L’inventore di favole
La Mostra del cinema di Venezia ha reso omaggio con un premio alla carriera al grande Hayao Miyazaki, il Walt Disney giapponese, creatore di favole meravigliose e senza tempo, come Il castello errante di Howl.

La vita di Miyazaki comincia con una fuga. Nel 1942 gli aerei americani bombardano Tokio, dove è nato, e la sua famiglia si rifugia in campagna. Un’esperienza traumatica che diventa scrigno segreto da cui scaturiscono fantasmi e temi che animeranno i suoi lavori: l’amore/odio per l’aviazione, lo spaesamento dell’abbandono, l’infanzia come età magica e dolorosa, l’attaccamento alla natura. Appassionato di fumetti, è tra le loro pagine che Miyazaki scopre una vocazione irresistibile. All’università segue i corsi di economia ma nel tempo libero perfeziona la tecnica di disegno, presto notata dallo studio Tôei, dove comincia a collaborare.

Ma la politica dello studio entra in contrasto con le ambizioni di Miyazaki, che si trasferisce insieme a Isao Takahata, altro maestro dell’animazione giapponese, alla A Production, concorrente diretta della Tôei. Insieme firmano alcuni cortometraggi, mentre per un altro studio Miyazaki sviluppa un progetto destinato al successo, Heidi, uno dei primifeuilleton animati.

Nel 1978 crea la prima serie televisiva Conan, ragazzo del futuro, un esordio squillante. L’anno successivo il primo lungometraggio, Il castello di Cagliostro, noto anche come Lupin III, magistrale epopea che, in Giappone, diventa un classico. Dopo qualche progetto fallimentare, Miyazaki torna al fumetto e sviluppa la storia a episodi Nausicaä della valle del vento. Il successo è inaspettato e il personaggio approda al grande schermo con incassi tali che Takahata e Miyazaki possono fondare uno studio tutto per loro: il Ghibli.

Tutto orientato all’animazione di qualità, lo studio Ghibli coniuga le esigenze artistiche con il gusto del pubblico. La produzione si infittisce e nascono altri capolavori: Laputa, Castle in the Sky (da I viaggi di Gulliver) nel 1986, il realista e nostalgico Il mio vicino Totoro (1988), la favola suina Porco Rosso (1992). Nel 1997 è la volta de La principessa Mononoke, favola epica dalle influenze congiunte di due maestri del cinema giapponese: Akira Kurosawa (La fortezza nascosta) e Kenji Mizoguchi (I racconti della luna pallida d’agosto). Il successo fenomenale de La città incantata, elegge il 2001 come anno primo delle consacrazioni, scandite dall’Orso d’oro a Berlino nel 2002, dall’Oscar nel 2003 e ora dal riconoscimento veneziano.

Ogni film diretto da Miyazaki segue un’estetica chiara che gli ha consentito di costruire negli anni un’opera costante e omogenea. Da Nausicaä in poi, nei lungometraggi si è imposta un’affascinante ossessione per la luce, una scatenata forza cromatica dai toni pastello associata alla purezza delle linee. Una tensione per l’incandescenza delle forme testimonianza del profondo rapporto di Miyazaki con lo scintoismo. Il suo sguardo è sempre volto alla natura, ma parallelamente inventa un mondo in cui dei, incantesimi e magia coabitano con uomini e macchine. L’indistinzione tra reale e immaginario, il contrappunto narrativo ed estetico cruciale del suo cinema, raggiunge un livello inedito ne Il castello errante di Howl. Ispirato a un romanzo di Diana Wynne Jones, Miyazaki elabora uno dei racconti iniziatici al femminile che gli sono familiari. Segue le avventure di Sofia - ragazzina solitaria che, per un incantesimo, ha le sembianze di un’ottantenne - e la sua storia d’amore con il mago Hauru/Howl sullo sfondo di una guerra imminente. La forza fantastica del film è nel suo prendersi gioco del tempo e delle apparenze. Nel racconto Sofia non cessa mai di cambiare età. Prima bambina, poi nonna, trascorre da un ruolo all’altro con la leggerezza da ballerina. Scena dopo scena Miyazaki la fa ringiovanire e poi invecchiare in modi imprevedibili. A testimonianza di un modo di pensare il mondo in cui, a ogni età, ciascun essere umano deve affrontare a viso aperto la precarietà della vita. Da lì nascono l’insegnamento e la saggezza. Per Miyazaki, cinema e vita in fondo raccontano la stessa storia, quella del pericoloso e avvincente cammino verso l’armonia.

 

OLTRE IL CONFINE

Intervista a Tommy Lee Jones

 Attore stimato e uomo schivo, il texano Tommy Lee Jones ha dimostrato di avere anche la stoffa del regista. Dopo l’esordio televisivo, la sua opera seconda, Le tre sepolture di Melquiades Estrada, ha conquistato il premio per la migliore interpretazione maschile e quello per la migliore sceneggiatura - del messicano Guillermo Arriaga, già autore dei celebrati Amores Perros e 21 grammi - all’ultimo Festival di Cannes. Affidandosi al respiro epico e a una sensibilità paesaggistica degna di un regista classico, Tommy Lee Jones racconta una bella storia d’amicizia, vendetta e redenzione lungo il confine maledetto tra Messico e Stati Uniti.

E’ vero che l’idea del film è nata durante una battuta di caccia?

Io e Guillermo Arriaga siamo buoni amici e compagni di caccia. L’ho incontrato 3 o 4 anni fa in California e, a un certo punto, ha cominciato a venire a caccia di cervi con il nostro gruppo di amici. Anche Michael Fitzgerald, il produttore, partecipa di solito a queste riunioni. Un giorno stavamo facendo un trasferimento con il fuoristrada e ci siamo detti: “Perché non facciamo un film insieme?”. Come un branco di ragazzini abbiamo cominciato a discuterne e alla fine abbiamo trovato una storia che ci piaceva.

Il film sembra suggerire che il confine tra Messico e Stati Uniti è solo mentale ed economico…

Per affrontare i temi che mi interessavano sono partito da un fatto di cronaca, la storia drammatica di un giovane messicano ucciso dal governo americano per errore e in maniera stupida. La bellezza e la continuità geografica tra Messico del nord e Texas del sud, dove sono nato è cresciuto, stanno lì a testimoniare che la terra di Dio è molto più grande dei confini degli uomini.

Nel film c’è un’attenzione spasmodica al suono della lingua dei dialoghi…

Guillermo ha scritto la sceneggiatura in spagnolo e l’ha fatta tradurre da un suo collaboratore di fiducia. Io ho assoldato altri due traduttori. Varie stesure dopo, abbiamo raggiunto la giusta lingua del Texas meridionale, con ritmo adeguato e una certa metrica, Guillermo ha un orecchio molto poetico per il dialogo e io ho cercato di elevare i dialoghi americani a quella qualità poetica.

La struttura narrativa non segue la cronologia, come accade nei film scritti da Arriaga…

La struttura non è cronologica o lineare. Guillermo mi ha detto che non gli interessava scrivere una sceneggiatura tradizionale. Le sequenze strettamente matematiche non gli interessano. Per me era perfetto perché il punto di vista che volevo suggerire nella storia era la sensazione che passato, presente e futuro fossero simultanei.

Perché ha optato per delle soluzioni fotografiche così poco naturalistiche?

Il mio approccio alla fotografia del film è fondato sulla passione per i colori espressivi. La mia sensibilità nei confronti del colore è influenzata dal Messico, dalla pittura di Mondrian e Matisse, dai film di Jean-Luc Godard e Kurosawa. Non è una scelta consapevole, è il mio modo di guardare al colore.

 

HOLLYWOOD KILLER

Chiamatelo idiota, chiamatelo stupido oltre ogni limite, ne avete tutte le ragioni. Una sola cosa non si può dire di questo Nella Mente Del Serial Killer, thriller firmato da Renny Harlin: che sia noioso.

Grande assemblatore di spazzatura hollywoodiana- qualche volta colpevole e consapevole (Spy, 1996), altre casuale (L’Esorcista: La genesi, 2004) - Harlin ha una mano registica lieve come un fabbro. Per una volta però, l’agitarsi forsennato della sua macchina da presa regge la baracca, anche quando l’indicatore del controllo qualità è ormai fuori giri. La velocità e il fracasso sono tutto in un film di Harlin, che incarna alla perfezione il modello del regista medio hollywoodiano: lo shooter, lo “spara-inquadrature”. Non è importante se tanti muscoli siano al servizio di una storia ridicola, l’importante è che qualcosa sia sempre in movimento sullo schermo. Normalmente una produzione che rimane parcheggiata 2 anni in uno studio hollywoodiano, come nel caso di Nella mente del serial killer, preannuncia un disastro certo e invece, a sorpresa, il film abbraccia tutti cliché del genere assassini seriali con entusiasmo e convinzione contagiosi. Immaginate una versione dopata di Saw – l’enigmista, ma orchestrata con furbizia impeccabile.

Il plot: su un’isola deserta alcuni profilers (esperti di psicologie deviate che danno la caccia ai serial killer) analizzano altri profilers e, accidenti, ci scappano morti a ripetizione. Un’esca irresistibile, high-concept, con due ulteriori delizie: gli agenti dell’Fbi sembrano aver ottenuto la patente d’abilità studiando i romanzi di Thomas Harris (quello de Il silenzio degli innocenti) e ognuno di loro ha alle spalle una storia così traumatica che avrebbe dovuto indurre i datori di lavoro almeno alla diffidenza. Costretto insieme, questo pool di cervelli spende gran parte del tempo a cercare di anticipare le trappole del killer, salvo caderci ogni volta, perché il colpevole è uno di loro. La stupidità e la scemenza dell’intreccio sono ingiustificabili ma è divertente scoprire come gli stereotipi del genere vengano triturati dallo scalpello di Harlin. Un film agghiacciante e spassoso insieme. Un prodotto medio da studio hollywoodiano.

 

LA TRAPPOLA DI DUNE

Ogni volta che recuperiamo un tesoro smarrito della storia del cinema in formato, colore, suono e lingua originali, ringraziamo il cielo per l’invenzione e l’esistenza del dvd. Non di rado capita però di maledirlo per i sonori “pacchi” che alcuni distributori ci rifilano. E’ il caso di un triplo dvd francese contrabbandato come la versione definitiva di Dune, il film di David Lynch massacrato dal produttore De Laurentiis. A parte un discutibile lavoro di lifting sonoro, il film non guadagna nulla rispetto alla precedente edizione. Sul secondo disco, la versione definita lunga è in realtà un vecchio montaggio x una trasmissione televisiva. A suo tempo Lynch l’aveva già ripudiata. Oltre a un nuovo preambolo esplicativo in voice off, la long version comprende una trentina di minuti in più. Il loro contenuto non migliora né il ritmo né la comprensione della storia e la povertà visiva contrasta con il resto del film. In più la follia del full screen uccide il senso della composizione e dell’inquadratura lynchiane. Riguardarlo è un supplizio. A parziale consolazione sono usciti due preziosi dvd distribuiti dalla Dolmen Video che rimettono in circolo per i cinefili più vigorosi il “virus” Samuel Fuller. Due film, il thriller Mano pericolosa (1953) e il western Quaranta pistole (1957) che testimoniano l’acume e l’energia del regista americano morto nel 1997 e smascherano la sua duratura influenza su molti autori “moderni” (Scorsese, Godard, Wenders).

 

Dune – Ultimate edition, 3 Dvd, Opening, Euro 24,90; Mano pericolosa/Quaranta pistole, Dolmen Video, Euro 14,99 cad.


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