STARBUCKS, IL THIRD PLACE!
Il caffè americano: luuuuuungo, ONNIpresente, trasparente, black, vagamente di sinistra, moderno, da chiacchiera, da colazione, da pasto, da cena, da MUG...

Il mondo del caffè è un mondo globale e locale. Lo si può avere ovunque alla turca o all’italiana, mentre la caffettiera può essere alla napoletana o alla francese. Ormai anche nei nostri bar italiani molti chiedono il caffè “americano”. George Clooney sogna invece l’espresso, e con lui molti americani. D’altra parte, Starbucks coffee è una compagnia americana quotata in borsa con un fatturato di 7000 miliardi di dollari e, proprio per questo, c’è un sito Internet che si chiama ihatestarbucks (odio Starbucks) o qualcosa di simile. Ce n’è anche un altro che si chiama starbucksgossip. Sta per uscire un film su Starbucks. Cerchiamo di capire di che si tratta.
In America il caffè è una bevanda comune, sociale, diffusissima da un paio di secoli. Lo si beve sempre: mattina, pomeriggio e sera in grande quantità; ci si pasteggia anche se si mangia un hamburger con cipolle, ci si chiacchiera, ci si fa colazione, si porta in giro bollente in bicchieroni da mezzo litro, ci si rinfresca con caffè ghiacciato e frappuccino (una specie di gelato di cappuccino) e, infine, è un elemento di distinzione e di separazione, di controversia e di differenziazione.
In primo luogo, il caffè all’americana non è molto diverso dal caffè del nord Europa: è lungo ed è di solito fatto in casa o al ristorante con la tecnica del percolator (una macchina elettrica porta l’acqua a ebollizione e poi la fa passare sulla polvere di caffè che viene trattenuta da un filtro di carta). Cambiano i gusti nella tostatura e nelle miscele, ma la bevanda è quella: lungo, trasparente, di solito bevuto black (senza zucchero e senza latte), in una tazza senza piattino che si chiama mug.
Il fatto è che a partire dagli anni ’70 (si potrebbe dire anche in questo caso dopo il ’68) si sono sviluppate due linee di tendenza: da una parte c’è stato un rifiuto della massificazione di tipo radicale (diciamo di sinistra) che ha valorizzato qualità e gusti non americani. Al posto della classica, vecchia miscela Maxwell House si è cominciato a desiderare un caffè diverso, esotico. Dall’altra, la cultura edonistica del ceto medio metropolitano ha seguito la strada verso il caffè “di qualità”. La risposta a questa duplice tendenza si è chiamata Starbucks, una piccola ditta creata a Seattle nel 1971 da tre intellettuali. Oggi, che ha una decina di migliaia di caffè sparsi per il mondo e 130.000 dipendenti, Starbucks è diventata un’icona americana come Mac Donald’s e la Coca Cola, ma ha voluto mantenere un suo profilo politically correct.
I caffè Starbucks come luoghi di ritrovo hanno ancora un carattere di ambienti per intellettuali: sono spesso collegati a librerie (come Borders o Barnes & Noble), offrono in lettura quotidiani non locali, propongono spazi per la lettura personale e connessioni wireless. E infatti quando si passa davanti a un caffè Starbucks non è raro vedere persone che leggono, studiano o usano il computer seduti comodamente. Starbucks ha scommesso sull’idea del third place, il posto dove si passa il tempo che non è né la famiglia né il lavoro, e ha vinto. Ha scommesso sulla politica del non-smoking, e ha vinto. Ha seguito la corrente un po’ conformista della pruderie americana quando ha cambiato il simbolo da una sirenetta a doppia coda con il seno scoperto a quello di una sirena stilizzata senza seno e sembra che abbia vinto. Probabilmente, anche il nome proviene da una vocazione marinara come il simbolo della sirena: Starbuck è un personaggio di Moby Dick e Seattle è una città di mare, aperta sul Pacifico.
Ma, alla fine, Starbucks vende caffè. Com’è il caffè di Starbucks? Buono. Si può scegliere fra una trentina di tipi, in buste da una libbra (poco meno di mezzo chilo) che costano fra i 9 e i 15 dollari. C’è il Kona, il brasiliano Iponema, il Nariño colombiano, l’ Ethiopia Sidamo e il Caffè Verona.
Io uso House Blend in chicchi, me lo macino fine ma non troppo al supermercato e, alla fine, quello che bevo è meglio del caffè Illy o Lavazza che bevo in Italia.
Aromi giusti, miscele serie, tostature magistrali. Certo, c’è di meglio.
Ma i caffè in competizione con Starbucks (come ad esempio Intelligentsia) propongono chicchi, non stili di vita. Se invece si è vagamente di sinistra, studenti, ceto medio colto, con un ragionevole e moderato orgoglio americano, se si vuol essere moderni o ci si sente parte di minoranze in cerca di integrazione, allora si passa, o si vorrebbe passare, qualche ora da Starbucks all’angolo della strada in qualunque città americana.


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