Diritti civiLi e Corte supRema
Quando è la toga a regolare le diseguaglianze...
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La battaglia per la conquista e la difesa dei diritti civili è stata negli ultimi cinquant’anni uno degli aspetti distintivi della cultura politica americana. Battaglie sui temi dei diritti civili ci sono state anche altrove e anche prima nelle società occidentali, ma raramente hanno conosciuto l’ampiezza, l’intensità e la ricchezza di quelle combattute in America a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. E raramente ci sono stati, in altri paesi, conflitti sociali così gravi come quelli che esse hanno innescato negli Stati uniti.
Il tema dominante è stato quello della lotta contro la discriminazione. Discriminazione razziale, discriminazione di genere, discriminazione sul terreno delle preferenze sessuali, discriminazione religiosa. E’ stata una battaglia tendenzialmente egualitaria che, fra l’altro, ha fatto cristallizzare tutto un mondo di simboli e di miti che rende riconoscibile la tradizione radical americana e il suo inno informale We shall overcome (Un giorno vinceremo) cantato da Joan Baez.
In mancanza di un influente partito di sinistra di tipo socialdemocratico (che non c’è mai stato e non ci sarà mai negli Stati uniti) che avrebbe potuto governare e orientare la lotta per i diritti civili in una dimensione unitaria, essa si è distribuita in molti rivoli indipendenti e ha finito con l’essere condotta da molti gruppi minoritari spesso in competizione, o anche in conflitto l’uno con l’altro. Il movimento dei neri americani non ha mai solidarizzato con i gruppi femministi, né con quelli di gay e lesbiche, per non parlare delle discriminazioni religiose, che sono rimaste a lungo un tema minore.
Per di più i due grandi partiti democratico e repubblicano hanno reagito con differenze trasversali, anche se i democratici sono apparsi più aperti alla difesa dei diritti civili che non i repubblicani.

Alla fine, le soluzioni trovate per i conflitti che attraversavano la società americana – e che, bisogna aggiungere, non sono stati sanati – sono state più di tipo giuridico e amministrativo che politico: nell’ambito della tradizione americana, le risposte decisive sono state date dalla corte suprema o dai giudici federali.

Essi hanno almeno in parte regolato le disuguaglianze, ma non hanno prodotto consensi pieni e condivisi.

Basta pensare alla questione simbolica, posta per la prima volta negli anni ’60 e mai risolta, del rapporto fra segregazione razziale e sistema scolastico. Negli Stati uniti le differenze etniche e razziali sono state a lungo rispecchiate dalla geografia residenziale. In tutte le città c’è una linea invisibile che divide neri da bianchi, polacchi da messicani, e così via. Negli anni ’60, quando le misure antisegregazione furono imposte da una serie di decisioni della Corte suprema, si cercò di superare la segregazione oggettiva data dal fatto che nelle scuole dei quartieri neri c’erano solo studenti neri e in quelle dei quartieri bianchi solo studenti bianchi, attraverso l’uso del busing e cioè trasportando gli studenti in autobus da una scuola all’altra per promuovere l’integrazione razziale. La decisione fu imposta da un giudice del Massachussets, ma c’era già una vecchia sentenza della Corte suprema, chiamata, come tutte le sentenze della Corte suprema, col nome dei contendenti (Brown vs. Board of Education, 1954).
Si capisce il senso del busing, ma c’è da dire che, oltre che essere un sistema poco razionale per risolvere il problema, esso ha provocato una serie infinita di controversie molte delle quali sono finite davanti alla Corte suprema che ha emanato sentenze a volte in contraddizione l’una con l’altra. Con Milliken vs. Bradley (1973), ad esempio, la Corte suprema ha limitato il busing all’interno di singoli distretti scolastici, allo scopo di evitare il trasporto degli studenti per chilometri e chilometri con la conseguente perdita del tempo utile all’apprendimento. Molti neri non vogliono che i loro figli vengano trasportati nelle scuole dei quartieri bianchi e viceversa. Sul tema c’è una letteratura giuridica sterminata e nessuna decisione politica. La struttura federale degli Stati uniti, le prerogative dei singoli Stati e le tradizioni politiche americane fanno sì che una questione di così schietto sapore politico, culturale, ideale sia divenuta una questione di giudici e di toghe.
Per questo nella storia degli Stati uniti la nomina dei giudici da parte dei presidenti è sempre stata così importante. Il presidente Bush ha nominato giudici di cultura giuridica conservatrice la cui opinione forse peserà nel modificare il panorama americano dei diritti civili. Ma, prima di lui, avevano fatto lo stesso tutti i presidenti: da Franklin Delano Roosevelt (a metà degli anni ’30) a Clinton, i presidenti hanno sempre nominato giudici della loro area politica. Giudici che, fra l’altro, sono nominati a vita e decadono solo in circostanze estreme.
Il sistema ha finora funzionato, nel senso che le decisioni dei giudici hanno lentamente accompagnato i cambiamenti della società americana. Esso si basa sul rapporto fra la durata dei mandati presidenziali e il ciclo di vita dei giudici: se vincesse sempre lo stesso partito o i giudici vivessero troppo a lungo rischierebbe di incepparsi. Con tutto il rispetto per la longevità dei giudici, speriamo che non accada.

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