IL RUMORE DELLA POLITICA
Le elezioni presidenziali: caUcus e priMarie
È tempo di discutere delle prossime elezioni presidenziali americane che si terranno il 4 novembre 2008, fra più di un anno, perché qui in America il rumore della politica è forte, e ne saremo bombardati anche noi, in Europa, per i prossimi 14 mesi.
Chi saranno i contendenti finali non è possibile dirlo: la decisione spetta alle convenzioni democratica e repubblicana che si terranno la prossima estate alla fine di agosto e ai primi di settembre e la corsa verso la Casa Bianca è ancora molto lunga. Alcuni candidati sono molto conosciuti: Hillary Clinton, Barack Obama, John Edwards fra i democratici; Rudolph Giuliani, John McCain, Mitt Romney per i repubblicani. Altri stanno sullo sfondo, pronti a emergere nei prossimi mesi.
Gli issues, le questioni politiche che sembra potranno decidere l’orientamento degli elettori sono: prima di tutto la guerra in Iraq, per la quale si cerca una exit strategy (nessuno dubita più della necessità di un ritiro; la questione riguarda solo i tempi e i modi di esso, e il desiderio di evitare un fuggi fuggi alla Saigon); in secondo luogo i problemi delle responsabilità dello Stato federale verso i cittadini: tasse, sistema scolastico, welfare, sistema sanitario che sono percepiti deboli e male organizzati; in terzo e ultimo luogo, la necessità di qualcosa di “nuovo” a Washington, e cioè l’alternativa fra l’idea della necessità dell’esperienza in politica e il desiderio di facce e di linguaggi nuovi.

La selezione dei nuovi candidati per la campagna finale è molto complicata: la scelta spetta alle Convenzioni dei due partiti, ma i delegati alle Convenzioni sono selezionati con procedure diverse. La più singolare, e anche significativa per la politica e l’opinione pubblica è il cosiddetto Iowa caucus, che si terrà probabilmente a metà gennaio.
Il caucus era la riunione dei saggi nella tradizione degli indiani Algonquini. Nello Iowa di oggi, i caucuses ricordano il sapore antico di comunità che scelgono i loro cittadini a rappresentarli: in scuole, o stazioni dei pompieri, o anche in edifici privati si raccolgono gli elettori registrati in una delle 1784 comunità (c’è ovviamente il caucus repubblicano e quello democratico, a volte poche decine di persone), scelgono per alzata di mano o per divisione in gruppi (un gruppo va a destra, uno a sinistra, ecc.) chi sarà il candidato che andrà al caucus della contea e poi su su, fino allo Stato.

Poi ci saranno le primarie in New Hampshire, South Carolina e Florida. Subito dopo, il cosiddetto supermartedì (il 5 febbraio 2008), con le primarie in ben sedici stati. Infine si snocciolerà il rosario degli altri stati fino al 3 giugno 2008.
Le primarie si tengono con lo stile di vere e proprie elezioni. Possono votare solo i cittadini che si sono registrati come elettori per l’uno o per l’altro partito. La registrazione per un partito non implica di votare per il candidato di quel partito alle elezioni presidenziali. In alcuni Stati, le primarie sono “aperte”, nel senso che non si prevede la registrazione preliminare di un elettore.

I delegati scelti per rappresentare la volontà degli elettori registrati alle Convenzioni democratica e repubblicana dei vari Stati, a loro volta, sono legati da discipline differenti che rendono la previsione ancora più difficile. In alcuni casi, il loro mandato è obbligatorio e unitario: la maggioranza degli elettori li sceglie e li delega alla Convenzione per votare in blocco per X e non per Y. In altri, la divisione dei delegati si estende nel loro voto per i candidati presidenziali: alcuni sceglieranno X, altri Y. E fin qui si è solo discusso della scelta del candidato, che poi sceglierà il suo vice col quale formerà il cosiddetto ticket.
A questo punto comincerà la campagna presidenziale vera e propria: due repubblicani contro due democratici.

Il fatto è che tutto il processo elettorale per le presidenziali americane non è regolato da norme federali, valide per tutto il paese, ma da ogni singolo Stato. L’idea è quella della difesa dei diritti e delle prerogative delle comunità locali, che si prevede votino non per “il presidente”, ma per “gli elettori di un candidato”. Ogni Stato ha, anche in questo campo, regole e leggi diverse ed ha anche un numero diverso di “grandi elettori” in parte basato sulla popolazione: del totale di 538 voti elettorali, il Montana e il Wyoming ne hanno 3 , la California ne ha 55, il Texas 34, lo Stato di New York 31, ecc.
Ma di queste e di altre cose altrettanto noiose dovremo riparlare durante la campagna elettorale del prossimo anno.

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