Slow good-bye
Finire in leggerezza, un’esperienza agli sgoccioli… qualcosa che si compie… Un addio che mi rende più solo. Ma lo farò piano piano…

Da giorni sentivo le fanfare: “Liberazione!” cantavano, “Liberazione!”. Quando venni da voi era marzo e promisi dodici articoli. Ecco fatto: parola mantenuta. Il dodicesimo è qui, che nasce sui miei tasti, parola per parola. Vedere le cose finire mi da felicità. La fine delle cose mi da felicità. Mi
fa sentir leggero. E sempre vedo il mare oltre la fine. Sparisce la città. Sparisce il panorama intorno a me. Il mare esplode ovunque. Le onde fra i comignoli divelgono le antenne, annegano le parabole. Non vedo mai un pesce. Il pesce sono io. L’unico pesce in corsa. L’unico pesce in persona, in
assenza, per fortuna, di altri e più gravi cadaveri. L’attimo dell’addio rende più solo l’uomo. La vita ha più sapore. Chi c’era intorno a me? Volti, persone, voci. “Ciao, in bocca al lupo! Ti auguro ogni bene”. Persino chi ti saluta in pelliccia, diventa per un secondo indimenticabile; poi ti rammenti che la pelliccia è orrore e sangue d’animale: te l’hanno detto a scuola. Ma, vicino a te, qualcuno ha gonfiato d’elio una bolla di sapone, e adesso, racchiuso in quella sfera, segui la limpida linearità dei tuoi pensieri. E tutti coloro che erano intorno a te diventano all’improvviso belli, perché non ci saranno più; belli e ingiudicabili.

Nei prossimi numeri ci sarò ancora… per salutarvi con pensieri lenti e fumosi di riflessioni…


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