TRA DECADENZA E SPAZZATURA
Il trash può essere arTe?
Ritorno alla spazzatura: quando il trash, prima che rifiutato, era rifiuto
Il trash nella sua definizione attuale è, fortunatamente, in agonia: tra le varie scorribande che si possono effettuare in rete alla ricerca dei vari significati del termine infatti, molti dei risultati riguardano direttamente un fondo fatto di scarti riconducibili ad un modello televisivo alla deriva. Guido Fabrizi, fotografo, ha di recente proposto al Cafè del Ripa Hotel di Roma “Trashvision.it”, una mostra di fotogrammi rubati al peggio della televisione nostrana dichiarando che l’esposizione non ha avuto “nessun intento moralizzatore, è stata solo uno sguardo obiettivo sulla tv contemporanea e sulle sue forme di decadenza”. La mostra ha trovato ragione d’essere nel luogo più adatto alla sua rappresentazione: le toilettes. Eppure, nonostante la televisione, il genere spazzatura è vivo e vegeto e si appresta a contaminare settori dai quali fino a poco tempo fa era per definizione escluso. Uno su tutti, quello artistico.

Viva la Trash-Art

trashart 1

Tradotto in parole, il trash applicato alle arti sembra ripartire proprio dal concetto di spazzatura, riappropriandosi del suo significato iniziale: quello di rifiuto. Sono in particolare il settore artistico e quello informatico ad assorbirne la terminologia e a contaminarsi con quanto spesso è stato ritenuto poco dignitoso o bollato come sottoprodotto culturale. Il tentativo è quello di sfruttare la capacità del trash di diventare spiazzante e provocatorio, qualora opportunamente ricollocato. Il Trashware è la neonata attitudine al riciclo dei pezzi informatici in disuso per nuove e più disparate ri-utilizzazioni (compresa la costruzione di obsoleti robot vecchio stampo). Una sua appendice è la Trashart, di cui diverse associazioni si sono fatte portavoce. Tra queste ne danno alcuni esempi l’associazione di promozione sociale “Golem” di Empoli, operante sul sistema Linux (http://golem.linux.it/index.php/Trash%21Art) o l’associazione culturale “Mastronauta”, che dà una precisazione sugli intenti di tale pratica: “Restituire dignità e significato agli scarti del consumismo, sperimentando nuove collocazioni nell'arte e nel quotidiano e' la linea ispiratrice del progetto Trash Art”.
L’unica via di salvezza per il trash oggi sembra così quella di mescolarsi a qualcosa d’altro, meglio ancora, di “alto”. Sacro e profano a braccetto: un po’ come accade per l’assunto di base della “Bad Painting”, una corrente molto diffusa fra i giovani artisti di tutte le nazioni, il cui intento principale è quello di “sminuire con immagini inutili, frivole e spesso volgari i temi ritenuti importanti ed al contrario, esaltare temi banali”.
La Bad Painting interessa principalmente la pittura, ma si concentra anche sui linguaggi sonori e visivi. Già in passato il trash è stato oggetto di interessanti esperimenti di contaminazione, ad esempio a livello musicale e cinematografico.

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film il papocchio

La capacità di mescolare sacro e profano in maniera spericolata la dimostra in pieno un film come “Il Pap’occhio” di Renzo Arbore del 1980. Il peggio della televisione di allora assieme ai più nobili sperimentatori (Benigni regala alcuni monologhi da antologia e Arbore ripropone, con un certo azzardo, il modello radiofonico sul grande schermo) è messo in scena niente meno che all’interno di San Pietro. Alé. Ritirato dalle sale per vilipendio alla religione (senza che se ne capisca la ragione, a parte una innata cecità del nostro paese a qualsiasi discorso critico che semplicemente includa il concetto di Chiesa), il film è ristampato e distribuito al cinema nel 1998, quando oramai le persone hanno assimilato ben altri toni offerti in maniera più che gratuita soprattutto dal mezzo televisivo. Eppure il film mantiene una capacità tutta sua di giocare con i limiti, finisce per spiazzare chi ci si trova davanti perché i suoi confini sono tutt’altro che definiti e definibili: “Il Pap’occhio” mette in scena il trash servendosi delle modalità con cui quest’ultimo si offre al pubblico, rimanendo così un oggetto sfuggente frutto di sperimentazioni e di un periodo in cui queste potevano ancora essere fatte con una certa dose di spensieratezza ed ingenuità.

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