Indiani e coW boy: tutta roba vecchia?
pRovate a guardare l'univerSo dei naTivi americani con altri occhi. MaGari cominciate da un sito internet...
 

La prima volta che andai negli StAti uniti – quasi mezzo secolo fa – mia moglie mi chiese dove volevo andare, senza spendere troppo nel biglietto aereo. Allora la TWA e la PAN AM (compagnie aeree di cui si è persa anche la memoria) offrivano un biglietto che si chiamava Stop USA, che comprendeva il viaggio fino a New York e in più due fermate all’interno degli Stati uniti. “Voglio andare nel Far West”, risposi senza esitare. Per me, l’immagine degli Stati uniti era soprattutto legata a indiani e cow-boy, pianure sconfinate e nomi come Fort Apache, Rio Grande, Rio Bravo. L’America che volevo vedere era quella di John Ford e Howard Hawks, di John Wayne e James Stewart. Dunque, ci andai, ed ecco quello che vidi.
Da Denver, con una vecchia sgangherata Oldsmobile presi verso sud est, per l’altopiano del Colorado, in direzione dell’Arizona. Volevo andare a Oraibi, uno dei più antichi villaggi indiani d’America. Non erano Apache, né Sioux, né Cheyenne. Erano i più pacifici e stanziali Hopi. Mi fermai a Second Mesa, dormii in un motel e poi proseguii per Oraibi. Dopo poche miglia, dei pezzi di legno incrociati sbarravano la strada. C’era un cartello scritto a mano che diceva: The village is closed (il villaggio è chiuso). Io pensai che non era possibile chiudere un villaggio e proseguii. Arrivai al villaggio e subito un gruppo di uomini bloccò la macchina e mi fece scendere. Con modi rudi e decisi mi dissero che mi avrebbero portato dal capo del villaggio.
Il capo era una donna vecchissima, capelli lunghi bianchi e faccia piena di rughe, seduta in terra su un tappeto in una capanna cadente. Anche lei sembrava seccata della nostra presenza. Ci disse che non le importava nulla del fatto che noi venivamo dall’Europa per vedere il suo villaggio; che il villaggio era chiuso perché i turisti ci andavano per fotografare le loro case e loro stessi come scimmie in uno zoo e che la loro dignità doveva essere salvaguardata. Detto questo, bruscamente ci congedò. Eravamo nel cuore di una riserva indiana.
Guidando sempre verso ovest, mi accorsi qual era il vero significato di Indian Reservation: quando vedevi il mais alto, verde e rigoglioso, ben irrigato e concimato, voleva dire che non eri in una riserva indiana; quando l’acqua cominciava a scarseggiare e i campi soffrivano e il mais era piccolo e giallo, allora eri in una riserva indiana. La corsa verso l’Ovest dei coloni bianchi aveva via via sottratto agli indiani le loro terre migliori, le risorse naturali, la vita. Nel corso dell’Ottocento si era consumata una tragedia al limite del genocidio le cui conseguenze arrivano fino a noi. Alcoolismo, povertà, identità storiche e culturali ferite a morte era tutto quello che restava di Toro Seduto e di Nuvola Rossa, dei Navajos e dei Dakota in un panorama di degrado economico e sociale.
Oggi, nell’inglese politically correct che definisce la realtà in termini freddi e un po’ strambi, gli indiani si chiamano native Americans, come se l’errore di Cristoforo Colombo potesse offendere a posteriori una dignità ben altrimenti provata, ma la realtà non è molto diversa rispetto a quarant’anni fa. La cattiva coscienza dei vincitori suggerisce tardive e assurde penali, rimborsi miliardari per i territori confiscati e scuse ufficiali.
Le comunità indiane non rifiutano queste possibilità, e cercano di usare le facilitazioni fiscali che sono loro offerte. Ma capiscono che non c’è niente che possa ripagare o ricostruire il loro patrimonio storico. E allora cercano di salvaguardarlo, coniugando la gloria del loro passato con la fedeltà e la lealtà alla nazione cui appartengono. Sono nativi (indigeni, si sarebbe detto una volta) ma sono Americani, e sono orgogliosi di esserlo. Sul tema, c’è un bel sito Internet che non parla solo del passato:
www.nativeamericans.com. Visitatelo.


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