LEGGEREZZA POETICA
quella di chi va per la sua strada come Daniele Silvestri. Quella di chi sa viaggiare sempre al centro dell'animo come David Sylvian. Quella di chi sa mischiare le sue radici brasiliane con il jazz e il rock contemporaneo come Caetano Veloso.

Daniele Silvestri
Daniele è testardo. Lo sa bene il padre scrittore quando a 16 anni il figlio gli pone la fatidica richiesta: il motorino. Daniele Silvestri è tenace. E al posto del motorino riesce a ottenere una tastiera nuova fiammante. Che segna l’inizio della sua carriera musicale. Tra le note jazz della madre e il cinema, tra i fumetti e la Roma de' Roma, il nostro decide subito per la soluzione migliore: un calderone culturale dove entra tutto, nulla escluso, che rimane ad oggi a rappresentare il suo più grande valore. Daniele Silvestri è ‘de coccio. E lo deve sapere bene dopo che L’uomo col megafono viene accolto nella freddezza generale a Sanremo nel 1995.
I testi impegnati rimangono, la scrittura musicale poliedrica anche. Mischiando tutto quello che gli arriva a portata. Cantautorato, reggae, stornelli, rock, caraibica, jazz, blues, continuate voi l’elenco. Perché Daniele Silvestri, me lo ha suggerito lui, è De Chirico. Nel senso che ha un controllo diabolico, quasi artistico, del suo stato psicofisico. Forse è questo allora il segreto con cui riesce a passare con facilità dall’impegno politico più schierato al refrain da spiaggia di Salirò e La Paranza. Con la leggerezza di chi va per la propria strada, perché sa che è giusta. L’ho già detto, mi pare: Daniele Silvestri è testardo.
1 Ravenna, Arena Pala de Andrè
5 Genova, Palasport
6 Alessandria, Parco Castello di Marengo
8 Bologna, Parco Nord
11 L'Aquila, Piazza Duomo
13 Reggio Emilia, Campo Volo
15 Perugia, Piazza IV Novembre

David Sylvian
Il Sacerdote della Grazia muove lentamente i primi passi, evocativi e melliflui quanto la sua musica. Spiritualità e raffinatezza si legano subito al nome di una voce ipnoticamente gentile, quasi elfica. I tempi dei Japan, la band che anticipò i New Romantics fino all’inizio dei fatidici ’80, sono lontani, ma sin da subito mettono in luce un leader capace di fondere con dolcezza elettronica pop e sperimentazione avanguardistica. La sua carriera solista appare, però, come un viaggio piuttosto che un racconto. Un’opera aperta tra emozioni, paure e timori dell’uomo del mondo, a metà tra oriente e occidente. Non è un caso che la collaborazione che lo consacrerà al mondo sarà quella con Ryuchi Sakamoto nell’immortale Forbidden Colors. E tante altre dopo: da Jon Hassell a Kenny Wheeler, a Derek Bailey, a Robert Fripp. E poi si uniranno i successi solisti degli anni ’80: dalle scorribande elettroniche di Gone to Earth, insieme Fripp, ai delicati fiori di Secrets of the Beehive, ancora con Sakamoto. Una poesia elegantemente intellettuale, incurante delle accuse di naif, sempre in viaggio al centro dell’animo. Che si divide anche fra avventure extramusicali, come le istallazioni artistiche o le fotografie. Fino al grande ritorno nel 2003 con Blemish. Il ritorno del Sacerdote, delicatamente tempestoso. 
23 Milano, Conservatorio Sala Verdi
24 Reggio Emilia, Teatro Valli
26 Conegliano Veneto, Teatro Accademia
27 Roma, Auditorium Della Conciliazione
29 Torino, Teatro Colosseo

Caetano Veloso
Quando si raccontano le leggende servono sempre un caminetto e degli spettatori dagli occhi ingenui come bambini. La storia di Caetano Veloso è perfetta per questo quadro: capostipite di una generazione che dagli anni ’60 in poi ha stravolto il mondo musicale (e non solo…) brasiliano assieme alle avanguardie della MPB (la mùsica popular brasileira), ha saputo mischiare il viaggio esotico all’esilio e al finale ritorno del figliol prodigo. La fuga del 1968 con l’amico Gilberto Gil, dettata da ragioni politiche, lo ha tenuto fuori per quattro anni dalla beneamata patria restituendolo, però, alla leggenda. Dalla swingin’ London Veloso riporta il tropicalismo, una musica impura intrisa di bossa e beat, di elettricità reggae, funk e tradizione verdeoro. Ne nasce una leggenda che arriva sino ai giorni nostri, adorata nel suo paese quanto all’estero. Capace di continuare, a differenza di altri suoi colleghi, a portare avanti l’approfondimento delle radici brasiliane a contatto con il jazz e il rock contemporaneo. O anche esportarle fuori dalla musica, con le collaborazioni con i registi Almodovar e Antonioni, o con il tributo a Fellini. Un ritratto di una carriera dove la leggenda si è autoalimentata diventando un’icona del proprio paese, con quel significato così orgogliosamente popular che tante stelle non hanno mai visto.
29 Roma, Auditorium Parco della Musica

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