Dall’Italia del turismo all’Italia dei turisti
Il patrimonio archeologico? A volte è visto dagli italiani come disturbo per la viabilità e per gli scavi della metropolitana!

Il turismo e il “Bel paese” sembrano una vecchia coppia, che convive da un numero incalcolabile di anni e che, forse proprio per questo, finisce per non conoscersi più e qualche volta per odiarsi. Il rapporto è, cioè, così antico e naturale che diventa abitudine, talvolta mista a malcelato fastidio, contatto quotidiano e banale, senza sapore di novità e quindi senza progetto. Un elemento del panorama cui si finisce per non fare più caso.

Naturalmente, non si tratta solo dell’incontro casuale e frettoloso tra l’italiano e lo stuolo di turisti curiosi che si affollano dietro a una guida. Il rapporto è più complesso, sia in virtù del flusso costante e consolidato, sia perché – oltre che dell’incrocio di persone – esso è sostanziato di cose, peraltro notevoli e ricche di richiami spirituali, e di sentimenti; in una parola, è una relazione incentrata sulla cultura.

Catalizzatore e mediatore di questo rapporto è naturalmente – a parte la mitezza del clima ed un certo gusto del folclore – il bene culturale. Ed è proprio sotto questo profilo che gli italiani non riescono ad apportare un contributo costruttivo all’altezza della situazione. In primo luogo, per ragioni già troppo note che investono l’intera vita nazionale e attengono in generale al modo in cui gli italiani trattano il loro patrimonio culturale. L’abbondanza di rovine, la prolificità degli artisti e il genio inventivo che riteniamo prerogativa del “Bel paese” hanno forse condotto a quel senso di saturazione che genera un legame distratto, un’ignava particolare nella cura della memoria. La nostra modernizzazione si è quindi tradotta più volentieri nella materializzazione dei bisogni, nell’appropriazione dell’ambiente (sventramenti, autostrade, abusivismo edilizio, etc.) piuttosto che nella razionalizzazione del processo di tutela e conservazione del patrimonio artistico e naturale, rimasto invece appannaggio di una vetusta concezione museografica o della semplice incuria, all’ombra dell’industria automobilistica e dei piani regolatori regolarmente disattesi.

 

Nelle città storiche – grandi o “minori” che siano – la lunga dimestichezza con i ruderi e l’ondata di migrazioni hanno condotto le metropoli alle soglie della post-modernità col viatico di una visione arcaica del turismo e di una tendenza a involgarire, quando non a rinnegare, il patrimonio della cultura locale. Se a questo gusto per la modernità sotto forma di benessere si aggiunge la noia per il passato, si capisce ancor meglio come il patrimonio archeologico sia visto come disturbo per la viabilità, per gli scavi della metropolitana, per l’edilizia in generale. Per di più la nostra cultura artistica e la conoscenza delle lingue restano generalmente piuttosto scarse. Ecco perché, quando incontriamo il turista, che ovviamente ne sa più di noi (si è preparato prima…!), ci diventa antipatico: lo vediamo come un buzzurro che per quanto si guardi intorno non riuscirà mai a capire veramente, o come un saccente che vuole venire a insegnarci le “nostre cose”. Ci rendiamo conto che egli apprezza più di noi eventi, luoghi e testimonianze cui non prestiamo mai soverchia attenzione, ma rarissimamente ciò si traduce in una riscoperta, più o meno collaborativa. Finiamo invece per radicalizzare la nostra diffidente ignoranza e per solidarizzare con chi esibisce il lato peggiore della nostra realtà. Ti hanno fatto pagare una bibita a peso d’oro? Ti hanno rifilato una “patacca”? Ti hanno rubato il portafogli? Ti sta bene! Cosi impari! Che cosa? Boh!

È ovvio che questa situazione, quasi d’amore non corrisposto, non può andar bene. Disorienta anzitutto il turista che, sebbene ammirato dalla maestosità dei luoghi, può sentirsi più tollerato che accolto, deluso dallo standard dei servizi, generalmente più basso di quello cui è abituato, non sempre appagato dal solo lato pittoresco e qualche volta perfino gabbato. Non basta, in secondo luogo, a far sì che gli italiani accolgano l’elemento turismo nella loro concezione di cittadinanza, già di per sé piuttosto peculiare e indolente (anche i luoghi comuni possono contenere un pezzetto di verità) anziché pienamente partecipativa.

Nel conto dell’analisi delle differenti sensibilità che hanno un impatto su quest’incontro sostanzialmente spesso mancato, vanno messe anche le diverse sfaccettature e le trasformazioni dei fenomeni turistici e della particolare cultura che li sospinge. Un elemento utile a questo fine è soprattutto la distinzione fra la dinamica nervosa del “mordi e fuggi”, in apparente espansione, e la tradizionale e ultimamente rinascente cultura del viaggio come percorso interiore, come esperienza e pedagogia dell’alterità.

Alle risposte naturali ala situazione di ristagno, di crescita incontrollata o di possibile recessione, che sono la sollecitazione di uno spirito imprenditoriale moderno, una rete formativa adeguata, una organizzazione delle strutture agile e coerente, deve corrispondere dunque un processo di mutamento culturale che risolva molti equivoci di base, ammoderni la rete dei rapporti sociali nel tessuto del paese e soprattutto espanda la concezione di cittadinanza in senso partecipativo, di rete comunicativa e  comportamentale, trasformando, quasi di risulta, il rapporto con i turisti da pantomima guittesca a condivisione di realtà storiche, territoriali e artistiche importanti come quelle italiane.


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