I dati CONtro i PREGIudizi culturali
Contro pericolose critiche pregiudiziali, e spesso infondate, sarà bene lavorare sui dati per sostenere un'Università che non perda studenti per strada. Perchè i dati lasciano ben sperare...
Alla vigilia dell’apertura del nuovo Anno Accademico si sente più che mai il bisogno di riflettere criticamente sul nuovo volto della vecchia Università italiana. Siamo di fronte a un sistema che vuole cambiare senza compromettere la sua storica vocazione. Ma la nuova Università diventa sempre + uno spazio di eventi capace di attivare strategie per reclamare una diversa visibilità dell’intreccio tra problemi.
Tra questi eventi, spiccano l’appuntamento autunnale di riflessione sull’Università organizzato dalla Conferenza dei Rettori e il rapporto AlmaLaurea sui laureati. E’ un ritratto sistematico, che comincia a diventare testimonianza attendibile dei processi di cambiamento noti sotto l’etichetta del “3+2” e, dunque, dell’efficacia della Riforma nel rilanciare la domanda di formazione e il successo dei laureati. Il deciso aumento di quanti conseguono il titolo, soprattutto nei tempi regolari (ormai quasi un terzo dei neo-dottori), lascia ben sperare nel riallineamento agli standard europei, notoriamente superiori alle drammatiche “anomalie” del caso italiano. Accanto a questo, si impone la rivincita delle donne negli studi: un dato evidenziato da tutti i confronti con gli uomini e che questo giornale, del resto, ha già documentato energicamente.
Più in generale, emerge una singolare duplicità. Da un lato, osservati dai parametri quantitativi, i cambiamenti strutturali dell’Università assumono il piglio di una decisa modernizzazione; dall’altro, si delinea una seconda frontiera che, al di là delle eventuali distorsioni campionarie, indica reazioni percettive abbastanza inquietanti. La metà dei laureati si schiera contro la Riforma di cui ha beneficiato. E i giovanissimi sono i più critici. E’ impossibile non collegare tutto ciò a una situazione, che speriamo congiunturale, di impressionante aumento della fatica del curriculum, provocato da una complicata adeguazione dei docenti al nuovo sistema e da una “coriandolizzazione” dei corsi e degli ostacoli formativi.
E’ una questione che andrà affrontata con energia, se non si vuole rischiare di compromettere trend che restituiscono un ritratto promettente: quello di un’Università finalmente in grado di correggere il suo tradizionale “buco nero”, e cioè l’altissima percentuale di studenti perduti per strada. La Riforma didattica è stata infatti decisiva nell’imprimere un punto di svolta rispetto ai crudeli tassi di dispersione e mortalità studentesca del passato. In una parola, il 3+2 abbassa sensibilmente le “barriere” all’entrata e all’uscita dell’Università per giovani e adulti, rivelandosi così un potente moltiplicatore della domanda.
I dati, in particolare quelli garantiti dalle indagini AlmaLaurea, mettono a disposizione un serbatoio statistico su cui gli atenei e gli stessi decisori politici potranno impostare percorsi di approfondimento specifico. Ciò significherebbe trovare finalmente un terreno costruttivo su cui sfidare le polarizzazioni e i luoghi comuni che viziano il dibattito pubblico, come pure la tentazione di troppi intellettuali (spesso di provenienza accademica) di bersagliare il 3+2 di critiche pregiudiziali e spesso infondate. Lavorare sui dati, quindi, ma soprattutto, impegnarsi nella diffusione e nella comunicazione degli stessi, per sostenere l’inversione di tendenza.

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