Fare la spesa in America
Molti dicono che in America le cose costano meno. Sarà vero?
Molti dicono che in America le cose costano meno. In parte si tratta dell’effetto dell’euro forte sul dollaro debole che, come sappiamo, aumenta di più del 20% la capacità d’acquisto della nostra moneta. In parte, però, si tratta di vere differenze, legate a problemi di natura diversa.
Gli Stati uniti sono un unico grande, grandissimo mercato. Credo che sia questo il motivo principale per cui nella distribuzione delle merci si fanno enormi economie di scala e si arriva a prezzi molto bassi. Le economie di scala sono quelle che consentono di spalmare i costi su un numero più alto di prodotti e, quindi, di venderli a un prezzo più basso. Gli americani sono maestri in questo campo, e hanno sviluppato una vera e propria arte del commercio al dettaglio e della vendita di prodotti in quantità stratosferiche che finisce col favorire il consumatore.
Da Dominick’s, una catena di supermercati, un gallone (circa 4 litri) di latte fresco parzialmente scremato costa 2 dollari e 50 centesimi (2 € e 13), mentre un litro di latte di una Centrale del latte italiana costa più o meno 1,30 €, che sarebbero 5 € al gallone e cioè il doppio esatto. Una confezione di 100 once di detersivo per lavastoviglie (circa tre chili) costa 3 dollari; 24 lattine di Coca Cola, 4 dollari e 99 (meno di 18 centesimi di euro a lattina). Una bella bistecca, 6 dollari la libbra: più o meno 10 euro al chilo. Chi fa la spesa al supermercato sa che qui in Italia tutto costa di più.
Le economie sono consentite anche dalla dimensione delle grandi catene: Home Depot, che vende a prezzi incredibili prodotti per la casa, l’edilizia, il bricolage e il giardinaggio, una specie di IKEA e Mercatone Uno sommati e moltiplicati per cento, è ora quotato in borsa, come del resto tutti i supermercati alimentari che hanno ormai soppiantato i negozi di quartiere.
Nel vestiario, poi, le cose vanno anche meglio: una bella camicia di cotone per uomo dei Brooks Brothers – di quelle che porta Veltroni - costa 65 dollari (55 €) ma ne puoi avere 3 per 175 dollari (meno di 150 €). Camicie simili, da noi, costano il doppio.
Ma il consumatore non è favorito solo nei prezzi: è trattato bene, coccolato, se necessario sopportato. I venditori, le commesse, i commessi pensano di fare un gran bel mestiere, vogliono vendere la loro merce e vogliono avere la fotografia (e la gratifica) di “miglior venditore del mese”  nel loro negozio. Ti invitano a spendere ma se, dopo 2 settimane, cambi idea e riporti gli acquisti, non fiatano, ti ridanno indietro i soldi e sperano che tu torni da loro.
Anche sul terreno su cui sono più difficili le comparazioni, il turismo, bisogna dire che gli alberghi, in America, costano meno rispetto all’Europa e per di più ce n’è una scelta più ampia. Il Motel, per esempio, è un’invenzione americana, ed è l’alberguccio economico (Motor Hotel = Motel) per chi viaggia in automobile. Se uno vuole, a Memphis Tennessee dorme al Memphis Days Inn per 56 dollari (sui 45 €) o all’EconoLodge per 40 dollari (circa 35 €). Se uno volesse dormire a Latina – dico a Latina, fuori dai circuiti turistici - spenderebbe 125 € per notte. E lasciamo da parte Firenze e Venezia.
E poi ci sono i deals, i bargains, le offerte strepitose di sconti fantastici. Il fatto è che sono vere, convengono per i giorni in cui durano e poi finiscono. Anni fa, quando vedevo un’offerta, la guardavo con l’occhio italiano e l’abitudine alle fregature dei saldi, e pensavo: se la cosa costa 100 dollari e la offrono a 60, la settimana prossima la offriranno a 50. Errore. La settimana dopo tornava a 100.
Non tutto fila però così liscio. In questo paradiso del consumatore, basta che i venditori si mettano d’accordo per fare quello che vogliono e lo fanno. Un esempio sono le grandi multinazionali farmaceutiche: in America sono tutt’uno con le compagnie assicurative che si occupano della salute e il risultato è che la stessa medicina, prodotta dalla stessa casa farmaceutica (per esempio la Glaxo, la Roche o la Bayer), costa in America 10 volte quello che costa qui, dove il controllo pubblico sui prezzi è esercitato da un servizio sanitario nazionale (che in America non c’è).
Si dirà: anche in Italia le banche e le compagnie di assicurazione tendono a mettersi d’accordo per spremere il cliente. E’ vero, ma a Firenze, se dopo essere stato taglieggiato in banca e a pagare l’assicurazione vai in un negozio a riportare un paio di scarpe, prima ti chiedono lo scontrino che hai perso, poi ti propongono una permuta, poi ti dicono che non possono rimborsarti e tu capisci che hai perso. Il money back guarantee (la garanzia di riavere i soldi) non sarà la felicità, ma aiuta. E puoi riportare un pigiama di seta dopo averci dormito dentro. A questo punto la domanda è: siamo disposti a preferire le virtù del libero mercato americano al controllo pubblico dei prezzi europeo? La risposta è semplice: discutiamone, ma direi di no.

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