Guidare in America
Il parco macchine americano? grandi dimensioni per tutti, dalla nonna al giovane diciassettenne. Perchè se non hai uno Sport Utility Vehicle non sei nessuno!
Fermo in divieto di sosta aspettando il rientro di mia moglie dal consueto shopping da Bloomingdale’s, ho dato un’occhiata al manuale della macchina che avevo noleggiato. Sono cose che di solito si fanno per cambiare l’ora legale nell’orologio elettronico o se si accende una spia nel cruscotto; io invece l’ho fatto per pura curiosità culturale, per sapere su che cosa ero seduto, e non sono stato deluso.
La macchina era una Pontiac Grand Prix GT Sedan, considerata una macchina media (full size) dalle tariffe dell’autonoleggio Enterprise Rent-A-Car. 4 porte, trasmissione automatica, 6 cilindri, motore di 3791 cc., 270 cavalli. Consumo: in città 19 miglia per gallone (circa 8 chilometri con un litro). Dato che qui non si fa pubblicità alle automobili, dico subito dove voglio andare a parare: per una macchina media, che io noleggio per 500 dollari al mese, per piccoli spostamenti da casa mia all’Università, dai parenti o al supermercato, la potenza e il consumo sono uno sproposito. È come usare un camion per andare a comperare un pacchetto di sigarette dal tabaccaio all’angolo.
Io avevo chiesto la macchina più piccola, ma – per onorare la consuetudine americana al consumo, dato che noi noleggiamo spesso l’automobile – mi è stato offerto l’upgrade gratuito, la macchina più grande allo stesso prezzo, e io l’ho presa. Mia suocera Edith (per restare alle esperienze personali) aveva una macchina lunghissima e potentissima, una Chevrolet Caprice, di quelle che di solito sono usate dai taxi o dalla polizia. E, nella maggior parte dei casi, ci viaggiava da sola. 8 cilindri, 5700 di cilindrata, più di 2 tonnellate di peso. Una volta le dissi: “Ma perché non prendi una macchina più piccola?” e lei mi rispose: “Figuriamoci! E se qualcuno mi viene addosso?”.
L’idea che la sicurezza sia garantita dalle dimensioni, insieme all’altra dello sfoggio di potenza (ma questa non era tipica di mia suocera) sono alla base del più grande e più dispendioso parco macchine del mondo. Ogni giorno fiumi di benzina scorrono sulle autostrade americane al di là di ogni razionalità. Macchine che hanno i numeri per raggiungere 250 chilometri all’ora non possono superare i 90 (55 o 65 miglia, a seconda degli Stati) per i limiti di velocità  che sono, fra l’altro, severamente fatti rispettare da un esercito di poliziotti in agguato a ogni angolo con multe salatissime.
E’ vero che la benzina costa poco (più o meno il corrispondente – ottobre 2005 – di cinquanta centesimi al litro) ma quando un SUV (Sport Utility Vehicle) sgassa sull’autostrada, fulmina in pochi minuti quello che una macchina europea media consuma in un’ora. Tutti, oggi, devono avere un SUV. Se non ce l’hai, non sei nessuno. E poi, per le famiglie ad alto reddito dei suburbi (in America il concetto di suburb definisce le periferie ricche e verdi, con case unifamiliari dotate di prato verde e backyard), ci sono SUV da capofamiglia (BMW o Range Rover), SUV da mogli (Lexus e Jeep) e SUV da figli adolescenti (Honda, Toyota). Tutti follemente sovradimensionati.
Vengono in mente Vance Packard e i suoi mitici libri degli anni ’50 sugli americani, gli status symbol e i miti prodotti dall’industria nel boom del dopoguerra. Packard ricorda la pubblicità della Buick (It makes you feel like the man you are, “Ti fa sentire come l’uomo che sei”) e i risultati di uno studio preparato per la Chicago Tribune che vale la pena di citare: “Le persone che vogliono apparire conservatrici e dire al mondo che sono molto serie e responsabili tendono a comperare Plymouth, Dodge, DeSoto, Packard, berline a quattro porte, colori leggeri…Coloro che vogliono sembrare socievoli e alla moda, ma dare l’idea di essere in un periodo di cambiamento, preferiscono le Chevrolet, Pontiac, Buick, Chrysler… Chi vuol esprimere un certo esibizionismo, o dimostrare modernità e individualismo, compera Ford, Mercury, Oldsmobile, Lincoln, bicolori, colori brillanti… Coloro che vogliono esprimere uno status fuori dal comune o speciali bisogni individuali scelgono Cadillac (ostentazione, status sociale elevato), Studebaker, Hudson, Nash, Willys in colori molto vivi come rosso, giallo, bianco…”.
I nomi delle grandi auto americane fanno parte delle fantasie di molti italiani della mia età (sessant’anni passati), e anche delle loro nostalgie, perché la maggior parte di esse non ci sono più e oggi le auto giapponesi e quelle europee schiacciano i produttori americani. I 97 anni che ci separano dalla nascita della prima auto prodotta in grandi numeri, il modello T di Henry Ford (1908), non sono stati una marcia trionfale: l’industria automobilistica americana è in crisi e, per quanto l’automobile resti un potente simbolo di status, le cifre sulla sicurezza devono farci riflettere.
Nel biennio 2003-2004 sono morte in incidenti stradali in America 85520 persone, 40 volte il numero dei caduti nella guerra in Iraq.
I libri: Vance Packard, The Hidden Persuaders, 1957 (I persuasori occulti, Torino, Einaudi, 1958), e The Status Seekers, 1959 (I cacciatori di prestigio, Torino, Einaudi, 1961)

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