Rock e rabbia? In versione naif
Dalle pulsazioni sonore dei Chemical Brothers al crossover dei Red Hot Chili Peppers passando per gli estremismi degli Who

CHEMICAL BROTHERS
Quando Kant si chiedeva cosa fosse il Sublime, credo in quel momento abbia avuto la sensazione di raggiungere un apice della conoscenza. Quest’epoca postmoderna, forse gli ha dato ragione. Fatto sta che gli eccessi del nonsense, del naif poche volte riescono a essere superati; e allora l’unica cosa più naif del naif è intellettualizzare il naif. Chemical Brothers=naif. Questo dice l’assioma. Proviamolo.
Prendete due dj (naif facile). Che poi nel 1989 sono anche due studenti di Storia Medievale alla Manchester University (naif medio-facile). Che ascoltano hip-hop, punk rock, psichedelia e dulcis in fundo anche dance (naif difficile). Prendeteli, dunque, e fategli mixare tutto questo (naif estremo). Ergo Chemical Brothers. Nel periodo di massimo splendore del Big Beat londinese, quando la Betlemme del rock diventa la Sodoma (o Gomorra fate voi) della dance, i Chemical Brothers rappresentano l’ala oltranzista di un intellettualismo nascosto del quattroquarti techno. Mixare come arte. Almeno tanto quanto gli aedi greci ripetevano i versi dei poeti re-interpretandoli. Il suono come pulsazione. Violenta, feroce, come il punk rock; scanzonata anche. Scoprire nuove sonorità evitando clichè, no anzi, mixando i clichè. Il naif della dancefloor diventa Sublime tra le loro mani, si confonde con ciò che maggiormente vorrebbe rifiutare. L’assioma si chiude: naif=Chemical Brothers.
15 Idroscalo, Milano
16 Palalottomatica, Roma

RED HOT CHILI PEPPERS
Sono successe tre o quattro cosette da sapere prima che i Red Hot Chili Peppers, oggi perfino ripuliti, quasi pronti per una sfilata, diventassero un’icona rock della MTV o eMpTyV generation. Si fa presto, però, a dire ‘ecco la solita band rockettara che ha deciso di fare i soldi’. Si fa presto pure a classificarli rock. Quando questi quattro ragazzi, casinisti, fracassoni, dipendenti da droghe varie e dal faccino poco affidabile mettono su la propria band liceale si parte dal duo Anthony Kiedis (alla voce) e il leggendario Flea (al basso). Punk, rock, new wave. E per quale ragione potrebbe mai entrarci il rap? Cosa? Il rap? I Public Enemy non avrebbero apprezzato e i Bestie Boys non sembrano fregarsene troppo del rock… Nasce il crossover. Nasce nelle cantine e nei pub scalcinati. Certo quando arriva il contratto con le major è difficile resistere. I 4 enfant terrible si devono dare una calmata. E arrivano i classici indimenticabili contenuti in Blood sugar sex magik, anno di grazia 1991. Che ancora oggi rappresentano un punto di riferimento imprescindibile. Da li nasce la macchina da soldi. Da li nascono gli imitatori. E se il successo continua, vorrà pur dire che un po’ di anima dannata i quattro ragazzi non l’hanno persa. A proposito ma suonano rock o crossover?
28 Stadio Friuli, Udine

THE WHO
Se suonare è un gesto, nessun gesto come la chitarra distrutta, dilaniata, sfasciata a terra marchio di fabbrica di Pete Townshend può sintetizzare la storia della sei corde elettrica. Un gesto, che diventa icona, come i The Who, icona della sottocultura Mod, quella fatta di rabbia e ribellione serbatoio imprescindibile delle mode anni ‘60. Un nome, quello della band inglese formatasi nel 1964, che vuol dire storia. E i protagonisti già allora si poteva capire come non potevano mostrare altri segni se non energia: Roger Daltrey alla voce, Pete Townshend alla chitarra, John Entwistle al basso e Keith Moon alla batteria. Nomi che ancora mettono i brividi a chi quegli anni li ha vissuti. Live travolgenti ed estremi li lanciano sin da subito nell’Olimpo del rock’n’roll, come quando nel ’76 al Charlton Athletic entrarono nel Guinness dei primati per il concerto più rumoroso della storia, fino all’apice della follia e della dannazione. La nèmesi degli Who si chiama Tommy, l’impareggiabile rock-opera, il mostro creato da Pete Townshend che rappresenta forse il momento più alto del gruppo, ma anche l’inizio della disgregazione. Dissapori, liti interne, ma soprattutto droga: il feuilletton rockesco e dannato lo scrivono loro. L’acme tragico arriva con la morte di Keith Moon. Overdose. Gli Who non possono essere più gli stessi. Continuano i tour, ritrovano il gusto delle reunion, ma i fan capiscono ciò che si è rotto. We’re in here for the money diceva Frank Zappa. A volte non serve suonar bene una chitarra. Basta saperla rompere.
11 Arena di Verona

Gli imXdibili

Cappello a cilindro
1 Alpheus, Roma

Gods of Metal
2,3 e 30  Idroscalo, Milano

White Stripes
7 Idroscalo, Milano

Pearl Jam
15 Parco San Giuliano, Milano

Queens of the Stone Age
18 Alcatraz, Milano


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