la posSibilità di un istAnte perFetto
L'usura del deSiderio, la fuggevolezza del crepuscolo, l'osSeSsione amorosa.

Da 2 fratelli francesi, una commedia amorale sugli scambi di coppia come antidoto all’usura del desiderio.
C’è una tradizione del film francese la cui origine è antica quanta la storia del cinema. Risale probabilmente al romanzo classico del XVIII secolo e attraversa il cinema francese degli anni '30, '40 e '50, gli autori maggiori della Nouvelle Vague, per trovare finalmente la sua forma edulcorata nelle produzioni televisive, a partire dagli anni '80. Questa tradizione consiste in un dosaggio lambiccato di critica della società, naturalismo sociologico, realismo psicologico ed è segnata dal pessimismo nell’analisi della grettezza umana e da un’ironia distaccata nel modo del racconto.

Secondo questa “scuola francese” - che è ovviamente una visione del mondo - le apparenze sono sempre ingannevoli.

Dietro la facciata (borghese, familiare, sociale) c’è sempre un affresco segreto da riportare alla luce, cadaveri pieni di piaghe negli armadi, frustrazione e amarezza sul fondo.
Il primo obiettivo di Incontri d’amore, film dei fratelli Larrieu, è quella di cogliere in contropiede, con tenacia, il modello nazionale (che ha dato i suoi capolavori, vedi Chabrol) e di non nascondere niente a nessuno.
Incontri d’amore è una storia senza segreti: i ciechi sono veramente ciechi, i seduttori seducono davvero e il piacere è senza controparte, schietto e ingiudicabile.
William e Madeleine sono una coppia di mezza età, avviata verso il tramonto: la loro vita è scandita dall’imminenza del ritiro, dall’usura del desiderio, eclissato in una tenerezza fraterna, e da un sentimento diffuso di vacuità e di inutilità del tutto.
Malinconie attenuate soltanto dalla quiete e dal conforto di un’esistenza borghese. Spunta allora, da un villaggio di Vercors, una tenuta di campagna dalle virtù rasserenanti, dove vivono un uomo cieco, Adam, assistito da una moglie affascinante, Eva, che compiono il miracolo insperato: in William e Madeleine il desiderio rivive ancora.
Con malizia divertita, Arnaud e Jean-Marie Larrieu osservano questi due genitori modello diventare scatenati baccanti, trasformarsi in due piccoli animali mossi soltanto dall’appetito (il sentimento di essere ancora vivi, l’ondata rigenerante del piacere) che li travolge dopo i primi imbarazzi.
L’utopia poetica del film è di credere alla possibilità di un istante perfetto. Questo istante perfetto trova la sua forma visiva nell’ora magica, il tramonto, quel momento fragile del giorno che declina, in cui il mondo si offre allo sguardo per l’ultima volta prima di sparire. Il crepuscolo non è più il luogo romantico di uno scontro tra ombra e luce ma piuttosto il tempo della perfetta conciliazione. Come i corpi e i desideri, il diurno e il notturno si compenetrano, si fondono per formare una piccola armonia quasi cosmica.
La pienezza del film cerca, a suo modo, di abbracciare questa esalazione panica della natura, questa vasta germinazione del mondo, tra la chiarezza delle montagne e il cielo, la Francia rurale e i vagheggiamenti idilliaci cantati da Brel e dipinti da Gauguin.
La morale ultima di Incontri d’amore, edonista e senza sensi di colpa, è che il desiderio è più forte del suo oggetto, sopravvive a colui che lo suscita, e soprattutto non deve fissarsi su un soggetto d’elezione, ma rimanere una potenza capace di accogliere tutto ciò che gli si offre. L’essenza della vita, ci dicono Madeleine e William, è desiderare sempre e ancora, a tutta forza, finché il dolce crepuscolo della sera non cederà il passo alla notte che avanza.
Incontri d’amore di Arnaud e Jean-Marie Larrieu, dal 7 aprile

La naTura, PROBABILmente
Intervista a Arnaud e Jean-Marie Larrieu

Nel cinema francese l’ascensore sociale sembra ogni anno + bloccato e qualcosa sembra essersi rotto tra gli autori e l’industria. I giovani registi si affidano a film minuscoli dalle ambizioni neo-pauperistiche, mentre i grossi budget vengono affidati a specialisti che arrivano da altri orizzonti, la televisione e la pubblicità. In questo panorama, i fratelli Larrieu sono una piacevole eccezione. Ciascuno dei loro film gli è valso un riconoscimento crescente e Incontri d’amore incarna la figura dell’operina perfetta: intelligente e popolare, piazzata in una posizione sempre più deserta, occupata in passato da registi di grande lignaggio come Truffaut, Pialat
o Téchiné: il centro del cinema francese.
E’ stato facile produrre Incontri d’amore dopo il successo di Un homme, un vrai?
A: Le condizioni non sono state proprio confortevoli.
JM: I finanziatori, quando hanno letto la sceneggiatura non erano per niente entusiasti.
A: La rete televisiva France 3 ha detto di no, Artè lo stesso, ha accettato France 2 ma dopo averci pensato molto e con una partecipazione assai poco calorosa. Hanno pensato che, nonostante la presenza di attori celebri, il film raccontasse una storia da seconda serata televisiva, piuttosto che da prime time.
JM: Quando abbiamo scritto Incontri d’amore, ci siamo detti: “bisogna farlo”. Abbiamo cercato di occupare un posto che non fosse quello, sempre più marginale, del cinema d’autore, ma di avere attori celebri - ce ne sono anche di bravi – per tentare di fare un film che potessero vedere un certo numero di persone. E’ un peccato lasciare tutto lo spazio del cinema popolare a film commerciali senza ambizione.
Mi sembra che la luce crepuscolare che caratterizza il film abbia una funzione non solo fotografica ma anche simbolica…
A: Idealmente è quello che volevamo. La metà delle scene ha questa indicazione sulla sceneggiatura: crepuscolo. Una parte del giorno che, al massimo, dura 3 minuti.
Se avessimo avuto a disposizione 6 mesi, avremmo potuto filmare 3 minuti di luce naturale al giorno, ma dovevamo girarlo in 6 settimane. Ci siamo riusciti grazie al nostro direttore della fotografia e alla luce artificiale.
JM: C’era la volontà di raffigurare anche visivamente queste due coppie al crepuscolo, ma più che un valore simbolico volevamo che la luce regalasse una temperatura emotiva calda e partecipata.
Spesso in Francia fanno il nome di Renoir per parlare del vostro dichiarato amore per la natura, vi infastidisce il confronto?
A: Non ci irrita, ma francamente non vedo nessun rapporto di somiglianza. La natura l’abbiamo vissuta, crescendo tra le foreste e sulle montagne. Credo che Renoir sia nato e cresciuto dentro la pittura, nello studio di suo padre. La nostra infanzia è piuttosto simile a quella descritta in Mes petites amoureuses da Jean Eustache. In ogni caso, il nostro amore per la natura non passa attraverso il cinema.

IL + CRUDELE dei mESI
Una Pasqua dimessa, quest’anno. I distributori italiani, all’affiorare dei primi caldi pre-estivi, sembrano sempre più affetti da una preoccupante allergia al rischio. Non li aiuta il cinema hollywoodiano, in pieno stallo creativo, se è vero che continua a saccheggiare il suo repertorio di classici con remake aggiornati tecnologicamente (The Fog dallo splendido fairytale di John Carpenter, 14 aprile), a far fruttare i colpi ben assestati con sequel d’ordinanza (Scary Movie 4 e L’era glaciale 2, dal 28 aprile ) e a spremere i musical di successo (Rent, 21 aprile).
Per fortuna esistono autori di classe come Spike Lee e Robert Altman che raramente centrano due film di fila: il primo ricuce il suo sodalizio con Denzel Washington in Inside Man (7 aprile), un thriller che prende di mira i meccanismi occulti del potere finanziario; il secondo, trent’anni dopo Nashville, torna raccontare l’America attraverso le canzoni country in Radio America (28 aprile), opera che ha suscitato grandi entusiasmi all’ultimo festival di Berlino.
Irritazione e sconcerto hanno invece accolto la decisione di Steven Soderbergh di distribuire il suo Bubble contemporaneamente in sala e in home video. Al di là delle polemiche sullo sfruttamento commerciale del film, Soderbergh sembra perdersi dietro la sua recente infatuazione per le nuove tecnologie digitali, questa volta applicate ad un triangolo amoroso con il morto.
Animazione in 3D (Uno zoo in fuga, 13 aprile), film strappalacrime a comando (E se fosse vero…, 14 aprile), grandi attori in declino (Harrison Ford in Firewall, 21 aprile) o affetti da troppa gigioneria (Al Pacino in Rischio a due, 28 aprile) completano la parte meno esaltante del quadro hollywoodiano.


NO USA
Le rare uscite che non issano bandiera americana annoverano una mielosa british comedy per bambini con l’antipatica Emma Thompson (Tata Matilda, 7 aprile), la traduzione cinematografica (tedesca!) del best seller Le particelle elementari (21 aprile) di Michel Houellebecq e La guerra dei fiori rossi di Zhang Yuan, delizioso apologo su un bambino incapace di obbedire.


APRILE ITALIANO
Il cinema italiano può schierare un buon pugno di film: attesissimo è Il regista di matrimoni (28 aprile) di Marco Bellocchio che, come ne L’ora di religione, racconta attraverso il volto di Sergio Castellitto la storia di un uomo in crisi, schiacciato dalla noia del quotidiano e dalle convenzioni religiose. Bellocchio ha paragonato suggestivamente il suo antieroe a Teseo nel labirinto: rabbiosamente sospeso tra la passione che lo sostiene e i suoi desideri irrealizzati.
Molta curiosità suscita l’esordio alla regia di Kim Rossi Stuart, Anche libero va bene, film che si affida a un protagonista bambino (Alessandro Morace) per sondare le insicurezze degli adulti. E se domani (14 aprile) restituisce invece al cinema una coppia che ha collaudato da tempo la bontà dell’assortimento: le due “iene” televisive Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu. Sceneggiato dallo scrittore Francesco Piccolo, il film di Giovanni La Parola vuole essere una sorta di Jules e Jim all’italiana e ricerca il giusto equilibrio tra i toni della commedia e gli accenti elegiaci. E infine Mater Natura, la sceneggiata napoletana in versione trans diretta da Massimo Andrei: non dovesse essere più riuscito del lotto, di sicuro è il film più originale e scanzonato, anche grazie a Vladimir Luxuria.

L’ULTIMO PEZZO DEL PUZZLE
Talvolta le riedizioni dei classici in dvd, riportando alla luce un segmento, un frammento che per qualche ragione era andato perduto, riescono a modificare radicalmente l’essenza di un film. E’ il caso di Vertigine (Laura, 1944) di Otto Preminger, capolavoro del genere noir. La scena recuperata mostra la protagonista, Laura/Gene Tierney irretita dal suo migliore amico che l’accompagna dal parrucchiere, a delle serate mondane, le insegna a parlare, a vestirsi, a camminare, in breve a essere una cosa sua. Guai a lei, quando vorrà diventare o tornare se stessa…
La scena, all’uscita del film fu tagliata: c’era qualcosa di osceno nel mostrare l’opulenza frivola di una donna, mentre il paese, in guerra, soffriva di stenti e privazioni. Vertigine diventa allora un altro film, meno sbilanciato sul suo vero soggetto, l’ossessione amorosa al suo parossismo, meno perverso.
Perché che cos’è l’ossessione se non la volontà di possedere totalmente l’altro fino a ucciderlo, per essere poi perseguitati dal suo fantasma?

Fascino fatale della donna morta: è quando tutti la crederanno defunta che Laura spingerà il detective a salvarla dal suo pigmalione: ossessione contro ossessione. Con il colpo di scena nel bel mezzo del film e la riapparizione della donna che si credeva morta, Vertigine richiama fin troppo La donna che visse due volte, altro film ossessivo, Lo ricorda così tanto da farci chiedere in quale misura Hitchcock sia stato influenzato da Preminger.
Il secondo dvd comprende la scena inedita commentata, un documentario con l’analisi del film da parte di alcuni storici del cinema americano, due biografie di 45 minuti della Tierney e di Vincent Prive e il trailer.
Vertigine (1944) di Otto Preminger, 2dvd, 20th Century Fox, 27 euro.


AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node