MetroPoli e grattAcieli
Città verTicali, con profili geometrici, prevalenza di veTro e cemenTo e schemi regoLari divisi da Avenues, Streets e Alleys...

Ai giorni nostri, l’identità americana è un’identità urbana, anzi, metropolitana. Nell’immaginario collettivo del XXI secolo il profilo degli Stati Uniti è uno skyline, nel quale i grattacieli (gli skyscrapers) sono protagonisti assoluti. Grandi manufatti in cemento, acciaio e vetro, alti centinaia di metri per centinaia di piani, i grattacieli sono un attributo dell’America. Passeggiando per New York, o per Minneapolis, o per Boston ci si sorprende con il naso in aria, a guardare in una prospettiva dal basso queste grandi cattedrali del XX secolo.

La costruzione dei primi grattacieli è contemporanea a quella della Tour Eiffel: siamo alla fine dell’Ottocento, in un mondo dominato dall’ottimismo industrialistico e dall’idea dell’inarrestabile progresso della tecnica. Già negli anni ’80, dopo il grande incendio del 1871, gli architetti di Chicago scelgono di ricostruire la città in verticale: è del 1885 lo Home Insurance Building, un edificio di 10 piani alto più di 40 metri strutturato in uno scheletro di acciaio che consentiva di ridurre il ruolo dei muri portanti e di alleggerire l’impianto costruttivo. Ma non c’era città americana che non costruisse i suoi grattacieli. New York conquistò presto il primato, che conserva ancora con parecchie centinaia di palazzi alti più di cento metri. Negli anni della Grande crisi la costruzione dei grattacieli esplose definitivamente. Nel 1930 prese forma, fra la Lexington Avenue e la Quarantaduesima strada, lo straordinario Chrysler Building, che era stato tirato su al ritmo di quattro piani alla settimana per 61 piani e 305 metri di altezza. L’anno dopo fu la volta dell’Empire State Building che coi suoi 381 metri e 102 piani resterà il più alto edificio della città fino alla costruzione del World Trade Center e delle Twin Towers (417 metri e 110 piani).

 

Per quanto la definizione di grattacielo possa cambiare, e per quanto ormai in tutto il mondo, dall’Inghilterra a Dubai, da Hong Kong a Brasilia, si costruiscano grattacieli, essi sono tuttora la cifra scenografica e il marchio architettonico dell’America.

Sembra che il grande critico d’arte Bernhard Berenson abbia detto una volta, dal ponte del transatlantico che si avvicinava al porto di New York, che il profilo della città gli ricordava San Gimignano e le sue torri. Dall’altra parte, quando Fritz Lang pensava a Metropolis e ai suoi incubi del 2026, aveva in mente New York e le sue luci notturne.

Viste dall’Europa, le metropoli americane di vetro e cemento sembrano in realtà un altro mondo: esse non hanno nulla in comune con le città europee e il loro carattere ha finito con l’essere un aspetto dell’identità americana. Vediamone qualche punto.

 

Soggetti nati da poco nella secolare storia urbana dell’Occidente, le città americane hanno un profilo geometrico: nel loro tessuto reticolare, le strade che vanno in direzione nord-sud incrociano perpendicolarmente quelle che vanno da ovest a est. Le rare strade trasversali sono l’eccezione che conferma la regola. Da noi, anche quando una città si sia sviluppata lungo i cardini regolari di un castrum, e cioè di un accampamento militare romano, le sovrapposizioni medievali e rinascimentali hanno di solito confuso la struttura iniziale. Le strade urbane sono in America larghe, diritte, delimitate da edifici commerciali di grandi proporzioni. Niente a che fare con i lunghi fronti di abitazioni private che incorniciano i canali di Amsterdam o con il dedalo di vicoli dei centri storici medioevali.

La griglia delle Streets e della Avenues dà luogo addirittura a un sistema di misura delle distanze urbane, quello dei blocchi: un punto dista da un altro un certo numero di blocks , rettangoli che contengono edifici delimitati da strade coi lati intorno ai cento metri. A New York, creata originariamente nel sud di Manhattan (attualmente la zona intorno a Battery Park), le Avenues numerate (come la Fifth Avenue) corrono lungo l’asse nord/sud, mentre le Streets numerate (come la Quarantaduesima Strada) lungo quello est/ovest. Ma non vi sono soltanto le Avenues e le Streets: vi sono anche le alleys, le stradine che separano gli edifici e che funzionano come strade di servizio per le consegne di merci, per le scale antiincendio o per i cassonetti dell’immondizia: è sempre in un’alley che hanno luogo regolamenti di conti, scazzottature e ritrovamenti di cadaveri nell’ambiente noir americano.

 

E ancora, le differenze riguardano anche le gerarchie e le consuetudini negli usi e nel traffico, la mancanza di monumenti paragonabili alle chiese delle città europee, la diversa natura delle piazze (Squares), la grande libertà di movimento per gli architetti nella pianificazione urbana e nell’attività edilizia: da un mese all’altro, grandi edifici nascono come funghi, altri sono rapidamente demoliti, i grattacieli negli skylines cambiano come i denti rotti di pettini diversi (l’immagine è di Henry James). Infine, le proporzioni: le distanze sono enormi, le strade lunghissime e l’altezza dei grattacieli falsa la prospettiva.
Ma gli americani si sentono a casa nelle loro grandi città. Innervate da reti larghissime di servizi pubblici e percorse da milioni di macchine, esse possono essere attaccate dal crimine, ma la tradizione popolare è convinta che ci sia qualcuno più forte dell’impero del male ventiquattr’ore su ventiquattro: durante il giorno Metropolis è protetta da Superman, mentre di notte, su Gotham City, veglia Batman. Entrambe le città immaginarie si pensa che siano New York.


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