Capitolo XI: Alchimia

Alchimia

La sala era lunga. Terminava con una finestra aperta sul mare dei Caraibi. Felix e Alberto immobili, attendevano. Sedevano compunti su un divanetto vintage collocato all’inizio del salone. Mobili d’epoca completavano l’arredamento. Enormi tappeti persiani avevano il compito macchiare di colori il pavimento. Quadri, ma soprattutto ritratti, adornavano le pareti. Tutt’intorno, silenzio.

Erano stati introdotti nella residenza dal giamaicano con la barba, lo zio del ragazzo della foresta. Li depose nel vestibolo del salone e svanì con la stessa efficacia con cui aveva lasciato Felix dopo il loro ultimo incontro. Sua Maestà, così aveva chiamato il padrone di casa, li avrebbe raggiunti tra poco.

Il Re tardava.

Felix tamburellava con le dita sulla pelle del divano. Alberto si sollevava il ciuffo e cercava di controllare piccole goccie di sudore alle tempie. Dovevano sembrare la coppia più assurda che avesso chiesto udienza al sovrano che, quando apparve, stava sorridendo benevolo.

I due si alzarono. Il monarca si avvicinò. Era piccolo di statura, magro e nervoso, e vicino a Dacovica sembrava un bambino. Con gesti ampi e regali, li condusse gli ospiti verso il fondo della sala. Un enorme tavolo di palissandro stazionava sulla prospettiva della finestra. I due si accomodarono su poltrone di fronte al tavolo. Il Re superò il piano e si sedette su uno scranno. Dietro di lui, il cielo. La luce brillante del caribe lo circondava con un alone magico e teatrale.

Felix stava per esordire con un prodromo ad effetto ma Heidsieck lo precedette, in francese.

“Monsieur Wim, per quale giornale scrive?”

Felix tossì leggermente nel pungno destro.

“I miei articoli sono pubblicati su diversi quotidiani e riviste di Basilea”.

“E lei, signor Dacovica?”. Improvvisamente e in italiano.

“Io, sono, per così dire un collega del signor Wim. Lavoriamo alla stessa inchiesta.”

“Un’inchiesta. A sort of research, isn’t it?”

“Yes, His Majesty.”

Si stabilizzarono sull’inglese.

“Come avrete notato, sono un sovrano dai modi piuttosto informali. Quindi ritengo inutile continuare in questo equivoco. “

La pausa fu lunga, articolata, tagliente.

Felix sentiva un laccio attorcigliarsi al collo. Alberto provava un senso di schiacciamento.

“Signori, io so.”

Fu Alberto a riprendersi per primo.

“Che cosa? ..... Vostra grazia.”

“Che gradevole titolo, signor Dacovica, ne convengo.” Congiunse le mani. “Io so tutto. So chi siete, perché siete qui e anche come ci siete arrivati.”

Deglutirono entrambi.

“Signor Wim, se lei non è stato, per così dire, dimenticato in qualche cespuglio, lo deve a qesta sintesi e molto meno alle sue conoscenze locali. “

Il Re indicò figurativamente il suo maggiordomo giamaicano. Le giunture di Felix si contrassero.

“Sono un po’ sorpreso da lei signor Dacovica, un professionista del suo peso....”

“Ma lei chi è?” proferì Alberto senza pensare.

“Io sono Didier I, Re di Pedro Cays. ”

Felix osservò lo scambio di battute. Percepì una forma di energia che emanava dalla figura paradossalmente sovrana. Capì come lui e, in qualche forma Alberto, facessero parte di un gioco sottile, apparentemente casuale, e invece pilotato con abilità dalla persona dietro la scrivania. Decise di tacere.

“Ma sono anche un collezionista, e ciò vi è noto, n'est-ce pas?, e uno studioso. Ed è proprio coniugando i miei studi e la mia passione per alcuni oggetti, che ho scoperto alcune cose interessanti.”

La luce stava cambiando alle sue spalle, diventando meno sfolgorante ma più viva.

“Sono un romantico ma anche un uomo del mio tempo, e quindi ho fatto oggetto delle mie riflessioni, argomenti apparentemente sorpassati, come l’alchimia, ma in una visione moderna e pragmatica. Vi stupirebbe sentir parlare di pietra filosofale?”

Nessuno dei due mosse un muscolo ma fu lo sguardo a tradire la loro incredulità.

Heidsieck tossì: “E sia.”

Il Re sfiorò un tasto sul telefono e alle loro spalle comparve il maggiordomo con la barba. Reggeva una cassetta di legno. La depose sul lungo tavolo e con un leggero cenno sparì.

Sul fronte del contenitore, un marchio a fuoco di una maison de Champagne.

“Come vedete quando necessito di trasporti in incognito mi pregio di usare il nome dei miei remotissimi parenti.”

Dalla scatola Piper Heidsieck sorse il metallo annerito del reliqiario. Il monarca lo depose sul tavolo e, con un colpo da sommelier, fece saltare un tappo posto alla base dell’oggetto. Dal vano interno al manico scivolò, delicato come un fantasma, un cilindro lucente, pesantemente inciso.

Apparve un plateau di velluto da gioielliere che delicatamente accolse il cilindro. Il reliquario e il suo tappo finirono frettolosamente nella scatola di legno. Il Re la fece slittare verso Alberto.

“Lo prenda Dacovica. La sua assicurazione non dovrà sborsare un euro. E poi sono sicuro che il signor Wim le avrà già consegnato la reliquia. Come vede, non mi curo dell’involucro. Arrivederci.”

Alberto si smarrì. Felix lo raccolse.

“La prego, Maestà. Vorrei che il signor Dacovica rimanesse.”

Forse per la prima volta Heidsieck si meravigliò.

“Una curiosa......deviazione.Acconsento.”

Circondò l’oggetto con una pesante meditazione. Alla fine spostò il peso della testa sulle mani unite.

“In questo oggetto non c’è Cagliostro.” Continuò.

Dacovica annuì e, ad ogni buon conto, prese in consegna la cassetta.

“Lui fu solo un tramite...Un tramite particolarmente sfortunato.”

Felix disse: “Un tramite, Maestà? Di cosa?”

“Tutto a suo tempo, monsieur.”

L’alone di luce che circondava lo scranno e la figura di Didier I di Pedro Cays virò al rosso intenso del tramonto.

“Sapete perché nessuno ha mai trovato la pietra filosofale?”

Felix impercettibilmente scosse la testa.

“Perché l’umanità era acerba.”

Il sovrano godette della sua superiorità.

“Per secoli gli alchimisti cercarono un ingrediente, un materiale, un fluido per trasformare il piombo in oro. Invece gli iniziati cercavano la perfezione di un arcano che avrebbe custodito la radice del mondo. Ma la natura della pietra filosofale era contemporaneamente più semplice e più difficile da maneggiare.”

Il sole tramontò.

“Io l’ho compresa.”


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