Dopo l’uragano
La cosa + inquietante di questa immane tragedia? I saccheggi. A quali valori crede una comunità che dopo un uragano invece di raccogliersi per ricostruire si sfascia in nuove violenze?

A distanza di un mese, torniamo a parlare della natura e degli uomini, dell’uragano Katrina e di quello che ne è seguito. Un mese fa avevo scritto della forza della natura e di come gli americani cercano di reagire: ma avevo scritto PRIMA dell’uragano.
Ora voglio fare qualche considerazione DOPO l’uragano. Da una parte c’era il vento a 200 chilometri all’ora, c’erano le acque del mare, del lago, del fiume che sembravano impazzite; dall’altra le dighe che non resistevano, le case che volavano via, i soccorsi che ritardavano. Il presidente degli Stati uniti, di fronte alla tragedia che ha colpito la Louisiana e il Mississippi, quando parlava alla televisione, sembrava uno scolaretto impreparato e un po’ goffo. Ancora una volta, dopo l’ 11 settembre, è stato messo alla prova e si è mostrato inadeguato. Ma anche l’amministrazione Bush nel suo complesso, il governo federale, ha mostrato inefficienza, scarsa tempestività, incompetenza. Di qui, però, a dire come si dice da noi, “Piove, governo ladro”, la distanza è grande.
Le catastrofi naturali sono “catastrofi naturali” e, per quanto le organizzazioni di protezione civile possano essere efficienti e solerti, esse non potranno mai fermare un’eruzione, impedire un terremoto, bloccare l’onda di uno tsunami. Ogni volta, si ripete la stessa terribile esperienza: si prende la scorciatoia della ricerca delle responsabilità immediate – che ci sono sempre, perché gli aiuti saranno sempre in ritardo - e si rischia di dimenticare l’insieme di tragedie e di problemi che lo scatenarsi degli eventi naturali richiama in superficie.
Nel caso di New Orleans, la cosa che più mi ha colpito nello spettacolo terribile su cui i mezzi di informazione americani si sono gettati come un cane sull’osso, in questi primi giorni di settembre è stata l’inconsistenza della comunità afroamericana. Ci sono stati  saccheggi, sparatorie, aggressioni, stupri. Decine, centinaia di persone armi alla mano, o anche armate solo della violenza, si sono gettate sui grandi magazzini, sui supermercati, sui negozi di elettrodomestici e di TV e si sono trascinate dietro il loro bottino su carrelli, contenitori di plastica, rimorchi. Eravamo abituati a vedere scene del genere dopo i colpi di stato di qualche generale in Africa o nell’America centrale, e non immaginavamo con quale facilità lo spettacolo potesse ripetersi negli Stati uniti.
Per la verità, di saccheggi ce n’erano stati anche nel recente passato, ogni volta che in qualche grande città si manifestavano conflitti sociali, specialmente a base razziale.
Si dice che gli slums della grandi città sono polveriere razziali. E anche la tragedia di New Orleans ha avuto un aspetto razziale. Neri erano quasi tutti gli sfollati, neri erano quasi tutti i morti, i poveri raccolti negli stadi. Ma neri erano anche tutti gli sciacalli che razziavano la città abbandonata dai loro simili. Certo, New Orleans è una città a maggioranza afroamericana (67,25 %) e ciò spiega una parte del problema. Certo, molti afroamericani di New Orleans sono poveri e disperati, e questo spiega un’altra parte del problema. Ma, bisogna anche aggiungere, gli afroamericani come comunità hanno dato una pessima prova di sé.
Nel momento della tragedia, ogni forma di solidarietà è sembrata svanire. Che cosa hanno fatto a New Orleans – prima dell’uragano - i leaders politici e quelli religiosi per tenere insieme una comunità, per affermare gli strumenti razionali del controllo sociale, per convincere i disperati che avevano una speranza, per guidare i poveri alla conquista di un lavoro? Cosa fanno i leaders neri per guidare le loro comunità? Il reverendo Jesse Jackson ha da dire qualcosa di più oltre all’osservazione demagogica che il Convention Center di New Orleans sembrava la stiva di una nave schiavista? E gli ex schiavi, che cosa hanno fatto negli ultimi centocinquant’anni?In poche parole, a quali comportamenti i neri di New Orleans, quei neri che saccheggiavano e sparavano, dimostravano di aderire?
La risposta è semplice: a quelli di una comunità priva dei freni che inibiscono la violenza e il crimine.
Le responsabilità, anche in questo caso, ci sono, ma non possono giustificare l’avvenuto. Ci saranno le scuole pessime, ma ci sono anche le famiglie che non vogliono educare i loro figli; ci sarà la disoccupazione e la povertà, ma c’è anche la passività. Ci saranno le bande di delinquenti, ma c’è anche una cultura che suggerisce egoismo e grettezza. Ci saranno le colpe del governo, ma ci sono anche quelle dei neri che cercavano la droga negli ospedali senza corrente elettrica, le cui infermerie dovevano essere guardate a vista da medici armati, bianchi e neri.
Ecco che cosa mi ha colpito della catastrofe di New Orleans, di una città simbolo della cultura afroamericana: la debolezza di quella comunità, divisa fra violenza collettiva e protesta politica opportunista, priva di capi e, alla fine, di speranza.


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