BriviDi CAldi
Nel disastro estivo della distribuzione italiana, brillano "Cars", "macchine ruggenti" - l’ultima produzione della Pixar e "Le colline hanno gli occhi", un remake horror che, per una volta, non fa riZZare i capelli per l’imbarazzo.

Creatore e produttore onnipotente dello studio Pixar, John Lasseter firma il suo quarto lungometraggio a 6 anni dall’uscita di Toy Story 2. Nel frattempo Monsters & Co, Alla ricerca di Nemo e Gli Incredibili hanno issato la reputazione della Pixar a un livello tale di perizia tecnica e felicità narrativa, da rivoluzionare alla radice il cinema d’animazione. Da Lasseter ormai non ci si aspetta altro che miracoli d’invenzione visiva e nuove sfide narrative.

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Da questo punto di vista Cars sembra ingranare la marcia indietro. Dopo i giocattoli di Toy Story e gli insetti di Bug’s Life, Lasseter ha scelto delle macchinine per diffondere i valori semplici e immutabili in cui crede: la fraternità, lo spirito di gruppo, il lavoro ben fatto. E ha imbevuto il tutto di nostalgia per un’epoca andata e di rifiuto per gli attributi peggiori della modernità - cinismo, individualismo e successo a tutti i costi. Discorsi che possono apparire noiosamente dolciastri o di sincero umanismo. L’efficacia drammatica del film si confonde con la ricchezza psicologica dei personaggi: accanto al protagonista, Flash McQueen, mostro d’egoismo in via di riscatto, gravitano la bella “ragazza” maldestra, il compagno un po’ idiota ma leale e il vecchio mentore manipolatore.

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Incorniciato da 2 sequenze spettacolari di corse, il racconto privilegia soprattutto gli stati d’animo, lo humour e la malinconia. Sullo sfondo di un’eccellenza tecnica accecante, Cars fa molto di più che innovare: carbura le emozioni.
Cars, macchine ruggenti di John Lasseter, dal 23 agosto nelle sale

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A forza di abbuffarci di remake horror avariati (Fog e Amityville i più recenti), si ha la tendenza a dimenticare che alcuni film avrebbero tutto da guadagnare da un piccolo lifting. Le colline hanno gli occhi fa parte del lotto.

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Trent’anni dopo la sua uscita, il film di Wes Craven suscita più sorrisi che terrore con la sua storia della tranquilla famigliola assediata da una tribù di cannibali. Animato da grande rispetto, Alexandre Aja racconta la stessa storia ma realizza un film diverso. Inventa più che reinventare. Facendo degli abitanti della collina dei veri freak, vittime di esperimenti nucleari e reclusi in un villaggio devastato dai test, oppone dei martiri a dei martiri. E compone un incubo americano moderno, lasciando affiorare le derive imperialiste di un paese che divora i suoi figli, preferibilmente cristiani e repubblicani. Dal basso dei suoi 27 anni, il regista ridona attributi di nobiltà a un cinema che, durante la grande stagione dei Romero, Hooper o Friedkin, sapeva inserire un alto tasso metaforico nei suoi eccessi gore e dare sostanza politica alla messa in scena della violenza. Aja e il suo co-sceneggiatore Grégory Levasseur sono stati giustamente definiti i “Daft Punk” del nuovo horror: i due giovani francesi si sono impadroniti di un genere per virarlo in una visione assai personale, politica e viscerale. Attitudine che è diventata, per fortuna, lo standard per l’horror contemporaneo più lucido e interessante.
Le colline hanno gli occhi di Alexander Aja, dal 25 agosto nelle sale

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BILL, L’INQUIETO
Intervista a William Friedkin
William Friedkin (L’esorcista, Il braccio violento della legge, Vivere o morire a Los Angeles per citare i suoi titoli più celebri) non aveva mai presentato un film a Cannes. Un torto riparato nell’ultima edizione del festival, e con una certa lungimiranza, visto che Bug è un gran bel film.

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Incontro lampo con un regista irrequieto e febbrile come le sue opere.

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Perché hai scelto di partire da un’opera teatrale?
Ho visto la piéce in teatro e mi sono sentito in totale sintonia con la sua rappresentazione del mondo. E più precisamente dell’America, un paese in preda alla paranoia e alla paura irrazionale. Ho scritto l’adattamento con la sensazione di raccontare qualcosa di più prossimo al documentario che alla finzione.
Quello che ti interessa è quindi la metafora politica più che la patologia amorosa?
Non credo che il film sia metafora di nulla, lo trovo invece molto realista. La storia mi interessa perché parla della solitudine e di come questo sentimento conduca ad attaccarsi, ad identificarsi alla paranoia di un’altra persona. Quando si ama qualcuno ci si alimenta della sua visione delle cose, per quanto folle e aberrante possa sembrare. E’ comunque vero che c’è una certa corrispondenza tra la tensione autodistruttiva della protagonista e l’America contemporanea.
In cosa è cambiato il tuo paese rispetto agli anni della tua giovinezza?
L’America in cui sono cresciuto non esiste più. Era una società aperta. Ho conosciuto la paura dell’invasione russa, gli anni dell’anticomunismo, ma non si era terrorizzati da tutto come oggi. Sarebbe stato inconcepibile pensare a delle truppe che controllano le frontiere per impedire agli immigrati di entrare. E’ intollerabile.

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L’EPICA DEI SENTImenti
Durata, formato (70 mm), contesto (l’insurrezione irlandese) e maestosità della ricostruzione: La figlia di Ryan è un film dalle dimensioni ottocentesche che racconta la storia di un amore mancato tra una Bovary irlandese e un comandante inglese. Dal contrasto e dalla tragedia nasce il film più disincantato di David Lean, uno specchio della desolazione e delle macerie del XX secolo. Ultimi fuochi di uno splendore epico che trova uno scrigno adeguato: il doppio disco è una meraviglia tecnica ed editoriale.
La figlia di Ryan di David Lean (2dvd), Warner Bros


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