African Americans
Il sottoproletariato nero oggi è + solo di 20 anni fa. Ma si è levata una voce...
Proviamo a continuare a parlare dei neri d’America: African Americans, nell’inglese politically correct. La loro condizione è assai + complessa di quanto la parola non dica. I neri d’America sono oggi assai più che i soli discendenti da famiglie nere americane: agli African Americans si devono aggiungere i cittadini di Somalia, Kenia, Eritrea, Niger e tanti altri Stati africani, immigrati in America negli ultimi trent’anni.
Tutte le grandi aree metropolitane hanno i nuovi immigrati neri fra i loro cittadini e i loro lavoratori: autisti di taxi, dipendenti di ogni tipo di parcheggio; chissà perché i neri emigrati dall’Africa hanno un debole per i lavori con le automobili. Persone intraprendenti e attive, essi percorrono le esperienze e fanno i mestieri di tutti gli emigranti, con l’eccezione, forse, del campo della ristorazione, dove i camerieri e gli sguatteri sono soprattutto latinoamericani. I neri di recente immigrazione dall'Africa sono molto diversi dagli African Americans: sono meno poveri e meglio educati e, soprattutto, non ancora fagocitati nei meccanismi competitivi e spietati della società americana, e già questa differenza mette in discussione il concetto stesso di razza, in favore di quello di “cultura” o “etnìa”.
Ma torniamo agli African Americans. I dati del Census Bureau dello scorso anno mostrano chiaramente le loro condizioni sociali. La percentuale dei poveri fra loro è quadrupla rispetto a quella dei bianchi; i nuclei familiari con più di 3 figli sono più numerosi che in qualunque altro gruppo razziale; i livelli di educazione sono i più bassi, le famiglie di ragazze madri sono il 44% di tutte le famiglie degli African Americans. I critici dell'amministrazione Bush dicono che le condizioni degli African Americans sono peggiorate negli ultimi 5 anni e hanno ragione: tutti i dati del Census Bureau lo confermano. Difficile dire, tuttavia, se il peggioramento dipenda unicamente dalle politiche messe in atto dall'amministrazione Bush (riduzione degli interventi statali a favore dei poveri), dalle condizioni generali dell'economia o da onde lunghe di più complessa radice. Non c'è dubbio che l'estremismo liberale di Bush svolga il suo ruolo; ma accanto a questo devono essere richiamati altri fattori.
Il sottoproletariato nero è oggi più solo di vent'anni fa. Le grandi battaglie per i diritti civili si sono esaurite man mano che le differenze di razza hanno cessato di essere perverse barriere formali nella società. I ghetti neri si sono svuotati della middle class: oggi la piccola borghesia nera, i professionisti, non vivono più mescolati ai neri poveri e disperati. Nelle aree urbane più fatiscenti, in case senza servizi essenziali, in zone libero territorio di caccia di gang e spacciatori vivono solo i neri più poveri. È lì, fra l'altro, che nascono come funghi nuove Chiese e nuove parrocchie. Un ragazzaccio intraprendente e senza scrupoli decide di fare il sacerdote, apre una sua Chiesa di Cristo Santo e Redentore, e finisce col diventare un Community Leader. Sono, spesso, Chiese e sacerdoti senza radici e senza religione che non riescono quasi mai a migliorare lo scenario di povertà, disperazione, violenza che domina i ghetti neri. I  project, gli edifici di 30, 40 piani progettati per sostituire gli slums negli anni Sessanta sono divenuti inferni sociali: la loro verticalità non solo non ha aiutato la formazione di comunità e il controllo sociale, ma ha reso semmai gli ascensori luoghi tipici di stupri e violenze. Ora, le autorità comunali delle grandi città cercano di correre ai ripari, ma le soluzioni – villette plurifamiliari a due o tre piani – si dice che finiranno soltanto con l'espellere i neri più poveri verso nuovi ghetti e nuovi inferni. Le idee sembrano mancare anche ai leader politici degli African Americans. Divisi fra Democratici e Repubblicani, i politici neri fanno quello che fanno tutti i politici: si preoccupano di essere votati e cercano di barcamenarsi fra gli interessi del loro collegio e quelli del loro partito.
Solo una voce, nell'ultimo anno, si è levata al di sopra della mischia e ha fatto sentire il suo tono intelligente e moderato. E' quella di Barack Obama, senatore democratico dell'Illinois, figlio di un padre keniota e di una madre cherokee, fustigatore appassionato dei vizi delle comunità nere e combattente coraggioso per i diritti dei poveri e dei diseredati. Recentemente, il senatore Obama ha proposto un grande e realistico piano per la ricostruzione di New Orleans rivolto a indirizzare i finanziamenti federali verso l'educazione e la formazione. Alla demagogia dei Jesse Jackson, Obama contrappone la chiarezza di idee di un laureato di Harvard. Non c'è motivo di non dargli fiducia e speranza. Chi voglia, può vedere notizie su di lui in
http://obama.senate.gov

AIUTACI

PATROCINI E PARTNERS


Co-edizioni cartacee Bazarsaggi e Bazarcollection


  :: chi siamo
:: contatti
Direttore Responsabile
Eugenia Romanelli
Responsabile News
Alessandra Caiulo
Responsabile Finanziario
Cristiana Scoppa
Graphic Designer
Cristina Manfucci
Web Master
Elisa Barbini
Powered by
i-node