quando le parole pesano
Parole inglesi che hanno importanti retroscena culturali e sociali. Le conosciamo, le sentiamo sempre più spesso ai TG, le usiamo. Ma sappiamo esattamente cosa significano?

Parole, problemi, culture.

Viviamo nella certezza di capire l’inglese quotidiano che ci circonda e che sta diventando il nostro latino, mentre è invece possibile che non riusciamo a decifrare la civiltà – quella americana – che sta dietro a questa lingua franca che ascoltiamo e leggiamo ogni giorno. Alcune parole sono traducibili, altre rinviano a questioni complesse. Facciamo qualche sempio.

1) Public shooting
Questo lo capiamo: ne abbiamo discusso su Bazar due anni fa. Un public shooting è una sparatoria pubblica che di solito fa una strage. Scrivevo nel marzo 2005: "Nell’aprile 1999 c’è stata la strage di Columbine, 15morti in una scuola; 3 mesi dopo, in luglio, 13morti ad Atlanta, in un ufficio finanziario dove un cliente andato in rovina si vendica sugli impiegati; nel settembre, 8morti a Fort Worth; nel dicembre, 5morti a Tampa. Si tratta di public shootings, sparatorie che avvengono in un ristorante, in una scuola, in un ufficio comunale. Uno esce di casa, e si ritrova trapassato da parte a parte dalla pallottola sparata da un marito in crisi, da un operaio licenziato o dal membro di una gang imbottito di cocaina". Oggi, la strage al Virginia Tech ci spiega assai bene il significato dell’espressione.

2) Affirmative action
L’affirmative action ci porta nel campo dei diritti civili ed è l’insieme di norme e regolamenti messi in funzione per facilitare (o per imporre) la presenza di minoranze (donne, minoranze etniche) in certi campi della vita sociale ed economica americana dai quali sono state tradizionalmente escluse. E’ nell’ambito dell’affirmative action che si è sviluppata una grande polemica politica e culturale sulle quote e sulle preferenze. Mi spiego. Se si deve sollecitare la presenza di minoranze in un certo ruolo, si deve considerare l’appartenenza a quelle minoranze come un fattore preferenziale? E se si stabilisce una quota preferenziale, come si mette se la più brava o il più bravo in un concorso non ha quell’appartenenza? Qui da noi, negli anni ’50 e ’60, i figli di ex-combattenti avevano la precedenza nei concorsi pubblici. E la cosa non ci piaceva. I contrari all’affirmative action sostengono che alla discriminazione cui si vuole porre riparo si risponde con un’altra discriminazione: come ieri donne e neri erano messi in fondo alla lista anche se erano i più bravi, oggi si mettono in testa anche se non lo sono. D’altra parte, alcuni giuristi sostengono che l’affirmative action intende avere proprio un carattere compensativo. Chi ieri è stato svantaggiato, oggi viene favorito. Questa è l’affirmative action.

3) Politically correct
E’ una formula americana tanto famosa e ormai tanto familiare che continuiamo a usarla in inglese, come usiamo in inglese computer e software. Anche nel caso della political correctness fanno capolino le  questioni di diritti civili, specialmente nel campo della verbalizzazione: un boia si può chiamare  “boia”? La parola non è socialmente offensiva? E lo stesso carnefice, se in inglese si chiama hangman (addetto all’impiccagione) o headsman (addetto alla decapitazione), non sarebbe meglio chiamarlo hangperson o headsperson per togliere ogni vocazione sessista alla parola? Per lo stesso motivo la political correctness suggerisce di chiamare il presidente (di un’assemblea) chairperson o chair invece di chairman, proprio per evitare definizioni sessiste legate alla parola inglese man, che significa uomo. Se possiamo metterci d’accordo per dire chairwoman, è più difficile trovare un compromesso per hangman. La questione, come si sa, ha un carattere culturale molto ampio e segnala un cambiamento di comportamenti e di preferenze verbali legato all’esplosione del ’68. Anche da noi “cieco”, “sordo” e molte altre espressioni offensive sono state via via stancamente sostituite da “non vedente”, “audioleso”, ecc. Da un certo punto di vista, i comportamenti vanno al di là delle parole ed è stupido pensare di correggere i secondi con le prime. Durante il fascismo non si poteva dire “cognac” e si doveva dire “arzente”, non si poteva dire “cachet” e si doveva dire “cialda”.  I risultati hanno dato torto al fascismo. L’espansione stanca ma sicura della political correctness sembra segnalare più un cambiamento nel modo di pensare e di comportarsi che non una vittoria del dogmatismo verbale della sinistra radical americana. Verso la quale forse non sono fuori luogo le satire con le quali i comici hanno riscritto le favole per bambini col linguaggio politically correct. Alla fine, Biancaneve è cattiva perché offende socialmente una povera donna dipingendola come “strega”, e Hänsel e Gretel si lasciano mangiare dalla strega per non offendere le tradizioni sociali delle streghe che impongono loro di mangiare i bambini. Da un certo punto di vista si tratta di un capitolo di storia del multiculturalismo. Ma questa è un’altra questione.


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