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Un paio di baffi può mettere in crisi un uomo? E un'intesa tra banche può metTere in crisi un paeSe?

“L’AMORE sospetto”: sotto i baffi, iL NullA

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L’amore sospetto si apre con un gesto quotidiano: un uomo si taglia i baffi. L’adattamento cinematografico che lo scrittore francese Emmanuel Carrère ha tratto dal suo romanzo omonimo azzecca subito il tono: la scena inaugurale della rasatura è segnata da una strana suspense. La durata, la precisione clinica e la colonna sonora ansiogena di Philip Glass la trasformano in un rituale iniziatico. Di fatto, tornato imberbe, Marc piomba in una realtà survoltata. Sua moglie non si accorge del cambiamento, né tanto meno gli amici che cenano con lui la sera stessa. Non solo, tutti negheranno che Marc abbia mai avuto i baffi. Nel passaggio dal testo allo schermo, l’astuzia di questo punto di vista kafkiano prende forza. I numerosi nodi di riflessione che il racconto suggerisce emergono con violenza, altrettanto le derive cui potrebbe abbandonarsi. Fino a che punto siamo alla mercè e alla dipendenza dello sguardo degli altri? Cosa accade quando l’illusione di condividere qualcosa con qualcuno si sgretola? Da quali fratture psicologiche si insinuano la depressione o, peggio, la follia?

Siamo partiti da una banale avventura “epidermica” ed eccoci ad ondeggiare pericolosamente sull’orlo del precipizio e ai confini del genere fantastico e filosofico. Emmanuel Carrère gioca abilmente su tutti i tavoli. Ma tra le molte storie contenute in potenza dietro quei “baffi dimenticati”, ne sceglie una che non coincide con il centro del libro: la cronaca di una coppia minata dalla reciproca incomprensione. Al di là dell’abbrivio irrazionale, il film attiva un’affascinante deriva dei continenti all’interno di un bell’appartamento borghese. Anzi una specie di fine del mondo, perché l’improvviso crollo dei principali punti di riferimento di Marc, mette a nudo la vacuità di uno stile di vita. In breve: troppo lavoro, troppo sushi, troppo shopping chic, troppi pranzi tra amici. E poiché il film si iscrive, suo malgrado, nella tradizione di un genere classico francese, il “film sulla coppia”, è anche un esempio della recente volontà di rinnovare il genere.

Dopo Lemming di Dominik Moll, anche ne L’amore sospetto c’è qualcosa di lynchiano nella costruzione e nel principio, assai perverso, che guida la narrazione: un moto progressivo e costante che invalida ciò che sembra già acquisito. Emmanuel Carrère piazza lo spettatore nella stessa posizione sgradevole del suo eroe, condannato ad assistere allo sfaldamento inspiegabile di ogni certezza. Prendendo a modello Mulholland Drive, il film propone una versione in negativo della coppia, senza però che lo spettatore possa ricostruire il puzzle, né ristabilire una logica nella concatenazione degli eventi. Alla fine qualcosa s’inceppa nel congegno infernale, ma il monito del film è preciso. Grattate con il rasoio sotto il superfluo, i guai più grossi, a guardare bene, sono lì.
L’amore sospetto di Emmanuel Carrère, in sala dal 16 giugno.


“IL diario del sACCHeggio”: disaStri E miSERIE DEL neoliBerismo

saccheggio

Intervista a Fernando Solanas
Nel 1968 con L'ora dei forni, diventò simbolo e punto di riferimento per il cinema politico e militante. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, Fernando Solanas, padre del «Cine-Liberation», torna a parlarci del suo paese, l'Argentina, per denunciare con un altro potente cine-documento, Il diario del saccheggio, la drammatica crisi socio-economica culminata con la ribellione popolare del dicembre 2001. A partire da immagini girate sul campo e da documenti d'archivio, Solanas ha realizzato un rimarchevole lavoro di sintesi, condensando 120 ore di materiale in 120 minuti. Pamphlet e saggio, Il diario del saccheggio è prima di tutto un film didattico, che getta luce sulle conseguenze catastrofiche del neoliberismo e della mondializzazione.
Il tuo documentario indica chiaramente i colpevoli della crisi argentina: Stati Uniti, banche internazionali, corruzione politica interna…
Il Fondo Monetario Internazionale si comporta come una grande banca internazionale ma non è affatto autonomo, anzi decide in accordo con i paesi più ricchi del mondo. Quando, nel film, si vede che l’operazione del saccheggio argentino è stata organizzata dalle più grandi banche mondiali, si può ben comprendere lo stato di degradazione delle instituzioni argentine. L’applicazione di questi accordi è stata fatta secondo un piano concepito a Washington e le privatizzazioni sono state organizzate tra gruppi argentini e banche straniere. Quando accade una cosa del genere la corruzione diventa sistema, la democrazia si suicida e la “mafiocrazia” regna.
Quanto alla forma del film, assomiglia molto a quella che tu hai inventato oltre trenta anni fa, con L’ora dei forni…
Rimango fedele a questa forma documentaria concepita come un saggio, con un equilibrio controllato tra il didatticismo, il lato pedagogico e informativo, e lo sviluppo di un soggetto che tocca il cuore.
Alla fine, il popolo argentino ha dimostrato che si può sempre cambiare il mondo…
L’esempio dell’Argentina dimostra che il modello neoliberale è una catastrofe assoluta: non ha sviluppato la ricchezza del paese, né la qualità della vita della gente e non ha assicurato affatto la stabilità dei lavoratori. È stato un fiasco tale che perfino la popolazione non militante è scesa in piazza per far cadere il governo De La Rua, che aveva ottenuto il 55% dei voti non molto tempo prima. Le sue dimissioni sono state la prima vittoria dell’Argentina contro la globalizzazione. Ma la questione della giustizia, della libertà, della pace, del progresso ci concerne tutti. È una lezione per il mondo.
Il diario del saccheggio di Fernando Solanas, nelle sale dal 9 giugno

I am a caMera
Professione: reporter è forse l’ultimo grande capolavoro di Michelangelo Antonioni e uno dei suoi film meno conosciuti e apprezzati. In questa storia, ancora attualissima, di un giornalista che decide di assumere l’identità di un uomo morto, il regista di Ferrara conserva ancora tutte le sue qualità di “maestro del sospetto” e trasforma l’intrigo poliziesco in una meditazione esistenziale sul dolore di vivere, sull’impossibilità di conoscere la realtà e di cambiare destino. Un’opera che invita di continuo lo spettatore a confondere il suo sguardo con quello dei personaggi. L'alternanza, la congiunzione provvisoria, la disgiunzione fondamentale dei punti di vista trasforma la visione del film in un’esperienza della percezione tout court. Un’esperienza di ordine fenomenologico spiazzante anche per gli interpreti, come conferma il bel commento del protagonista del film, un Jack Nicholson mai così smarrito.
Professione Reporter di Michelangelo Antonioni, Sony Pictures, € 17,99


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