L’IMMONDIZIA DI WARHOL

l’artista che consacrò il trash come opera d’arte


warhol

 

Il 2008 è caratterizzato da una serie di mostre sparse per l’Italia dedicate a Andy Wharol, controverso inventore della pop art nonché abile costruttore del proprio mito. L’artista newyorkese è stato più volte additato come “impostore”, un affabulatore capace di convincere milioni di persone circa la valenza artistica del suo lavoro.

Se sembra provocatorio parlare di lui in una rubrica sul trash è bene ricordare che nella definizione stessa Warhol c’è stato relegato per larga parte del suo percorso artistico, e almeno fino a che non ha deciso di ribaltare completamente la situazione in suo favore. Se il termine di paragone era con il trash, a lui non è restato che assegnare allo stesso lo statuto d’opera d’arte. Warhol, semplicemente, anticipa ogni critica. Di più, capovolge totalmente le carte in tavola: esalta e promuove a ruolo di icone oggetti futili (scatole di detersivi, barattoli di fagioli), mentre i suoi lavori sembrano svilire l’importanza di icone già acquisite nella realtà (il ritratto di Mao in serigrafia perde completamente autorevolezza e valenza originali).



pop art

 

La sua provocazione si spingerà molto in avanti, tanto che assieme ai suoi collaboratori (tra i quali Basquiat) darà vita alla Oxidation Painting, anche nota come Piss Painting, realizzata orinando sulla tela con uno strato di vernice fresca al rame. La sua è una perfetta messinscena: così come la sua personalità si fa inafferrabile man mano che lui dichiari di renderla totalmente pubblica, il disprezzo per alcune icone e valori va di pari passo con la loro esaltazione (con, annessa, la società del consumo che in quel periodo stava assumendo la forma odierna).

Che si trattasse di personaggi o di scatole di detersivo non ha avuto per lui alcuna importanza: Warhol prende la società del consumo e la moltiplica, la mette di fronte a mille specchi e la sua grandezza sta nel rendere queste immagini riflesse ancora più vuote della prima matrice, tanto che lo spettatore finisce per accorgersi dell’inconsistenza dell’originale. “Comprare è molto più americano di pensare, e io sono molto americano”, ha scritto nella sua Filosofia. La sua Pop Art è popolare in un senso spesso dispregiativo, è arte che lui stesso svilisce in partenza negandogli qualsiasi valore o particolarità (“spazio sprecato è qualsiasi spazio in cui ci sia dell’arte”). Popolare è quello che si adatta perfettamente a un modello di società consumistica e che vive le cose nello spazio ristretto della loro superficie: in profondità sembra non esserci nulla, il consumo non può permettersi dettagli e sfumature, tutto è riproducibile in serie perché tutti possano usufruirne senza distinzioni. Per questo Warhol si serve in maniera ossessiva della serigrafia.

La sua arma principale diviene così un distacco freddo e consapevole dalle cose, osservate attraverso uno schermo sempre più spesso e patinato. Paradossalmente, più le icone proposte da Warhol saranno vuote e spersonalizzate, più forte sarà la loro capacità di denunciare la mancanza di una dimensione umana nella cultura di massa. Chi osserva si trova davanti agli occhi uno spettacolo raggelante, dove tutto è ridotto a futile, a mera constatazione (le raccolte dei “Disasters” riproporranno serigrafie di incidenti mortali che, riprodotte in serie, diventano immagini prive di qualsiasi significato o contenuto emozionale).

 

Il senso di vuoto, rigorosamente a perdere, è insopportabile anche per i più insensibili. Gli ultimi anni della sua vita li passerà a catalogare e racchiudere nastri e foto, meccanico documentario di una vita che Warhol decise di non vivere più in prima persona, dentro le sue amate “time capsules”, scatole impacchettate con etichette che riportano la data della creazione per sfogare la sua mania compulsiva per l’accumulo (non riguarderà mai quelle fotografie o quelle registrazioni). Scatole, tante scatole, milioni di scatole: tante quante bastano a privare il contenuto d’ogni valore, così come aveva fatto anni prima con le sue serigrafie.

 

Bazar Consiglia


trash

 

Trash, film del diretto da Paul Morrissey e secondo capitolo della trilogia prodotta da Andy Warhol che comprende anche Flesh e Calore. Il doppiaggio è curato nientemeno che da Pier Paolo Pasolini, per il quale il regista ha fortemente voluto avvalersi di doppiatori non professionisti. Il film è uno spaccato della vita quotidiana di un tossicodipendente seguita con lucidità e senza cadere nella rete dei moralismi.

 

ANDY WARHOL - Fondazione Magnani Rocca

16 marzo - 6 luglio 2008 Mamiano di Traversetolo (PR)

Tutti gli eventi dedicati all’artista sono consultabili a questo link:

www.exibart.com/profilo/autoriv2/persona_view.asp/id/902


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