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IMmigrati e multiETNIcità: nuove condizioni di DE-PRIVAZIONE CULTURALE

In un contesto in cui la comunicazione è generalmente riconosciuta quale risorsa fondamentale, l’enorme disponibilità dei molti stride enormemente con le nuove forme di deprivazione che riguardano coloro i quali non riescono ad accedere a questa “moneta” da scambiare nella cosiddetta società dell’informazione o della conoscenza.

Il primo esempio, se vogliamo su scala globale, riguarda vaste zone del pianeta non impattate o, peggio, ulteriormente deprivate dai processi di globalizzazione della conoscenza  e, soprattutto, dal cosiddetto digital divide.

A livello delle singole società, poniamo la nostra, non è possibile dimenticare che si assiste al riemergere di fratture culturali che riguardano non solo la capacità di utilizzo delle tecnologie – capacità che ormai si rivela determinante anche sul piano economico, si pensi al solo livello occupazionale – ma anche un preoccupante ritorno di forme di autentico analfabetismo.

Per restare alla dimensione comunicativa, uno sguardo ai dati culturali italiani conferma come, se da un lato i mezzi di comunicazione di massa restano un agente e un indicatore essenziali della modernizzazione del paese, troppo estesa è la quota di individui i cui consumi culturali si esauriscono nella monocultura televisiva; a questo dato va aggiunta la sempre poco invidiabile posizione del nostro paese nelle graduatorie riguardanti la lettura dei quotidiani.

Detto ciò, se la comunicazione è così centrale nel definire le prospettive di crescita degli individui e, per riflesso, della società, la questione si fa ancora + spinosa quando in gioco c’è anche l’integrazione – anche da un punto di vista comunicativo e culturale – delle nuove presenze che attraverso i flussi migratori diversificano e rendono ancora più complessa la realtà italiana. Ovviamente la categoria degli immigrati non esaurisce le possibili aree in cui è possibile rintracciare fenomeni di nuova deprivazione culturale e comunicativa: le nuove povertà urbane, una fascia in espansione di anziani spesso monoreddito e “isolati” culturalmente sono gli esempi più immediati.

Tuttavia una riflessione sulle forme di marginalizzazione comunicativa degli immigrati permette di mettere in evidenza interessanti elementi del problema e anche possibili strategie di resistenza; oltre a permetterci di inserire ancora una volta il tema della diversità culturale come ulteriore variabile del complicato mosaico di problemi che abbiamo di fronte.
Se la presenza degli immigrati in Italia ha ormai assunto le caratteristiche di una presenza stabile e strutturale, ancora molto poco “normalizzata” appare la situazione di questi “nuovi cittadini” rispetto alla comunicazione. Sia rispetto alle modalità rappresentative dei media generalisti, i quali nell’incontro con questo ulteriore elemento di complessità confermano la loro inadeguatezza rispetto alla richiesta del pubblico e al ruolo che gli compete nella definizione dell’orizzonte di senso di una realtà globalizzata. Sia, soprattutto, se si affronta il più generale bisogno di comunicazione che pure proviene dalle comunità immigrate, così come dalle altre persone in qualche modo messe ai margini dal mainstream.

Al di là del pur presente bisogno di comunicazione identificabile come “naturale” bisogno umano di informazione e intrattenimento, i migranti mostrano alcune ulteriori “specificità”: il bisogno di essere informati, ovviamente, ma anche di mantenere un legame con le proprie origini, oppure di uscire dall’invisibilità e di partecipare alla vita collettiva, di ottenere una promozione sociale, di comunicare con le istituzioni politiche, fino alla possibilità di esprimersi direttamente attraverso i mezzi di comunicazione di massa.
Spesso, invece, la comunicazione informale (il “passaparola”) resta l’unico canale di comunicazione tuttora a disposizione di molti immigrati, il che non basta certo a garantire questi che non esitiamo a definire diritti primari.

La gran parte di queste dimensioni del bisogno di comunicazione, quindi, al momento non sembra essere soddisfatta, al punto che spesso tale mancanza viene arginata o attraverso la diffusione, ancora limitata ma in forte espansione, della cosiddetta stampa etnica, la quale mostra comunque dinamiche interessanti e degne di approfondimento. Oppure, per quel che riguarda i media elettronici, quasi esclusivamente attraverso la ricostruzione di “legami elettronici” (e diasporici) con il paese di provenienza: internet e tv satellitare, media che quando diventano l’esclusivo canale di soddisfacimento di questi bisogni relegano l’immigrato in un’ulteriore area di marginalità, ad esempio linguistica, rispetto alla società di accoglienza. 

Quali allora le possibili strategie di reazione a questa marginalità? 
I media etnici in primo luogo, ma anche il web e il satellite mostrano elementi di interesse. Oltre ai rischi di scarsa integrazione, infatti, proprio tra gli immigrati comincia a emergere un uso molto maturo di queste tecnologie: ad esempio l’uso massiccio di tv satellitare, che nasce come strumento di connessione con i luoghi ma anche con i gusti televisivi d’origine, si trasforma in una tale “familiarità” col mezzo che spesso il satellite viene utilizzato anche per seguire programmi in italiano, la lingua del luogo d’insediamento: una competenza comunicativa che sembrava indicare un basso grado di integrazione traghetta il soggetto direttamente nella sfera dei consumi culturali più maturi, dove – pur rimanendo nell’ambito del solo mezzo televisivo – maggiore sembra l’investimento in termini di scelta e diversificazione dei gusti.
Un discorso in parte analogo può essere fatto per la diffusione di internet soprattutto presso le seconde generazioni.

Ma c’è anche una forma di resistenza e di risposta alla marginalità comunicativa ancora più attiva.
Questa marginalità può essere vissuta, a volte, come azione propulsiva verso nuove forme di consumo culturale, forme ibridate, comportamenti culturali e comunicativi + ricchi e che creano anche alleanze interessanti con settori della società italiana – soprattutto nella sua dimensione metropolitana – che si sono volontariamente messi ai margini rispetto al mainstream mediale, ad esempio attraverso il riuso a scopi culturali e comunicativi di luoghi, o meglio ex-luoghi dello spazio metropolitano.


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