The american dream: Il successo e l’insuccesso
Hai una vita e una carriera brillante? Sei forte e bravo! Se poi fallisci e finisci in miseria… è tutta colpa tua. Negli States non ci sono scusanti… meriti e colpe sono di chi se li gioca ogni giorno al tavolo della vita…

Il sogno americano anima ancora i desideri e le fantasie di centinaia di milioni di uomini nei grandi universi della povertà e dell’emigrazione in Asia, nell’America Latina, nell’Europa orientale. Di questo sogno l’idea del successo è la componente fondamentale ed è costituita non solo dalla speranza della possibilità di lavorare, ma anche da quella di arricchirsi col lavoro, di moltiplicare i propri soldi con le buone idee, con la buona volontà e la dedizione.

Bisogna dire che ancora oggi, in tempi di mercato globale, quando i singoli e le imprese hanno bisogno di enormi risorse per affrontare la concorrenza mondiale, il successo di una persona con pochi mezzi, la fortuna strepitosa di una buona idea sono ancora possibili in America, grazie soprattutto al fatto che gli Stati Uniti sono un unico, grande mercato.

Mi ha colpito, poche settimane fa, l’esempio di Reed Hastings raccontato dal New York Times, il caso di un piccolo imprenditore in cerca di soldi per finanziare, nel ‘98, un’idea considerata da tutti piuttosto balzana: iniziare un business per affittare DVD di film per posta, in concorrenza con i giganti dei video stores Blockbuster e Wal-Mart. Ottenuto il prestito, Hastings che aveva allora 37 anni, aveva fatto per due anni l’insegnante di matematica in Africa, nello Swaziland, e poi il consulente di informatica nella silicon valley,  realizza il suo progetto e crea Netflix. Dopo quattro anni la compagnia è quotata in borsa; oggi ha quasi tre milioni di clienti, cresce al ritmo del 75% e ha un attivo di 175 milioni di dollari. Nel 1998 esisteva come piccolo negozio in California, oggi ha 30 centri di distribuzione in tutti gli Stati Uniti. Reed Hastings è un giovane miliardario felice e di successo: “Avere successo dopo una partenza difficile dà una soddisfazione particolare”, racconta al New York Times. Simili alla sua storia ve ne sono di migliaia: i piccoli imprenditori che divengono giganti dal nulla per aver capito i gusti del pubblico o per aver inventato la soluzione di un problema sono fra i simboli del sogno americano.

L’idea del successo è una parte costitutiva della cultura americana e si accompagna sempre al suo opposto: l’idea dell’insuccesso. Ai winner si contrappongono i loser. Il successo è la prova delle buone qualità dei singoli, l’insuccesso, la prova delle loro cattive qualità. Entrambe le idee producono conseguenze sul terreno dell’etica e della morale e quindi nei comportamenti e nei sentimenti.

Negli anni ’70 avevo un amico di successo. Aveva creato una fabbrica di scatole di cartone, modernissima e ben organizzata. Era partito anche lui dal nulla, dall’intraprendenza di una famiglia di ebrei poveri, immigrati da poco, e aveva una bellissima casa con una grande piscina in un quartiere elegante di Chicago, un garage pieno di macchine d’epoca, un aereo che lui stesso pilotava. La sua famiglia aveva tutto ciò che una famiglia ricca americana potesse desiderare: lusso, sorrisi smaglianti, un’esistenza capace di mostrare in ogni momento il livello di successo raggiunto. Poi, la sua impresa fallì (aumento dei prezzi della cellulosa? concorrenza delle materie plastiche? chissà…) e Sam, invece che dalla felicità e dal successo, fu circondato dall’insuccesso e dall’infelicità: la moglie lo lasciò, i figli lo evitavano vergognandosene un po’, i debiti gli fecero venire un infarto. Io l’ho ritrovato su una sedia a rotelle in una povera casa di riposo, senza che fosse accompagnato da un briciolo di solidarietà di amici e parenti. L’insuccesso era un marchio sociale, lo aveva isolato e, alla fine, vinto.

Il sogno americano è affascinante e cercarlo – specialmente per uomini e donne di culture diverse – è un rischio che probabilmente vale la pena di correre. Ma è un rischio, ha un prezzo e bisogna essere preparati a pagarlo in un panorama di ideologie liberali e protestanti nel quale le nostre idee di solidarietà e di pietà – di matrice cattolica – sono lontane anni luce. Se hai successo, il merito è tuo. Ma se fallisci è colpa tua e non di entità astratte – “il mercato”, “lo Stato”, “la concorrenza”, ecc. – e se sei un perdente, le giustificazioni che puoi trovare suoneranno sempre un po’ false alle orecchie dell’America profonda. Il proverbio “piove: governo ladro” – che poi vuol dire che se succede qualcosa di male la colpa è sempre di qualcun altro –  non sarebbe capito da nessuno in America, dove l’idea della responsabilità individuale è dominante. Come altre idee che segnano la cultura moderna, essa ha trovato qui il suo terreno di elezione. Ciò che colpisce, nella storia dei cambiamenti attraversati dagli Stati Uniti nell’ultimo secolo, è la persistenza di una simile idea, che non è stata scalfita dalle grandi ondate migratorie di popolazioni e culture diverse e che oggi sembra conquistare il resto del mondo, invece che esserne conquistata.


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