Messico, la produzione spontanea
E’ l’ora del cinema messicano? Pare proprio di si a giudicare dalle attenzioni che alcuni film made in Mexico hanno ricevuto a Cannes. Sarà vera gloria?
 
Due film in competizione ufficiale e una ventina fuori concorso: il cinema messicano quest’anno a Cannes è ufficialmente esploso. Carlos Reygadas è stato il regista più discusso del concorso per le fellatio multiple e la carne tremula di Batalla en el cielo, il suo secondo lungometraggio. Sangre, il primo film di Amat Escalante, è stato presentato con successo nella sezione Un Certain Regard. Perfino Cannes Classic ha reso ogiugno al cinema messicano proiettando una versione restaurata di Los olvidados – uno dei Buñuel più grandi, girato in Messico nel 1950 – e tre film del mitico regista “El Indio” Fernandez. Infine la Semaine de la Critique ha proposto 3 opere di fiction e un documentario di Arturo Ripstein, Los heroes y el tempo. A questo va aggiunto il premio dato alla sceneggiatura di The Three Burials di Tommy Lee Jones, firmata dal messicano Guillermo Arriaga.

E’ il segno, come accade sempre dopo una sfilata a Cannes, di una santificazione internazionale?

A guardare gli ultimi anni di produzione nazionale non sembra che il Messico se la passi poi così bene: nel 2004 sono stati prodotti soltanto 18 lungometraggi contro i 54 dei vicini argentini. E sono poche le perle che hanno avuto una visibilità fuori dai confini: Amores perros di Alejandro Gonzalez Iñarritu e Y tu mamà también di Alfonso Cuarón – due film che hanno rivelato l’attore Gael García Bernal (consacrato da La mala educación di Pedro Almodóvar e da I diari della motocicletta di Walter Salles). Japón di Carlos Reygadas ha invece rastrellato numerosi premi nei festival internazionali e ha fatto innamorare la critica à la page.

“Credo che il cinema messicano sia il risultato di un miracolo. Ogni volta che scopro dei talenti emergenti – Reygadas ha debuttato a 33 anni, Escalante a 26 – sono impressionato perché nel nostro paese tutto sembra ostacolare le ambizioni creative” dichiara il regista Iñarritu. “Fare dei film in Messico è davvero molto, molto complicato” conferma Christian Valdelievre, produttore di Temporada de patos, primo lungometraggio di Fernando Eimbcke. “Gli aiuti pubblici sono limitati, non esiste alcuna sinergia con la televisione. Restano una mezza dozzina di produttori indipendenti che sperperano i loro soldi personali”.

Il caso Reygadas, che ha potuto girare il suo primo film grazie al patrimonio familiare, è tutt’altro che isolato. Nel mezzo un terzo delle produzioni messicane è costituito da opere prime, realizzate con piccoli budget da registi-produttori e qualche attore generoso. Al meglio i modesti aiuti pubblici consentono di finire le riprese o finanziano la post-produzione. Le sovvenzioni concesse al cinema messicano – commerciale e artistico – ammontano alla cifra ridicola di 15 milioni di dollari l’anno. “Quello che ci propone lo stato messicano è la metà della somma disponibile in Argentina, un paese in fallimento la cui popolazione è due volte meno numerosa”, ironizza Reygadas, “in queste condizioni, non è strano che ci si rivolga a dei finanziatori stranieri” commenta Christian Valdelievre.

Dal 2003 Iñarritu si è stabilito a Los Angeles e ha diretto 21 grammi, con un cast zeppo di star. L’anno seguente Cuarón ha fatto le valigie per Londra e ha realizzato Harry Potter e il prigioniero di Azbakan, Guillermo Del Toro (Blade 2, Hellboy) è ormai un regista hollywoodiano a tutti gli effetti. Gael García Bernal, il sex-symbol latino del momento, in quattro anni ha recitato in un solo film messicano, Il crimine di padre Amaro. Quanto a Carlos Reygadas, spiega: “ho bussato a tutte le porte in Messico per presentare la sceneggiatura di Japòn e non ho ottenuto niente”. Per finanziare Batalla en el cielo, il regista si è rivolto a finanziatori europei. Secondo Alfredo Joskowicz, il direttore dell’Istituto messicano della cinematografia (Imcine), “il problema di fondo risiede nell’alleanza di ferro tra i grandi distributori americani e gli esercenti delle sale messicane. Contro la loro potenza di fuoco i produttori locali riescono a malapena a sopravvivere”. Contrariamente a Brasile o Argentina, il governo messicano non è riuscito a opporsi alle grandi multinazionali americane e tassare le sale commerciali. La legge del “peso por taquilla” (0,06 euro su ciascun biglietto), votata nel 2002, è stata invalidata dalla controffensiva delle major – tra cui Warner, Columbia, Walt Disney etc. Mal redatto dai legislatori, il testo è stato dichiarato alla fine incostituzionale dalla Corte Suprema di Giustizia messicana. A partire dagli ‘80, la vendita di numerose sale pubbliche, la liberalizzazione del prezzo del biglietto e la riduzione degli aiuti di stato hanno trasformato radicalmente l’economia del cinema messicano. In stretta associazione con i distributori messicani, le major hollywoodiane hanno investito e hanno consentito lo sviluppo di un immenso mercato – il quarto al mondo. Oggi in Messico esistono 35.000 sale, ossia la metà delle sale latinoamericane. Questa folgorante moltiplicazione dei grandi schermi – accompagnata dalla sparizione delle sale d’arte e d’essai – non sembra aver portato alcun profitto all’industria cinematografica messicana. Al contrario, malgrado le notevoli eccezioni di cui abbiamo parlato, la quasi totalità dei film presentati nelle sale messicane sono americani. Vi ricorda qualcosa?


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