CHE MI FREGA DELL'ITALIA?
L’Italia vista dall’America: Beppe Grillo e non solo…
Si tiene in questi giorni a Chicago il “processo del secolo” contro la criminalità italoamericana, che qui si chiama, invece che Cosa nostra, Chicago outfit (traduzione: qualcosa come “la ditta di Chicago”). Gli ingredienti sono come quelli del Padrino e della serie televisiva dei Soprano’s: cadaveri nel portabagagli della Cadillac, vendette trasversali, gioco d’azzardo a Las Vegas, omertà e tradimenti. Frank Calabrese (qui lo pronunciano Calabrìs) , James Marcello, Joseph “the Clown” Lombardo, Tony Accardo sono alcuni dei gangster (ormai quasi ottantenni, fotografati sorridenti attorno alla tavola di un ristorante) accusati di decine di omicidi grazie alla testimonianza di Nicholas Calabrese, fratello di Frank che confessando 14 omicidi si è messo nel programma di protezione dei testimoni dell’FBI.
Proprio mentre il processo era in corso, sono arrivate le notizie della strage calabrese di Duisburg: criminalità organizzata, intrecci di vendette familiari, ristoranti italiani dove si tengono riunioni della cupola e regolamenti di conti. Questa è un’immagine dell’Italia sulla stampa americana di fine agosto.

Altra immagine: gli echi di Beppe Grillo e della Casta. Decine di articoli sui quotidiani hanno riproposto l’idea della corruzione dei politici italiani e del loro linguaggio bizantino. Qui, la gente è abituata a sentir parlare i politici sui loro programmi e conosce le loro proposte pratiche espresse in forma semplice e chiara (tipo: “intendo migliorare il sistema scolastico aumentando i finanziamenti agli asili nido”). Inoltre la piccola corruzione è perdonata se la politica funziona. Nessuno capisce le “convergenze parallele”, le “riforme di struttura”, la quercia, l’ulivo e la margherita, Forza Italia e il partito dei pensionati in un paese nel quale nessuno è in grado di dire perché l’Alitalia e i taxi non funzionano mai (questo lo dicono molti turisti americani). Qui ci sono i Democratici e i Repubblicani lontani anni luce dai machiavellismi della piccola politica italiana.

Malavita organizzata e politica, tuttavia, non sono i soli simboli che vengono in mente quando qui si parla dell’Italia. C’è, per fortuna, l’Italian way of life, l’Italian style. Nell’immaginario americano è un modo di vita rilassato e edonistico, fondato non solo sul buon cibo, ma anche sul buon gusto e sull’eleganza. Tutti, nel ceto medio che legge i giornali, vorrebbero vivere in Italia.
Ma non illudiamoci. L’Italia, e più in generale l’Europa, non fanno parte del pane quotidiano degli Americani. L’isolamento, a volte orgoglioso e a volte dolente, è una delle sensazioni principali che attraversano un paese che si sente distante dall’Est e dall’Ovest, dal Nord e dal Sud del mondo. E’ un paese ricco e potente, la gente lo sa e molti preferirebbero che le sue risorse fossero impiegate al proprio interno piuttosto che per aiutare o per dominare il resto del mondo. Resto del mondo che, come l’Europa, sembra più disposto ai sentimenti antiamericani che alla gratitudine. Per molti americani noi siamo come dei nobili decaduti e arroganti.

Se è vero che nel gioco delle identità il modo col quale l’altro ci guarda aiuta a capire sia noi sia l’altro, allora dovremo riflettere su quello che un commensale, l’altra sera a cena, ha detto sull’Italia e sull’Europa. Si parlava, come dei vitelloni in una città di provincia, di politica e della guerra in Iraq, dell’ONU e dei conflitti in Medio Oriente. “Italy? Europe? – ha detto Ted –, I don’t give a shit!” (“Dell’Italia e dell’Europa, non mi frega un cavolo!”). Credo che questo sia un sentimento diffuso in America.

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