oKKio alla poliZia
perchè la polizia prima spara, e poi cerca di capire chi ha ammazzato...

4 febbraio 1999, Wheeler Avenue, in una zona di povere residenze del Bronx.
E' passata da poco la mezzanotte. Amadou Diallo, un giovane emigrante della Nuova Guinea - avrebbe voluto studiare informatica, ma si era messo a fare il venditore ambulante - torna a casa dopo aver mangiato un boccone. Viene bloccato sulla porta di casa da quattro poliziotti in borghese. Lui non sa che sono poliziotti, cerca di correre su per le scale; poi, forse, capisce che vogliono identificarlo e mette la mano nella tasca della giacca per prendere i documenti. Un poliziotto urla: "Ha un'arma!". Partono gli spari: 41, di cui 19 colpiscono Diallo e lo ammazzano. Il sindaco Giuliani sta dalla parte dei poliziotti. Non incontra i leaders neri e parte una serie di manifestazioni che finiscono in centinaia di arresti.

27 novembre 2006: 2 e 45 di notte. Siamo sempre a New York, anzi a Queens, in un quartiere chiamato Jamaica, davanti a un club malfamato, il Kalua Cabaret. Sean Bell, 23 anni, qualche precedente per spaccio, festeggia l’addio al celibato con un gruppo di amici. Anche loro non sono stinchi di santi: sfruttamento della prostituzione, coca, detenzione e porto illegale di armi. Chissà se questo gruppo di giovani afroamericani ha deciso di mettere la testa a posto? E chissà se Sean avrebbe avuto una vita felice con Nicole, la madre delle sue bambine, oppure se la coppia  avrebbe vissuto le solite esperienze di piccola delinquenza, violenza, botte in famiglia così comuni nelle case vicino al cabaret Kalua? Non lo sapremo mai perché Sean e i suoi amici a un certo punto litigano. Escono dal locale e fanno il gesto sbagliato nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Qualcuno dice: “Prendi la pistola!”; un altro urla “Sali in macchina!”: sale in macchina, mette in moto, fa qualche metro ma non finisce la frase perché parte una sparatoria senza fine: ci sono sette poliziotti, in borghese, impegnati in un controllo proprio al Kalua, che sparano all’impazzata. Uno di loro è finito sotto la macchina, gli altri perdono la testa. Sean Bell muore poco dopo. Sono stati sparati 50 colpi dalle 9mm automatiche dei poliziotti. 31 da un solo agente, che ha avuto il tempo di sostituire il caricatore e di ricominciare a sparare. Questa volta, il sindaco Bloomberg chiama l'episodio "disturbing" (preoccupante) e chiede un'inchiesta approfondita. Seguono marce di protesta pacifiche. Vedremo che cosa succede in tribunale questa volta. Nel '99, tutti i poliziotti vennero alla fine assolti.

La cosa è talmente chiara che non varrebbe nemmeno la pena di discuterne: nelle zone povere e malfamate delle grandi metropoli (le stesse cose succedono a Los Angeles, a Detroit, a Washington e a Chicago), la polizia prima spara, e poi cerca di capire chi ha ammazzato. E' vero: i poliziotti lavorano continuamente in zone ad alto rischio e molti di loro finiscono morti ammazzati come Sean Bell e Amadou Diallo. Ma, come è ovvio, questo non giustifica nulla. Il fatto è che nella cultura della polizia americana, e specialmente nei gruppi speciali (antidroga, anticriminalità metropolitana, anti gang, ecc.) è presente sia il cosiddetto racial profiling (e cioè il comportamento basato su pregiudizi razziali), sia la mentalità da vendicatori della notte. Pensano di avere a che fare con un mondo di cattivi e pericolosi delinquenti e si sentono nella tana del lupo. Spesso hanno ragione, ma il loro resta un modo a dir poco inquietante di aiutare la giustizia. Anche perché la cosa non si ferma ai margini degli slums e dei quartieri degradati. Sentite questa.

Manhattan, il cuore pulsante di New York. Sono le 11 e mezzo di sera del 10 gennaio 2000, e siamo davanti a una stazione della metropolitana sulla East 14th Street. Quattro ragazzi, due femmine e due maschi, sono in macchina. Lavorano per una compagnia di vendite su Internet di cui sono proprietari: sono laureati di Yale e di Brown, fra le università più prestigiose d'America. A un certo punto un taxi pianta una frenata accanto alla loro macchina. Scende un uomo con la pistola in pugno e la punta sul ragazzo alla guida. Lui teme un'aggressione e fa per partire. Un'altra macchina lo tampona. I quattro sono bloccati. Uno degli uomini armati spacca il vetro con la pistola, poi arrivano gli altri, e tutti, comprese le ragazze, sono messi faccia a terra e ammanettati. I due maschi sono neri, le due ragazze sono una nera e una orientale. Gli aggressori sono dei poliziotti bianchi. La cosa si spiega, dice la polizia, perché era arrivata la segnalazione (sbagliata) che la macchina era stata rubata. "Ho passato una nottata in gabbia, dice uno dei quattro, ma sono vivo". Tutti sanno benissimo che se invece che vicino a Union Square la scena si fosse svolta nel Bronx, ci sarebbe scappato il morto. Una delle ragazze è attualmente assistente di un giudice della Corte suprema.

Credevo che fossero leggende metropolitane e che i movimenti per i diritti civili esagerassero un po' le cose. Ma non è cosí. Ricordo una sera, ero a Broadway per vedere il musical "Cats": improvvisamente un vetro di cristallo del teatro va in frantumi per uno sparo. Come dal nulla esce un gruppo di poliziotti travestiti da passanti. Urlano, corrono, saltano su un disgraziato (aveva cercato di rapinare il botteghino in un'ora di punta), in pochi secondi lo ammanettano.

La polizia in America è efficiente, numerosa e onnipresente. Se buchi uno stop ti bloccano subito; se superi le 55 miglia all'ora, idem. Ma stai lontano dalle strade nelle fredde notti d'inverno, specialmente se sei in una grande metropoli e non hai i capelli biondi e gli occhi azzurri. E anche se sei bianco, evita il Bronx e Queens. Please.


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