UNA ROCKEUSE E QUALCHE FIGLIOL PRODIGO
Tutti un po' nomadi, in giro senza casa con naturalezza...
Gianna Nannini
Devastati da interminabili dispute sul significato della parola ‘giovane’ e del suo perfido opposto ‘non giovane’, i litiganti della più improbabile delle battaglie linguistiche hanno desistito: quasi come un piccolo Vietnam hanno abbandonato silenziosamente il terreno di scontro. Forse in questo si spiega come, chi è stata l’immagine rockeuse dell’Italia femminile e giovani dai lontani anni Ottanta, possa ritornare a esserlo anche dopo qualche lustro. Semplicemente essendo ancora giovane, senza chiedere di esserlo. Così Gianna Nannini riscopre una seconda giovinezza (seconda? ...non riniziamo con le battaglie!) fatta di sensibilità particolari, che sfuggono alla logica semplice e piana del Grande Ritorno. Un po’ perché da Fotoromanza (1984) in poi la cantante senese s’è vestita di un abito ‘giovane’ e impegnato, nel decennio del disimpegno. Sia quando urlava di fronte all’ambasciata francese, quando era la voce straniera che sfornava dischi di platino all’estero sia quando era la voce delle notti magiche del Mondiale. Un viaggio nelle opposizioni che le ha permesso con naturalezza di ritornare, sempre giovane, anche oggi. Senza chiedersi troppo chi abbia ragione o meno nelle dispute intellettuali. Sempre giovane creatura.

nannini

7 Palasport, Palermo
8 Palacatania, Catania
10 Palageorge, Montichiari (BS)
12 PalaNet, Padova
14 DatchForum, Milano
15 PalaMalaguti, Casalecchio di Reno (BO)
17 PalaLottomatica, Roma
18 Palasport Speca, S.Benedetto del Tronto (AP)
20 Mandela Forum, Firenze

Portishead
Subdola legge, una sorta di protagonismo notturno, capace di dare fama e gloria nell’assenza. Il coraggio manca spesso nel cavalcare l’antiprotagonismo, refrattario alle leggi dello showbiz, quanto fedele a un’ortodosso esserci fatto di assenza. E si sa, l’assenza alimenta il desiderio. L’assenza è la ricetta dei Portishead, nati nel calderone della Bristol primi anni Novanta, l’Inghilterra meridionale che dà alla luce le tonalità notturne e rarefatte del trip-hop. A braccetto con Tricky e Massive Attack, alimentati dal potere melanconicamente triste e vivo al contempo della musica da film quanto di una declinazione personalissima di jazz, downtempo e melodia, l’esordio Dummy (1994) sembra precludere una carriera di protagonismo, pronta a bruciarsi nella miccia della nuova moda. Ma é bagliore momentaneo: il fascino perverso del tramonto lascia per tre anni nell’attesa del sequel. Il secondo disco, le collaborazioni saltuarie, i piccoli capolavori insieme ai Massive Attack, sono sempre reticenti di protagonismo. Una spiritualità nascosta ed indecifrabile che circonda la voce di Beth Gibbons -eterea, angelica- quanto la visione del mondo della band. Quasi un concedersi timido: il fascino si sa è nell’assenza. A volte nel ritorno.

portishead

30 Alcatraz, Milano
31 Teatro Saschall, Firenze

Marlene Kuntz
Figli dell’ala di quell’incrocio tra punk e rock che prende l’etichetta di grunge, ma che poi più facilmente diventa qualcosa di inspiegabile, misto perfido di noise cacofonia rabbia e postrock, i Marlene Kuntz non sono certo figliol prodigi, ma figli senza genitori. Rifiutando le radici per reinventarle costantemente, erano e sono nomadi del sottosuolo musicale. Un’anima nera e macchiata che li spinge a battere, forse meglio inventare, le strade nuove dell’underground dell’inizio anni Novanta. Lentamente costruendo un mondo difficile, refrattario ai clichè del primo ascolto, condannato alla ricerca ossessiva dello status di culto. Ci servirà la fine del Millennio per trovare il successo e, infine, il contratto con la major. Ma è nell’effetto dadaistico dello spiazzamento costante dell’ascoltatore che risiede la produzione dei Marlene Kuntz. Sempre pronti a tradire lo zoccolo duro che questo gli chiede, nomadi di loro stessi. La collaborazione struggente con Skin del 2000 gli regala quella notorietà che si riserva a chi non sembra averne desiderio. Passando sempre per un continuo reinventarsi. Sino ad Uno (2007): stavolta l’effetto dadaistico è il piano di Paolo Conte. Figliol prodigi, senza casa.

marlene_kuntz

1 Nuovo Teatro Carisport, Cesena
2 PalaBrescia, Brescia
4 Teatro Colosseo, Torino
6 Teatro Saschall, Firenze .
7 Teatro delle Celebrazioni, Bologna
8 Palatour, Bitritto
10 Teatro Ciak, Milano
12 Teatro Metropolitan, Palermo
14 Teatro Metropolitan, Catania
18 Teatro Italia, Gallipoli (LE)
19 Palapartenope, Napoli
28 Teatro Toniolo, Mestre (VE)
29 Fillmore Club, Cortemaggiore (PC)

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