I FANTAsmi del passato
Un thriller vertiginoso sull'AMBIguità dell’immagine e sul senso di colpa da uno degli ultimi aLFIeri del cinema d’autore europeo: Michael HanEke

Una delle specialità del regista austriaco Michael Haneke è di raccontare storie che lasciano allo spettatore piena libertà di lettura. Ancora una volta l’intreccio di Niente da nascondere (premiato a Cannes 2005 per la miglior regia) è disseminato di zone d’ombra e apre il campo a interpretazioni molteplici. La domanda centrale, in un film che distilla generosamente angoscia sia intellettuale che emozionale, concerne l’identità della persona che, parallelamente al regista “ufficiale”, riprende Georges Laurent, il protagonista.
In altri termini, Niente da nascondere è un film teorico in cui Haneke, che da sempre ha a cuore la riflessione sulla manipolazione e l’intimidazione dell’immagine, mostra un uomo che è l’obiettivo di due macchine da presa contemporaneamente.
Padre di famiglia, giornalista letterario, Laurent, interpretato da Daniel Auteuil, è ripreso a sua insaputa da un uomo di cui non conosce l’identità ed è questo il mistero che alimenta l’intrigo sottile. Analogamente al protagonista di Strade perdute (David Lynch, 1996) Laurent riceve dei video senza mittente, accompagnati da disegni infantili piuttosto inquietanti. Le videocassette documentano che qualcuno registra i suoi spostamenti, lo spia, lo minaccia, vuole destabilizzarlo. Lo stesso spettatore è disarcionato dal racconto, perché Haneke sollecita scientemente la confusione: a + riprese scopriamo che le immagini nelle quali pensiamo di essere ospitati, come in ogni fiction tradizionale, non sono quelle che tracciano la vita quotidiana del protagonista ma quelle che gli invia il suo torturatore.
Haneke mescola cinema e video e abbandona lo spettatore in un flusso visivo indistinto che non chiarisce confini e punti di vista. E come la maggior parte dei personaggi dell’autore di Funny Games (1997), Benny’s Video (1992), 71 Frammenti di una cronologia del caso (1994), Laurent vive in uno stato di ritenzione dei sentimenti. Non vuole disseppellire nessuno dei suoi peccati nascosti.
Gli indizi distillati nelle cassette fanno supporre che qualcuno, spinto da ragionevoli motivi di vendetta, è riuscito a ritrovarlo. E se il suo passato oscuro ci viene a poco a poco rivelato (ed è un passato scomodo anche per la Francia: la Guerra d’Algeria), l’enigma è risolto soltanto a metà, perché nemmeno il suo antico “nemico” è il burattinaio carnefice.
Fino alla fine Niente da nascondere non cessa di spiazzare la vittima e lo spettatore di questa maniacale video-sorveglianza.
Film cerebrale, ma ricco di riflessioni sulle ferite d’infanzia mai rimarginate, la solitudine con cui si affrontano i demoni interiori, la devastazione che i segreti determinano in una coppia borghese, il modo in cui il senso di colpa corrode un individuo, Niente da nascondere sottolinea la necessità, in un uomo, di sottoporsi a un flash-back terapeutico e, per estensione, di affrontare con coraggio il passato. Ma è un dramma individuale che assume una dimensione universale.
Haneke mette in crisi il proprio ruolo di regista-dio e titilla con raffinato sadismo i nervi scoperti della società contemporanea: paura dell'altro e ossessione della sicurezza, cattiva coscienza borghese e ideali di sinistra maldestri, culto dell’individualismo e sentimento di privazione dell’io.
In una scena qualcuno afferma: “Si fa tutto per non perdere niente”. Il criminale e l’isterico hanno un punto in comune, scriveva Lacan, tutte e due hanno qualcosa da nascondere. Il criminale lo sa, l’isterico no. E noi?
Niente da Nascondere (Caché),  regia di Michael Haneke, con Juliette Binoche, Daniel Auteuil, Annie Girardot, 117 min, in sala dal 14 ottobre.

L'oblio e la CoLPa
Intervista a Michael Haneke
63 anni, austriaco, studi di filosofia, psicologia e teatro alle spalle, Michael Haneke ha debuttato al cinema nel 1989 con Il settimo continente, radiografia spietata della distruzione di una famiglia borghese austriaca. La solitudine esistenziale (Code inconnu, 2000), la manipolazione dei media (Benny’s Video, 1992), i meccanismi della violenza (Funny Games, 1997, La pianista, 2001), e il capriccio del caso (71 frammenti di una cronologia del caso, 1994, Il tempo dei lupi 2003) sono i temi più ricorrenti dei suoi film lucidi e spietati.

Il tema della verità dell’immagine sembra essere il centro della sua ricerca  estetica…
Pressoché tutti i miei film trattano della natura della verità dell’immagine. Dubito si possa avere un’idea di verità quando si guarda un film. Ho affermato più volte che per me un lungometraggio produce menzogne a ventiquattro fotogrammi al secondo. Talvolta sono menzogne a servizio di una verità, ma non sempre. Penso che l’uso del video, in Niente da nascondere, destabilizzi la fiducia dello spettatore nei confronti di quello che vede. Fin dalla prima inquadratura, ci si illude di avere di fronte la realtà della storia, mentre è un’immagine rubata con una videocamera. Naturalmente mi prendo gioco della pretesa realtà che il mondo dei media affida dogmaticamente all’immagine.
A guardare il film si ha la sensazione che l’oblio abbia creato dei mostri in Europa?
L’oblio esiste in ogni paese. Le conseguenze politiche per una società sono sicuramente diverse a seconda della nazione. Non si può confrontare la Francia con l’Austria, né l’Austria con la Germania, personalmente non approvo la tendenza del popolo austriaco a rimuovere e cancellare il proprio passato. Non importa quale sia il paese ma c’è sempre qualcosa che si vuole tenere nascosto, di cui non si vuole parlare. Trovo tutto ciò pericoloso e questa tendenza generale mi incita a reagire.
Perché ha deciso di lasciare il finale così sospeso?
E’ un film personale sul senso di colpa, su come si gestiscono, o non si gestiscono, i propri sensi di colpa. Sta allo spettatore decidere il modo in cui chiudere o interpretare il film. Non sono un maestro di scuola, non ho alcun insegnamento da trasmettere, Quello che posso fare è porre delle domande, in un modo più o meno interessante. 

AMericA OggI
Il razzismo e la violenza repressa dietro il vetro e il metallo di Los Angeles. Un esordio sorprendente dallo sceneggiatore di Million Dollar Baby
C’è qualcosa di America oggi (il celebre affresco altmaniano che vinse a Venezia nel 1993) nel progetto televisivo Crash, di Paul Haggis, sospeso dopo l’attentato dell’11 settembre e ora diventato il successo indipendente dell’anno, con 50 milioni di incasso e premi a bizzeffe. E’ un po’ meno audace però, meno nero e caustico del modello.
A Los Angeles si intrecciano le vite di alcuni personaggi, pescati nelle etnie più diverse e accomunati dalla fobia del contatto con il prossimo: un poliziotto razzista, una procuratrice distrettuale, un cop afroamericano, un produttore televisivo. Tra solitudini esistenziali e piccole tragedie tutti sono destinati a incontrarsi prima o poi a un incrocio della città.
Film corale, dalla sceneggiatura lambiccata come solo un autore per la televisione dovrebbe, in teoria, essere in grado di scrivere, Crash sembra rifugiarsi dietro il suo plot e i suoi colpi di scena tortuosi, le epifanie improvvise, i luoghi comuni facili e rassicuranti di chi ha il timore di affondare troppo, di scioccare, di mettere in scena la morte di un bambino, per esempio.
Cosa che, evidentemente, non ha mai spaventato un vecchio misantropo come Altman. Al di là di questo limite reale – ma si tratta di un film d’esordio - bisogna dire che il film di Paul Haggis, autore della sceneggiatura di Million Dollar Baby, è molto brillante ed efficace, ha un cast impeccabile (Matt Dillon strepitoso) e se tutto ciò non è sufficiente a fugare i dubbi di un film troppo progettato, “di testa”, lascia ben sperare per gli eventuali sviluppi futuri.
Dovrà mitigare, il nostro Haggis, i suoi riflessi incondizionati di sceneggiatore da manuale, la sua ossessione di far quadrare il cerchio e far intersecare tutti i rivoli della storia, e non aver paura delle sue pulsioni distruttrici. A osservare il modo ammirevole con cui mostra la realtà del razzismo nell’America contemporanea e le inquietudini scatenate dall’11 settembre,  non c’è alcun dubbio che Haggis abbia molte cose da dire sulla società del suo paese e del suo tempo.
Crash,  regia di Paul Haggis, con Matt Dillon, Thandie Newton, Don Cheadle, 120 min, in sala dal 28 ottobre.

LA NasciTA DEL CInema Verità
Nel marzo scorso in occasione dell’uscita di un bellissimo cofanetto dedicato a Jean Rouch dalle Editions Montparnasse, che comprendeva le opere principali del regista-etnologo francese, ci si rammaricava dell’assenza di Chronique d’un été (Cronaca di un estate), suo film simbolo. Vuoto colmato quasi immediatamente dalla collana Arte con una splendida edizione.
Realizzato insieme al sociologo Edgar Morin (che negli extra nega, senza recriminazioni, di aver preso parte al montaggio finale), Chronique è una fotografia deliziosa della Francia d’inizio anni sessanta, il primo tentativo di cinéma-verité e d’ingenua ma vitalissima inchiesta sociologica: una serie d’incontri con uomini e donne, spesso attorno a un tavolo o davanti a un bicchiere, a cui viene posta una semplice domanda: “Come vivi, come te la sbrogli con le difficoltà della vita?”. Rouch e Morin realizzano un film aperto, in cui i soggetti sono affrontati con grande libertà di parola, sia che si parli di politica, del sociale o della vita privata: l’alienazione del lavoro, le illusioni politiche perdute, la Guerra d’Algeria, le vacanze, la felicità, l’amore, il razzismo o la seconda guerra mondiale, ancora vicina. Negli extra sono interessanti le scene commentate dal critico Alain Bergala, che insiste sull’influenza, a suo parere sottovalutata, di Chronique sulla Nouvelle Vague, e imperdibili le interviste, 45 anni dopo, a Marceline Loridane-Ivens e a Edgar Morin
Chronique d’un été (1961) di Jean Rouch e Edgar Morin, Arte Vidéo, 23 euro.


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