I PIONIERI DEL CINEMA TRASH
Quando è che un'opera spazzatura diventa di tendenza? Per meglio dire... quand'è che si è capito che agitarsi in discoteca sulle note di “Ballo ballo” della Carrà era revival e non stupido?
Quando gli estremi, d’un tratto, diventano tollerabili
Per esserci, il trash deve segnare un estremo, vivere d’un qualche eccesso. Per qualche strano motivo accade che, a volte, qualcosa definito come spazzatura subisca nel corso del tempo e in determinati periodi storici una rivalutazione. E che la cultura definita ufficiale gli assegni uno spazio al proprio interno. Due registi molto diversi tra loro danno un esempio di come un percorso totalmente laterale rispetto a quello ordinario possa a volte tracciare (anche inconsapevolmente) nuove strade.

Ed Wood: Il peggior regista di tutti i tempi
Edward D. Wood, newyorkese classe 1924, riesce pienamente nell’intento di forzare il limite di ciò che può essere definito eccessivo. Ed Wood è un regista, si autoelegge regista: fin da bambino cerca di girare dei film autoprodotti. Una volta cresciuto il ragazzo viene allontanato da qualsivoglia studio cinematografico data la sua inettitudine e la sua incapacità di gestire in maniera logica una pellicola dall’inizio alla fine. Ma Ed Wood è un regista. Con produzioni al limite del ridicolo e mezzi visibilmente rimediati riesce a costruire una personale filmografia, tra horror impossibili e film di fantascienza in cui astronavi fatte da piatti ricoperti di carta stagnola si aggirano per lo schermo. Le trame dei suoi film (girati di solito in pochissimi giorni, a volte tre o quattro) regalano salti logici degni di una personalità multipla, segnata dall’eccesso anche nella vita reale: dedito al travestitismo, alcoolista e nevrotico, cerca di sbarcare il lunario nei suoi ultimi anni di vita girando pellicole softcore e pornografiche. Muore a soli 53 anni per un arresto cardiaco.

Wood è considerato da molti amanti del genere il vero capostipite del genere B-movie nella sua accezione moderna e il precursore del cinema cosiddetto indipendente. Così scrive Paolo Ruffini su Cinofile (www.cinefile.biz/edwood.htm): “Il trash risiede laddove il pubblico non ha la facoltà di comprendere o dove gli intenti di un autore sono inevitabilmente mediocri? Il trash è una forma espressiva compiuta e teorizzabile o un semplice taglia e cuci di situazioni errate in partenza? È un'icona dell'anti-Hollywood o un anti-genio? Wood ha vissuto nell'eterno timore di un asfittico anonimato e ne è uscito nel modo che ai più potrebbe sembrare indigesto: è il peggiore. Badate bene, non uno dei peggiori o un mediocre, ma "il peggiore". Una parabola triste, quella di Ed. Uno schiavo del successo mancato, uno schiavo di un alcolismo che non gli ha ripagato nemmeno un cent investito a spedire storie assurde, ma che lui riteneva vere. La verosimiglianza dei suoi film è la metafora di una vita consumata come una pellicola troppo usurata. E su tutto, la sua spaventosa lucidità. Il ripetere le battute degli attori, le fughe davanti alla polizia perché non aveva richiesto il permesso dell'occupazione del suolo pubblico per il cavalletto, la sua capacità di definire come 'dettagli' una scenografia che cade o il filo della canna da pesca che regge l'astronave”.

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Considerato “il peggior regista di tutti i tempi” dalla totalità dei cineasti, la sua figura ha subito come spesso succede una rivalutazione dopo la sua morte, avvenuta nel 1978. Un omaggio impeccabile e ottimamente realizzato è stato fatto dal grande Tim Burton con il suo “Ed Wood” del 1994 interpretato da uno straordinario Jonny Deep.

HAIRSPRAY, il Trash “ripulito”: la spazzatura non è tale se non è inconsapevole
Da poco è uscito in Italia il film “Hairspray: grasso è bello”, un musical che vede John Travolta nei panni di una madre caricaturale e complessata. Il film è un rifacimento di una pellicola del 1988 (“Hairspray”, appunto, con protagonista il famoso travestito “Divine” che anticipa Platinette di diversi decenni) di John Waters, altro regista estremo divenuto un’icona trash-punk nel corso degli anni ‘70 e gli inizi degli anni ’80 grazie a opere dove parodia, cattivo gusto e satira sociale vengono mescolati fino all’eccesso tanto da rendere l’universo visivo dei suoi film caricaturale, grottesco e in qualche modo autoreferenziale.
E’ da molti considerato un capostipite del camp(*1). E’ chiaro che, rispetto a Wood, lo sguardo di Waters è sia tecnicamente capace che pienamente consapevole del risultato. L’effetto straniante dei suoi film è dato dal fatto che, sebbene i canoni estetici di Waters siano legati al kitsch, la messa in scena delle sue pellicole viene fatta sotto il segno dell’avanguardia e della provocazione.

Questa miscela ha sempre collocato il regista in una posizione di netta antitesi rispetto allo sguardo perbenista e patinato con cui il cinema americano descrive la propria società.. Paradossalmente, dati i toni molto più attenuati rispetto alle sue opere precedenti, sarà proprio “Hairspray” a sancire l’entrata di John Waters nella cinematografia ufficiale e a consentirgli, di lì a poco, di usufruire di attori noti come Jonny Deep (in “Cry Baby”) e Katleen Turner (ne “La signora ammazzatutti”). Ma siamo lontani dagli eccessi di “Mondo Trasho” (1969), “Pink flamingos” (1972) o “Polyester” del 1981 (dove con una tecnica usata per la prima volta si poteva, attraverso un cartoncino con tacche da strofinare, associare ad un determinato segnale gli odori annusati dai personaggi).

Senza questi eccessi, per registi come Sam Raimi (definito da alcuni l’inventore dell’horror comico), pienamente accettati e a volte osannati dall’industria cinematografica, il mondo della pellicola sarebbe rimasto soltanto un miraggio. In conclusione, Hollywood si piega al trash o è quest’ultimo ad attenuare i toni per entrare di fatto nel mercato ufficiale? Si può dire che l’uno faccia qualche passo nella direzione dell’altro, con diversi ruoli e precise conseguenze: la cultura ufficiale si trova a delineare i canoni per cui un’opera in un determinato periodo storico viene definita trash, fino a che non arriva il momento in cui decide che un certo tipo di spazzatura è bella o di tendenza (vi ricordate quand’è che è stato deciso che agitarsi in discoteca sulle note di “Ballo ballo” della Carrà era revival e non stupido?); a quel punto capita spesso che il trash scelga di emulare se stesso, offrendo una caricatura sbiadita di un qualcosa di per se già fortemente caricaturale, finendo per perdere i suoi tratti spontanei ed originari.
Si direbbe che il Trash, per essere accettato dal pubblico come tale, possa funzionare solo nel momento in cui riesca ad esistere in maniera totalmente inconsapevole.

(*1) Da Wikipedia, enciclopedia libera online: “Il termine camp si riferisce all'uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell'arte, nell'abbigliamento, negli atteggiamenti. Il fenomeno è portato all'attenzione accademica, oltre che durante la rivalutazione delle culture popolari avvenuta negli anni '60, negli anni '80, periodo dell'ampia diffusione del discorso Postmoderno applicato all'arte e alla cultura”.

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“Plan 9 from Outer Space” (1959) di Ed Wood
(A questo link trovate un’anteprima dell’inverosimile lavoro di Wood: http://www.youtube.com/watch?v=dvTPSYuAeGE).
“Polyester” (1981) di John Waters.

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