BAGHDAD: TERRORISTI INCONSAPEVOLI
L'ennesimo orrendo attentato. Ma qui non è la dinamica a inorridire, bensì l'autore...
Il due febbraio ci sono stati a Baghdad due attentati gravissimi che hanno sconvolto la già martoriata capitale irachena. Non è la dinamica che inorridisce (purtroppo…); infatti due persone cariche di esplosivo che colpiscono luoghi affollati un mercato (in questo caso due mercati in cui si vendevano animali di Ghazil) e che provocano decine di vittime è una notizia con cui ormai siamo abituati a convivere da molto tempo. Ciò che stavolta lascia il segno è che le due attentatrici erano disabili mentali, con ogni probabilità una malata di sindrome di Down.

Iraq

La drammaticità dell’evento
In questo caso non parliamo di donne-kamikaze (cecene, palestinesi, irachene…) che, in seguito all’uccisione dei loro familiari sono, di fatto, “spogliate” della loro “identità” e “scelgono” la via dell’attacco suicida (con metodi talvolta accompagnati da indottrinamenti e imposizioni descritti molto bene dallo splendido libro di Sabine Adler, Dovevo morire da vedova nera) per compiere la loro vendetta, o semplicemente per trovare una propria ragione di esistere (?).
Stavolta no, stavolta parliamo di qualcosa di peggiore, quasi che all’orrore non vi fosse fine, che si scontra con i principi del Corano che dispensano le donne colpite da qualsiasi malattia dal “jihad”, la guerra “santa” contro gli infedeli. In questo caso le attentatrici, vere e proprie vittime di scelte altrui, erano inconsapevoli, “infagottate” in vestiti che nascondevano cinture esplosive, fatte esplodere a distanza.

Andare “oltre ogni limite”
Qualcuno in questi giorni ha scritto che ormai Al-Qaeda (la cui fazione irachena è da sempre favorevole all’uso di donne-kamikaze) sta “raschiando il fondo del barile”; oltre a questo, temo che gli “strateghi” del terrore stiano elaborando nuovi stratagemmi per sfuggire ai controlli, per rendere sempre più difficile l’attività di chi si impegna nella prevenzione degli attentati e, in un quadro in cui, nell’uso di tecniche di guerra, sembra superato ogni limite (bambini iraniani mandati a farsi saltare in aria per superare i campi minati durante il conflitto con l’Iraq degli anni ‘80, kamikaze adolescenti usati nel conflitto medio - orientale, il “nonno – kamikaze” usato nell’attentato alla sede ONU di Algeri, tanto per fare qualche esempio), ci si domanda quale ulteriore “fondo” debba essere raggiunto e quali ulteriori costi in termini di vite umane (solo per dare qualche cifra, dall’inizio della guerra sono morti oltre ottanta mila civili iracheni e quattro mila soldati americani) si debbano soffrire prima di mettere la parola “fine”.

Russell Howard, esperto americano di terrorismo, a proposito delle differenze tra il “nuovo” terrorismo, catastrofico e con sempre maggiore violenza, e quello di tipo “tradizionale” (caratterizzato invece da una forte matrice politica), ha dichiarato qualche tempo fa: “I terroristi in passato volevano sedere al tavolo delle trattative. Oggi invece non sono interessati allo scambio di ostaggi, e piuttosto che sedere a quel tavolo, vogliono distruggerlo e con esso chiunque vi sieda”.

Un approccio globale alle crisi del Medio Oriente
Dopo ogni attentato ci si chiede “che fare?”: aumentare le strutture di controllo per prevenire gli attentati? Visto che la presenza delle forze occidentali (soprattutto americane) costituisce il maggior elemento di discordia all’interno dell’Iraq, impegnarsi per il ritiro immediato o comunque entro tempi brevi? Favorire il processo di “riconciliazione” nazionale che dia finalmente un “progetto” politico comune e condiviso che sia in grado di coinvolgere (finalmente) il paese “post – Saddam”?
Queste sono solo alcune delle ipotesi di discussione, ma certo nessuna, ammesso poi che abbia una “reale” efficacia, riuscirà a raggiungere un qualche tipo di risultato se non cambia anche l’approccio sottostante a un certo modo di intendere le relazioni internazionali; questo, finalizzato ad interventi locali, al di fuori di un contesto più ampio non aiuta a risolvere i problemi del Medio Oriente, regione nella quale le numerose tensioni (in Iraq, nei territori palestinesi, in Libano, in Iran, in Siria…) richiedono un approccio equilibrato, strategico, armonico e di portata “globale” negli obiettivi e mirato, adatto ad ogni specifico paese, nell’intervento armato, secondo un principio-cardine delle tecniche di negoziazione, secondo cui per gestire una controversia particolarmente complessa e con forti “ramificazioni” occorre “pensare strategicamente e intervenire localmente”.

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