Una storia vera
Un dolore. Il dolore del mondo. Un dolore che senti crescere dentro piano piano e non ne capisci il perché. Può essere che il mondo parli ai suoi figli?
Era la vigilia di Natale. Mi svegliai. Sentivo un dolore forte. Forse era stato un sogno. Ma da sveglio il dolore persisteva. Anzi, si ingigantiva. La camera era la stessa. Stesso letto. Stesse forme intorno a me. Stessi colori. Anche il rumore di fondo era il solito rumore di sempre, di città a quell’ora. Ma in più c’era questo dolore, che via via prendeva forma fino a diventare delle stesse dimensioni del mio corpo. E poi a un tratto mi è parso di capire: era il dolore del mondo. Era entrato dentro di me e adesso ero compreso in quel dolore. Noi, il mondo ce lo immaginiamo in tanti modi, in tante forme: come un globo che gironzola nel cosmo; come il quartiere che abitiamo tutti i giorni; come la somma di tutti i nostri ricordi; come le facce belle o brutte di tutti gli specchi nei quali ci siamo riflessi. A volte è la vastità del mare; a volte è una paranoia, come quella del tempo che se ne va troppo di corsa, come la sfilza delle nostre sconfitte o come l’errore che ripetiamo da sempre, l’errore che commettiamo da quando siamo nati, incapaci come dilettanti svogliati di correggere.
 
 
 
 
 

Ero sveglio, dunque, per far fronte a qualcosa di nuovo, partecipare, mio malgrado al dolore che senza nessuna intenzionalità, produce il mondo. Come sempre presi a respirare lentamente. Adesso passo al tempo presente. La luce è accesa. Mi metto a sedere sul letto. Sento salire le lacrime agli occhi. Mi domando che cosa è successo. Analizzo la giornata. Può essere che qualcosa si sia rotto dentro di me e non me sia accorto. Può essere che sia andato a letto convinto di aver vissuto un giorno come un altro e che i neuroni, durante la notte, nel rimettere in ordine gli accadimenti della giornata abbiano invece registrato un’anomalia avviando, per riflesso, quell’onda mentale che si è tramutata in un dolore così forte da svegliarmi.

 
 

Dunque cosa è successo oggi? Ho avuto una riunione di lavoro, una riunione tecnica. Ho pranzato in famiglia. Ho letto un copione teatrale. Ho ricevuto una telefonata professionalmente gratificante; poi altre due più problematiche. Ho preso la macchina di mia moglie per andare a un appuntamento di lavoro. Era a secco. Ho fatto il pieno. Ho attraversato mezza Roma. C’era molto traffico. Non ho mai imprecato. Ho mantenuto la calma. Ho avvisato che sarei arrivato in leggero ritardo. Ho ricevuto un’altra telefonata problematica mentre arrivavo. Ho avuto altre gratificazioni durante l’incontro di lavoro. Ho riattraversato mezza Roma per tornare a casa. Avevo proprio il desiderio di pisciare. L’ho fatto. Ho portato fuori il cane, anche lui aveva desiderio di pisciare. Ha fatto quello e altro. Poi a sera ho preso la mia macchina e insieme alla famiglia ho di nuovo riattraversato mezza Roma per andare a una cena di auguri e scambi regali fra amici. Ho cenato. Ho riattraversato mezza Roma per la quarta volta e siamo tornati a casa.

 

Mentre tornavamo abbiamo incontrato un camion del Comune per la raccolta delle foglie morte. Parcheggiato com’era non permetteva alla nostra macchina di passare. Abbiamo atteso senza imprecare. Abbiamo solo notato che dei due spazzini ­ io li chiamo ancora all’antica ­ quello in tuta verde spazzava con più lena dell’altro in tuta arancione che infatti aveva una faccia da impiegato del comune, di quelli che meno fanno meglio è, un parassita, insomma. Ancora, una volta rincasato, ho notato che la luna era a tre quarti crescente (o calante?). Com’è che non imparo mai la filastrocca? Poi è scoppiata la rissa fra due delle mie figlie. Volgarità, calci, pugni: che avvilimento.

 

Ma non è questo. Il dolore che sento è qualcosa di nuovo. Viene dal fondo. E’ qualcosa che sta sotto di noi. Penso che il nostro palazzo è costruito su delle catacombe che risalendo sotterraneamente su su per Monteverde arrivano a congiungersi con quelle di San Pancrazio. Ogni tanto si apre una voragine infatti, dove abito io. Una volta ci cadde dentro una macchina: fu ingoiata in un attimo. Mio suocero dice che è meglio così, che le catacombe ammortizzano le piccole scosse sismiche. Che strano che le caverne costruite da uomini morti da secoli per sistemare le ossa dei loro morti servano ora a rendere più elastico il nostro palazzo. Mi alzo. Provo con una grappa. Poi decido di far seguire a questa un tavor. E’ un’angoscia che controllo con sempre maggior difficoltà. Ho perso la fiducia. Ma in cosa? Non riesco a intuire. In genere i presentimenti ce li ho con la luna piena. Un tempo lontanissimo io ero un cane - è il mio animale totemico, o almeno così si dice - provo a fiutare. Annuso le nuvole ma sono lontanissime, troppo per il mio olfatto.

 

Volevo andare alle Maldive. Lo sognavo da mesi. Poi si sono aggiunti i parenti. Mia suocera doveva togliersi la safena, una vena della gamba, e quindi i dottori le avevano consigliato di non fare lunghi viaggi in aereo. Perciò niente Maldive. Ci tocca una meta più vicina, pensai. E’ sfumato un sogno. Il cielo è muto con me. Non parla. Respiro una, due volte, profondamente. Non capirò mai il perché di quell’angoscia, di quel peso così difficile e particolare da sopportare. Sto lì per un ora ancora, massaggiandomi l’addome con le mani. Poi, non so come, alla fine mi addormento.

 

Il giorno dopo è il giorno dello tsumani. La catastrofe si abbatte sull’Oceano Indiano. Io non so se il mondo parli ai suoi figli, ma quella notte le cose andarono così.


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