IL CODICE DEL WEST
Da Calamity Jane e Davy Crockett ai nuovi presidenti cow boy l'America è ancora divisa in buoni e cattivi. Ma gli antichi valori del west esistono ancora?
Copertina

“Il codice del West” è un romanzo del 1934 di Zane Grey
, un fortunato autore americano di storie del West, uno dei primi a diventare ricco scrivendo romanzi d'appendice per un pubblico di massa. Ne scrisse più di un centinaio e molti furono trasformati in film, nella Hollywood degli anni d'oro, fra il New Deal e la guerra fredda. Fu allora che nacque, non solo negli Stati uniti, ma anche in un'Europa antiamericana e innamorata dell'America, il mito del Far West, della frontiera, dei pionieri che migravano verso l'Ovest coi loro carri coperti di tela, circondati da indiani ostili e da spietati fuorilegge, guidati da rangers coraggiosi e leali. Le selvagge foreste e le pianure popolate di bufali e di cervi erano la patria di uomini solitari e generosi, amanti della natura e di poche parole, leali con gli indiani e rispettosi di un codice di comportamento non scritto.

Il mito non era nuovo: nei primi decenni dell'Ottocento James Fenimore Cooper aveva fatto la sua parte nell'assecondare il fascino dell'esplorazione, la grandezza delle praterie e l'orgoglio nazionale americano. Il suo modello era un uomo forte e puro, leale e sensibile alla grandezza solitaria di una natura sublime. Il cercatore di piste e L'ultimo dei Mohicani sono fra i suoi romanzi più belli.

Anche se Buffalo Bill aveva girato l'Europa col suo circo alla fine dell'Ottocento, è tuttavia negli anni '30 che i grandi miti e le icone del West prendono corpo e diventano popolari: lo sceriffo Bill Hickok e Calamity Jane, il ranger Pecos Bill e la sua donna indiana Sue Pielleggero (Slue-Foot Sue), Davy Crockett e la battaglia di Fort Alamo. Ne sono interpreti Tom Mix e Douglas Fairbanks, e poi Gary Cooper, John Wayne e tanti altri.
Erano miti e modelli che sarebbero stati amplificati e diffusi dalla vittoria americana nella Seconda guerra mondiale e che, anche per questo, si affermarono subito come elementi di un'identità tutta positiva, come miti manichei, che avevano costantemente bisogno dei contromiti negativi: il fuorilegge contro lo sceriffo, l'indiano cattivo contro i pacifici pionieri, il messicano contro la nazione americana, il traditore contro tutti.

Una certa immagine dell'America resta indelebilmente segnata da queste immagini. Solo che gli eroi del vecchio West, i cow-boy, i ranger come parte della storia e della cultura americane del Novecento e come componenti dell'identità americana hanno ovviamente raggiunto anche la politica. Ed ecco allora che Reagan e Bush si sono presentati come presidenti cow-boy, ecco che hanno diviso il mondo in buoni e cattivi. Ed ecco che, d'altra parte, il mito del West non è più l'epopea della conquista della frontiera e la marcia della civiltà ma è diventato il ricordo del genocidio degli indiani. La parte dell'identità nazionale americana legata al West e all'Ottocento si è fatta controversa: ai vecchi film che esaltavano l'avanzata del progresso e delle ferrovie nell'Ovest si sono contrapposti i nuovi film postsessantotteschi (Il piccolo grande uomo, Soldato Blu, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, fino alla sensibilità ambientalista di Balla coi lupi).

Qual è il punto? Il punto è che mentre siamo impegnati a rimproverare all'America di essere l'agente principale della globalizzazione e di favorire la perdita delle identità locali e quando immaginiamo che la M gialla di MacDonalds e la Coca-Cola diano la stessa cifra americanizzata a Timbuctù, Gela e Hannover, rischiamo di dimenticare che col tempo e con l'irrompere della modernità, se ne stanno andando anche pezzi dell'identità americana.
E' bene? E' male? Non lo so.
So tuttavia che oggi, nonostante J. F. Cooper e Zane Grey, se si chiede a un americano che cosa possa essere il “codice del West” la risposta sarà sempre politicamente motivata. Il “rodeo”, il “lazo”, i mandriani, i valori del codice del West (lealtà, amicizia, generosità, ospitalità, fair play, integrità, amore per la natura, patriottismo antiintellettualistico) non sono più valori condivisi e niente – almeno per me che sono cresciuto con Nuvola Rossa e Sfida all'O.K. Corral – dà altrettanto chiara l'idea di quanto l'America sia divisa. I repubblicani conservatori pensano che l'eredità del West sia loro, mentre i democratici radicali pensano che i conservatori fanno benissimo a tenersi il loro generale Custer e il maschilismo dei cow-boy.
Solo Lincoln, nell'America dei nostri giorni, assomiglia a Garibaldi, un'icona nazionale che tutti rispettano.

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