciascuno nominerá un proprio vice e i ministeri verranno divisi equamente.
Annan ha commentato: “Oggi abbiamo raggiunto un’importante meta, ma il viaggio è ancora molto lungo; tuttavia oggi inizia uno spirito nuovo per il Kenya”.
Solo il futuro potrá dire se è stata imboccata la strada giusta… tuttavia, le speranze sulla buona volontá dei politici e su un accordo che è sembrato soprattutto un “matrimonio di convenienza” da sole non possono bastare, se non verranno integrate da azioni efficaci per rimuovere le “cause” di un conflitto che ha seminato la tempesta degli ultimi tre mesi.

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