Nel ventre molle di Mcdonald’s
Mangiare hamburger e patatine per un mese. Vomitare. Stare male, distruggere il fegato, far schizzare il colesterolo. Tutto per fare un film-denuncia

Ancora un documentario militante dagli Stati Uniti. Ancora la non fiction a farsi carico di testimoniare e rivelare quello che stampa e tv non dicono. Morgan Spurlock, regista di base a Manhattan, per il suo Super Size Me imbastisce un’inchiesta paradossale e provocatoria: verificare se le affermazioni che i legali della catena di fast-food McDonald’s hanno asserito durante un processo intentatogli da due ragazze obese, siano vere o false.

Il cibo di McDonald’s può costituire una dieta sana e nutriente? Per provarlo, Spurlock decide di mangiare per un mese soltanto nei fast food della catena e elabora delle regole per l’esperimento: ogni giorno consumerà un menu super-size, dovrà assaggiare tutte le altre delizie almeno una volta e, per concludere, limiterà il suo esercizio fisico quotidiano a una breve passeggiata.

Pieno di salute, Spurlock comincia a mangiare McDonald’s e vomita subito dopo il primo pasto super-size. La sua fidanzata Alex, una cuoca vegan, tenta di persuaderlo a desistere, così come il suo medico. Spurlock intervista i fan appassionati di McDonald’s, un chirurgo che avverte dei pericoli del cibo da fast-food, nutrizionisti, sostenitori delle campagne anti fast-food e lobbisti dell’industria alimentare che affermano allegramente: “Siamo parte del problema (l’obesità diffusa nel paese) e parte della soluzione”. Comunque, malgrado le ripetute richieste, nessuno del gruppo McDonald’s accetta di parlare con Spurlock.

Dopo aver mostrato quante batterie di galline servano a produrre i Chicken McNuggets, quanto la dipendenza da fast-food possa essere paragonata alla dipendenza dalle droghe e quanto sia aggressivo il marketing di McDonald’s nei confronti dei bambini, Spurlock chiude il suo esperimento con il fisico devastato: è ingrassato a dismisura, i valori del suo colesterolo sono schizzati oltre i livelli di guardia e il fegato si è trasformato in una sorta di fois gras.

I titoli di coda ci informano che le due teenager che avevano tentato di citare in giudizio McDonald’s hanno perso la loro causa ma, a partire dalla distribuzione del film negli Stati Uniti, la società ha ritirato dai menu l’opzione Super Size.

Benché la tecnica documentaristica di Spurlock debba molto al metodo “guerrilla” di Michael Moore (in particolare a quello delle strisce televisive Nation e The Awful Truth), il suo film rivela una disciplina e un rigore di ricerca tali da superare il maestro.

Realizzato negli Stati Uniti prima di Fahrenheit 9/11, l’invettiva rabbiosa e melò di Moore contro Bush jr., Super Size Me offre squarci attentamente ragionati di giornalismo investigativo che colpisce nel segno, sostenuto dal sorriso di Spurlock – di gran lunga più simpatico e, almeno sembra, meno egocentrico di Moore. Sottoponendosi al supplizio di nutrirsi per trenta giorni soltanto del cibo di McDonald’s, Spurlock ricorre a uno stile masochistico alla Jackass per dimostrare quanto l’obesità e altri problemi di salute siano legati all’avidità delle corporation.

Super Size Me non offre sempre uno spettacolo gradevole: la scena del vomito e il footage di un uomo sottoposto a un’operazione allo stomaco sono abbastanza nauseanti. In più Spurlock ha un cameraman, Scott Ambrosy, che gli sta così vicino mentre mangia da poter competere con una sonda endoscopica.

Il risultato però è più di un’entusiastica denuncia al gigante dei fast food (che non ha portato in giudizio Spurlock, nonostante i suoi dipartimenti di marketing abbiano aggressivamente rifiutato il film). I potenti lobbisti, i pigri governi che lasciano fare, i cittadini che trangugiano carboidrati sono tutti complici del suicidio nutrizionale mondiale.

Ma le vittime non sono soltanto adulti, come Spurlock e i devoti adepti di McDonald’s, che scelgono di mangiare valanghe di hamburger pur sapendo quali siano i pericoli. Spurlock condanna soprattutto i sinistri metodi di marketing usati dai mercanti del panino per conquistare i bambini. Inquadrando la faccia della mascotte della compagnia, Spurlock fa scivolare scaltramente nella colonna sonora le note di Pusher Man di Curtis Mayfield. Bassamente moralistico? Forse, ma l’approccio onesto del film e del suo eroe rendono il tutto assai convincente.

 

Ballata per una rocker fallita

Clean, un film a cui ben si adatta il titolo. Dopo il naufragio della sua opera precedente, l’irrecuperabile e malvisto Demonlover (2002), Olivier Assayas, prima critico e poi regista francese, sposa la causa della sua eroina: dall’orlo del baratro risale verso rive più sicure, senza cadere nel noioso accademismo di Destineés sentimentales (2000), e proprio come Emily/ Meggie Cheung compie un viaggio rigenerante verso una melodia più sobria ed elegante, come quella che conclude con grazia il film.
Figlio del rock, Assayas firma, con Clean, un’opera inconsueta sulla musica che gli ha salvato la vita. Attraverso il percorso di una cantante velleitaria che ha perso il treno della gloria, junkie in disintossicazione, giovane vedova e madre che cerca di recuperare suo figlio, il regista mette in atto una demistificazione e un acuto ribaltamento del vecchio adagio “sesso, droga & rock’n’roll”, spogliando Maggie Cheung delle paillette e del rimmel da star. La sua deriva riassume i sogni di gloria e le illusioni di una generazione che si sono fracassate sul terreno granitico del reale. L’attrice è abbagliante in un ruolo niente affatto semplice, che ben si attanaglierebbe a Courtney Love, ma che il cineasta ha invece scritto appositamente per lei. Impeccabile anche Nick Nolte, che non avevamo più visto così intenso da almeno un lustro e che interpreta superbamente il ruolo di un nonno combattuto tra l’amore per il nipote e il dolore di toglierlo alla madre.

Ecco cos’è principalmente Clean, un bel melodramma, in cui le sequenze della riunione e della separazione tra una madre e il suo bambino sono ciò che il film ha di più semplice e prezioso. Assayas probabilmente non è quell’immenso autore che una certa stampa alla moda francese si è ingegnata a vedere in lui, ma Clean, che a Cannes 2004 ha vinto il premio per la migliore interpretazione femminile, avrebbe legittimamente meritato anche il premio alla regia. Per aver resuscitato, nel cinema francese, l’alleanza tra una storia accessibile a tutti e l’audacia della messa in scena.


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