Nato sotto il segno dell’Acquario
Mia figlia stanotte vuole fermarsi a scuola per partecipare all’occupazione. Le darò il permesso?

Una musica dolcissima di Enya. Una melodia che tocca il cuore e lo rende leggero leggero. Chiara, mia moglie, che prepara i sughi. Gli aromi fluttuano, soffriggono in un letto armonico dal vago sapore celtico. Mia figlia, la seconda, che torna da scuola. Hanno appena occupato il liceo Virgilio. Entra, mi sorride, poi detta le sue condizioni: sembra un film di Muccino. Quelle storie dove i figli andrebbero presi a sberle perché così si fa nella jungla, altro che sceneggiature! Ma c’è il piano che suona. Che addolcisce ogni cosa che accade nel frattempo. Bello è smarrirsi in questo giorno imperfetto come del resto lo sono quasi tutte le giornate del mondo. Le carote, in padella, s’indorano. E le cipolline bianche, alla fine, troveranno il perfetto equilibrio tra l’agro e il dolce. Le richieste di mia figlia che diventano, ora, insolenze: “io stasera ci torno al Virgilio. Punto e basta!”. “Chiedi a babbo” sento dire a mia moglie sul far dell’isterico. Ma la figlia già scappa sbattendo più porte che può. C’è uno spiffero; viene dal terrazzo e mi taglia le gambe. E’ una Roma agguantata alla gola da una morsa di gelo. Io che penso che non sto facendo niente di niente per proteggere le mie piante grasse dal rigore di questo anomalo inverno romano. Se saranno capaci di farcela, vorrà dire vivranno, e sennò moriranno: non vedo il problema. E la cagna che uggiola triste da che è rimasta chiusa in cucina con me che neanche la guardo. Noi due soli. Ma io scrivo e ascolto la musica; lei invece, poveraccia, non sa più cosa fare se non uggiolare. Dovrei alzarmi e aprirle la porta. Ma la penna mi tiene in ostaggio la mano, e la obbliga a stendere il flusso continuo dei pensieri; a fissare su carta il loro ininterrotto concatenarsi in parole: che perfetta armonia, in quest’attimo, fra di esse e la nuova canzone. Uggiolava a tempo, Trudy, la canina. Perfettamente a ritmo. Non so in quale modo avvenga la fruizione della musica nei cani, ma certo sarebbe tutto un mondo che qualcuno dovrebbe scoprire. Ecco poi una mano pietosa che le apre la porta. Il raspare della zampa sul legno ha prodotto il suo effetto; è incredibile come nella baraonda di casa, qualcuno abbia trovato il modo di sentire i suoi lamenti. E di nuovo mi ritrovo qui, solo, fra i sughi che borbottano placidi – loro sanno bene cosa devono diventare –, la musica, e lo spiffero che raggela pian piano le gambe. Spero solo che qualcuno capisca anche il mio desiderio, oltre quello del cane, e che venga e mi chiuda la porta. A quanti impegni ci tocca obbedire, pensavo. Lo scrivere, il vivere. Ho già messo lo spumante nel frigo. Stapperò poi anche un fiasco di vino. Siamo in dodici. C’è il problema del tavolo. Nove adulti e tre giovani donne: le mie figlie. La seconda rientra di nuovo in cucina; s’è addolcita? Manco a dirlo!

E’ una lotta di decibel fra lei e le orecchie intasate del mondo; con frasi che, contestualizzate in una tragedia, avrebbero un peso specifico immane. Nella vita quotidiana poi tutto si stempera. Siamo abituati a non riconoscere più le ferite. Un po’ è anche la televisione che ha cambiato il significato delle cose. Oggi si possono dire cose terribili, e un minuto dopo, affermare l’esatto contrario nello stesso programma del cazzo.

Dove sta la verità? Che nessuno la sa più. Che forse non conta più. Per fortuna il cellulare fa bip bip. Son saluti. Sono auguri. Io rispondo con la parte più piccola del cervello, alla periferia del quale, l’ufficio risposte è aperto giorno e notte. Lentamente il sole cala dietro al confine del mondo. Votazioni in Iraq. Tanta gente che vuole scrollarsi la paura di dosso. E lo fa. Brava gente. O così sembrerebbe. Oh che voglia di pace! Che bello. E’ la fortuna che hanno - ed è paradossale - coloro che non vivono in un mondo dove i gossip sono cultura. E voi, belle teste di markettari, quante stronzate che v’inventate per giustificare la vostra caduta nei gironi del banale, perché infine voi siete banali. In Italia, Francia, Spagna, Olanda e chi più ne ha più ne metta, milioni di pensieri si tramutano in fronzoli. Fate schifo! E se avete la laurea, fate schifo per due. E si mettono pure in cornice! Ecco: finalmente mia figlia ha ottenuto il permesso di andarsene, stasera; di uscire di casa per portare in dono il suo sorriso impertinente come gesto di solidarietà ai colleghi del liceo Virgilio, che stanotte dormiranno là, data la loro intenzione di occuparlo. Che bisogno ci sarà di farsi anche le canne? Non bastavano le ragioni politiche? Che palle quando uno la storia l’ha già vissuta in proprio. Enya arrangia con elica sapienza. Chiara cucina, ma è confusa perché ho dato il permesso a nostra figlia di andare all’occupazione; infondo, stasera, è il mio compleanno che dobbiamo festeggiare. E poi, detto fra noi, le figlie vanno e vengono; le mogli, per quanto mi riguarda, restano e sono la cosa più dolce che possa capitare a un uomo che un giorno, tanto per cambiare, decise di prendersi un impegno.

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