Ki viNCERà?
BREVE GUIDA al New Liberal Cinema americano: chi si contenderà gli Academy Awards del 5 marzo?

OScaR, il ritorNO dei LiberALs
“I liberals” - recita una vecchia battuta di Lenny Bruce – sono in grado di capire tutto eccetto le persone che non li capiscono”.  Eravamo negli anni ‘60, il liberalismo americano viveva la sua stagione aurea e sapeva distinguere e lottare per le “cause giuste” con imPEGNO e determinazione. Oggi, massacrati da più di 20 anni di riflusso conservatore (Clinton compreso), i liberals stentano a comprendere perfino se stessi.
La sola causa comune che li tiene ancora insieme è l’ORRORE di fronte agli scempi compiuti dall’amministrazione Bush. Ovviamente continuano a sostenere il partito democratico, ma con scetticismo, e per le prossime elezioni ripongono timide speranze in Hillary CLINTON, l’unica candidata che ancora continua a tenere le posizioni contro la guerra in Iraq e in difesa dell’aborto. Anche se serpeggia il sospetto che i suoi consiglieri più realisti le abbiano suggerito di sostenere alcune cause controverse soltanto da un punto di vista “tattico”. Ma NON è un cattivo segno – si sente sussurrare dai più disillusi - che la gente che “sta dalla tua parte” insista a rassicurarti che non intende dire quello che sta dicendo?
Se i politici hanno smarrito le loro ragioni ideali e parecchi chilometri di stima, lo stesso non si può affermare per una parte di produttori, registi e attori di Hollywood: dopo anni di euforia spettacolare e disimpegnata, le indicazioni dell’ultimo biennio fanno ben sperare in una ripresa del cinema progressista.
Per rispondere alla VIOLENZA del BUSHISMO, alla sua alleanza malata tra corporations e cristianesimo rozzo e moralizzatore, i liberals hollywoodiani cercano disperatamente qualcosa in cui credere: recuperano dal passato modelli di dirittura morale e coraggio democratico, si schierano contro la politica estera del governo, polemizzano contro la dittatura della finanza e si battono per una maggiore tolleranza nei confronti delle minoranze.
MAI COME QUEST’ANNO, AGLI OSCAR SFILERANNO OPERE POLITICAMENTE IMPEGNATE E PRODOTTE CON BUDGET MEDIO-BASSI, a conferma della necessità di ridisegnare e riaffermare valori che sono sempre appartenuti alla parte illuminata dell’industria americana dell’intrattenimento.
Il pericolo che si annida dietro questa robusta ventata di “progressismo”, già abbondantemente premiata ai Golden Globes - l’anticamera dell’Oscar -, è che la scelta di alcuni temi “SOVVERSIVI” non sia altro che la manifestazione esteriore di una sensibilità alla moda.

ECCO, comunque, una BREVE GUIDA al New Liberal Cinema americano che si contenderà gli Academy Awards il 5 marzo e che affollerà le nostre sale nel mese di febbraio e oltre.
 
Brokeback Mountain di Ang Lee (dal 20 gennaio)
La coppia di cow-boys amanti (Heath Ledger e Jake Gyllenhaal) di Ang Lee sono gli omosessuali + virili e riservati che il cinema americano abbia mai contemplato. Brokeback Mountain, già Leone d’Oro a Venezia, è un melodramma piuttosto classico che ha sollevato scarsi entusiasmi nelle comunità gay: TROPPO ACQUERELLATO nelle manifestazioni della passione. Ma è struggente e rassicurante quanto basta per essere il vero favorito in tutte le categorie più importanti degli Oscar.
In barba alla sala nello Utah che lo ha rifiutato per immoralità.

Quando l’amore brucia l’anima di James Mangold (17 febbraio)
3 premi su 3 candidature ai Golden Globes: sarà Walk the Line - insensato il titolo italiano - a dividersi con Brokeback Mountain gli Oscar che contano. Il film di James Mangold è un buon biopic su una leggenda della country music, Johnny Cash, che ha incarnato almeno una decina di anime del carattere nazionale americano: religioso, tossico, conservatore, ribelle, donnaiolo, leale… Ma più che una biografia tradizionale o una collezione di canzoni, Walk the Line è una Storia D’amore E Di Rinascita, ispirata dalla tenacia di una buona donna, June Carter. I protagonisti Joaquin Phoenix e Rheese Whiterspoon, entrambi premiati ai Golden Globes, aspirano al bis.

Munich di Steven Spielberg (27 gennaio)
Si può già anticipare: sarà Steven Spielberg il grande sconfitto degli Oscar 2006. NON VINCERÀ NIENTE perché il suo thriller radicalmente pacifista, sulla strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco ’72, ha irritato tutti ed è diventato un caso politico. Traditore e mistificatore sono gli appellativi più gentili che gli hanno rivolto da sponde diverse. Eppure, mai come in questo caso, si è lasciato andare all’istinto, senza mediazioni. 

Capote di Bennett Miller (17 febbraio)
Le vite “esemplari” sono sempre state una passione per i membri dell’Academy, ma che apprezzassero quella su Truman Capote, scrittore sofisticato, omosessuale ed elitario, fino a qualche tempo fa era inimmaginabile. La vicenda si concentra sull’episodio più significativo della vita dello scrittore: nel 1959, ormai uomo di successo a New York, si imbatte nel caso di cronaca (lo sterminio di una famiglia a Holcomb, nel Kansas), che gli ispirerà il suo capolavoro, A sangue freddo. Al di là delle semplificazioni di rito, Capote è acutissimo nell’analisi del metodo e della personalità di uno scrittore, in questo caso Un Misto Di Energia, Scaltrezza, Malizia E Acume. Grande merito a Philip Seymour Hoffman, un Capote eccezionale.

Good Night, and Good Luck di George Clooney (ottobre 2005)
Il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia. Senza essere un capolavoro, il film di George Clooney è un ottimo esempio di cinema democratico e intelligente come sapevano fare i vecchi maestri di Hollywood. E David Strathairn nei panni di Ed Murrow, il giornalista che sconfisse il senatore McCarthy ma fu emarginato dalla cultura mediatica dell’infotainment, è assolutamente STREPITOSO.

Syriana di Stephen Gaghan (24 febbraio)
Se non vincerà l’Oscar per la regia, Clooney potrebbe consolarsi con la migliore interpretazione maschile. Il bolso agente della Cia che interpreta in Syriana è un personaggio convincente. Il film di Stephen Gaghan (lo sceneggiatore premio Oscar per Traffic) invece è Un Quasi Thriller molto scritto sulle zone grigie della politica estera americana in Medio Oriente. Deciso l’attacco al business del petrolio, il motore di molte guerre contemporanee, ma la tortuosa struttura narrativa e certe affermazioni definitive puzzano un po’ di supponenza liberal.

Il giardiniere tenace di Fernando Meirelles (10 marzo)
Da un romanzo di John Le Carrè, un thriller politico contro la disumanità delle multinazionali, firmato da un regista brasiliano superdotato, Fernando Meirelles (City of God). Tralasciando l’esotismo con cui viene tratteggiata la vita africana e l’adrenalina ingiustificata dello stile, cioè il film, rimane la storia ammirevole di un liberal (Ralph Fiennes) che DENUNCIA LE SPERIMENTAZIONI ABUSIVE DI FARMACI SUI BAMBINI AFRICANI E TRIONFA. Dopo il Golden Globe, Rachel Weisz ha buone possibilità di conquistare il premio come migliore attrice non protagonista.

Jarhead di Sam Mendes (17 febbraio)
Alla ricerca dell’Oscar con un film che condanna la prima guerra del Golfo? PAZZIA. Da un regista sopravvalutato, l’inglese Sam Mendes (American Beauty, Era mio padre), un interminabile sermone sui tempi morti di un conflitto infame, interpretato dall’attore del momento, Jake Gyllenhall. La fotografia di Roger Deakins e il montaggio di Walter Murch sono musica per gli occhi, ma l’ambizione di descrivere la guerra come attesa surreale e esperienza di dislocazione si arena nel fango delle buone intenzioni. Ottime probabilità che rimanga a secco.

Transamerica di Duncan Tucker (10 febbraio)
Hollywood sceglie una vivace commedia per stare al passo con i tempi e rappresentare la rivoluzione transgender. Felicity Huffman (Desperate Housewives) ritrae mirabilmente Stanley/Bree, un transessuale costretto a confrontarsi con un figlio avuto quando era ancora un uomo e si esibisce  in un doppio nudo frontale. Un road movie assai poco realistico ma FEROCE quando affronta le disfunzioni delle famiglie tradizionali e tenero nel tratteggiare le nuove ansie (trans)freudiane. 

Le tre sepolture di Tommy Lee Jones (3 febbraio)
Probabilmente non riceverà nessun premio (Guillermo Arriaga per la sceneggiatura?) il primo film diretto per il cinema dall’attore Tommy Lee Jones ma è tra i migliori della stagione. Sul confine tra Messico e Texas, un vecchio cow-boy e una guardia RAZZISTA consumano una parabola di rabbia, odio e redenzione. Un western anacronistico certo, ma l’assunto che i “confini di Dio” sono meno idioti di quelli degli uomini è radicalmente attuale.

North Country di Niki Caro (10 febbraio)
La regista neozelandese Niki Caro (La ragazza delle balene) nel suo primo film hollywoodiano parte da una storia vera e si scaglia contro violenze domestiche e abusi sessuali. Sceglie come protagonista Charlize Theron, attrice che ama mortificare la sua aura eterea (cosa che gli ha già fruttato un Oscar con Monster), e colpisce a fondo i Pregiudizi Sessuali Della Provincia Americana. Come testimonia la protesta del governo del Minnesota, stato in cui è ambientata la vicenda, che si è sentito offeso per come vengono ritratti i suoi abitanti. I maschi.

The Libertine di Laurence Dunmore (10 febbraio)
Un inno alla liberazione dei costumi sessuali? Niente affatto. Sotterraneamente moralista, come molti film che vorrebbero passare per licenziosi e provocatori, The Libertine ricostruisce la vita del conte di Rochester, lascivo viveur degli anni della Restaurazione, con GUSTO ASFITTICO E FUNEREO. Vale la segnalazione soltanto per la candidatura di Johnny Depp a migliore attore protagonista. 

The Producers di Susan Stroman (24 febbraio)
Strano percorso per questo musical. Uscito come film nel 1968 (Per favore non toccate le vecchiette), ha conosciuto un enorme successo sui palcoscenici di Broadway e ora torna al cinema, diretto dalla coreografa Susan Stroman. A ispirare il tutto c’è il TALENTO COMICO di Mel Brooks, che scrive musiche e canzoni e un cast di ottimi attori-cantanti (Nathan Lane e Matthew Broderick su tutti). Come in Chicago sembra di assistere alle riprese dello spettacolo in teatro, ma qui almeno c’è il nonsense surreale di Brooks.  

Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright  (3 febbraio)
Forse è il film più estraneo al lotto, quello più offuscato dall’accademismo di UNA REGIA TUTTA MERLETTI e ispirato da ragioni puramente spettacolari. La storia di Jane Austen e le sue riflessioni sull’ipocrisia sociale sono affossate dietro la pompa della ricostruzione, l’ingombro della musica e inutili scenette che scimmiottano il Titanic. Keira Knightley, un’attrice + bella KE brava, aspira all’Oscar per la migliore interpretazione femminile.

LAVORARE UCCIDE
Intervista a Constantin Costa-Gavras
Greco di nascita ma francese di formazione, Costa-Gavras può essere considerato “il regista” del thriller a sfondo politico: Z, l'orgia del potere (1968), La confessione (1970), L'affare della sezione speciale (1975), L'amerikano (1973), Missing (1981, Palma d'oro a Cannes), Consiglio di famiglia (1985), Betrayed-Tradita (1988), Music Box (1989, Orso d'oro al festival di Berlino), Mad City (2000), Amen (2002) costituiscono un’impressionante galleria di opere che, con l’ausilio di sceneggiature di vaglia - da ricordare almeno le collaborazioni con Semprun e Solinas -,  hanno indagato i meccanismi spietati e criminali del potere politico, religioso, finanziario, mediatico. Miscelando un personale spirito di denuncia ad un uso sapiente del cinema spettacolare, Costa-Gavras ha saputo coniugare, come nessun altro, il pamphlet politico alla trama gialla dal ritmo incalzante. Cacciatore di teste, il suo ultimo film, è un grottesco ritratto del mondo del post-lavoro contemporaneo. Tratto da un romanzo di Donald Westlake, racconta con fervore al vetriolo l’ultima trovata di un ingegnere disoccupato per recuperare l’impiego: uccidere i potenziali concorrenti.  
Immagino che sia stata l’analisi sociale ad attrarla nel romanzo di Westlake piuttosto che le atmosfere “noir”?
Della storia del serial killer non mi importava niente. O meglio, mi interessava il personaggio del serial killer sociale, non la storia di un pazzo che uccide la gente per semplice piacere. Ma l’ambiente del romanzo, le ragioni che spingono il personaggio a passare all’atto, quello era molto interessante.
Il suo adattamento sembra più crudele e cinico dell’originale…
Il mio punto di vista cambia l’insieme delle cose. Nel libro, l’intrigo racconta fondamentalmente la storia di un uomo che tenta il colpaccio e gli riesce. Io, con l’aiuto di Jean-Claude Grumberg, ho preferito considerarla la storia di un uomo in guerra per il bene della sua famiglia. Ma quando si va in guerra da soli, come in questo caso, si rischia di trovare altri mercenari altrettanto determinati. È l’eterna storia del più forte. Il mio personaggio è un predatore ma non è l’unico al mondo, ha delle buone possibilità di incontrare un altro predatore più forte di lui.
In che modo i meccanismi del thriller consentono di interrogare le questioni sociali?
Il thriller o il poliziesco sono un formidabile specchio della società, più delle storie tratte dalla cronaca, perché consentono una libertà straordinaria. Puoi utilizzare i personaggi come vuoi. Quello che mi interessava era constatare che il liberalismo sfrenato e senza legge è diventato un fenomeno generalizzato. Quindici anni fa riguardava soltanto gli Stati Uniti, oggi è un problema anche europeo. Per semplificare il mio assunto, mi sembra che l’economia ormai governi ogni cosa a detrimento dell’uomo.
Che impressione le fa il timido ritorno all’impegno del cinema americano?
Non posso giudicarlo, non lo conosco abbastanza. Da troppi anni il cinema americano è diventato una fabbrica del divertimento. Gli studios addirittura teorizzano questa idea, dicendo che la gente vuole non vuole pensare troppo. Il cinema americano, dal muto fino agli anni settanta, ha sempre trattato dei soggetti sociali, mentre oggi è sempre più raro. Credo che la ragione sia la scomparsa dei grandi produttori. Il cinema americano è nelle mani di finanzieri che non fanno altro che clonare quello che funziona.
Cosa risponde a chi ha detto che il suo film è immorale?
È assolutamente amorale non immorale! Quanto alla morale è lo spettatore che se la deve costruire. Cos’è morale? E cosa immorale? Questo è il problema.
Cacciatore di teste di Constantin Costa-Gavras, in sala dal 10 febbraio

LO SCANDALO ENRON
Quando, 4 anni fa, il colosso energetico Enron collassò improvvisamente per gli americani fu uno shock: come era possibile che miliardi e miliardi di dollari fossero svaniti in un buco nero, rovinando un esercito di sciagurati investitori? Semplice: rapacità smodata e spregiudicatezza truffaldina. Ce lo spiega un bel documentario di Alex Gibney, Enron: The Smartest Guys in the Room, purtroppo inedito in Italia e ora finalmente disponibile su internet in dvd. I supereroi del male sono i tre abominevoli executives della Enron:  Kenneth Lay, il fondatore, Jeff Skilling, il mago dell’amministrazione, e Andrew Fastow, il venditore che, con un sistema di operazioni speculative assolutamente demenziali, hanno costruito un castello finanziario inappuntabile in apparenza, in verità tutto fumo e gioco di specchi. Gibney lascia che a raccontare la storia siano i giornalisti che gli hanno fornito il materiale documentale, analisti finanziari e delle clip esplicative, senza alcun intervento da editorialista. Il risultato è un’analisi limpida e agghiacciante della natura seduttiva del capitalismo, che forse consente di capire meglio anche altre vicende che ci riguardano da vicino (Cirio, Parmalat e altre dubbie scalate). Il dvd include scene aggiuntive e numerosi extra, tra cui alcuni cartoon e gli articoli/inchiesta sulla Enron di Bethany McLean, pubblicati all’epoca su Fortune.
Enron: The Smartest Guys in the Room di Alex Gibney, Magnolia, 15,99 $, reperibile su
www.amazon.com 

 

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