Capitolo VII: PEDRO CAYS
Che fosse quella la màlia? Si chiese...
Esistono due scogli al largo della costa meridionale della Giamaica. Vuoti, tranne stormi di uccelli marini. Non hanno sorgenti, approdi, abitazioni. Un tempo erano dispense d’uova di starna fuscata, afrodisiache, pare. Oggi sono deserte. Proprietà privata.
“Chi era?”
Felix non risponde. Si alza. Dacovica lo segue. Salgono al primo piano. La luce della camera di Felix si accende. L’inquadratura verticale stringe su un cassetto che si apre. Un mazzo di fogli stampati passa nelle mani di Alberto.
L’isola circolare di carne legge con attenzione i documenti. Parlano di una causa legale tra un privato cittadino francese e lo stato della Giamaica per il riconoscimento di validità di una patente del 1836. Questa sancirebbe il riconoscimento ad un altro privato cittadino fencese, antenato del primo, il titolo di Re di Pedro Cays. Il privato cittadino francese attualmente in vita si chiama Didier Heidsieck. E, fino a prova contraria, si proclama attuale Re di Pedro Cays.

“E’ il tuo uomo? “
L’abbandono del tu suonò irriverente ma Felix non disse nulla.
“Ho un appuntamento. Domani. “
Alberto aveva perso qualunque contatto con il suo caso e, a tutti gli effetti, con la realtà. Disse automaticamente:
“Ti accompagno.”
Felix annuì come se fosse stata la proposta più sensata della giornata. Silenziosamente scesero in direzione di un altro boccale di birra.
Bevvero insieme. Lasciarono che l’assurdità degli eventi permeasse l’aria che respiravano. I pensieri di Alberto erano vaghi e lievi, solo lontanamente intonati con il motivo delle sue ricerche. Aveva ristabilito il contatto e poteva assistere con relativa tranquillità allo sciogliersi di domande inimmaginate. Veleggiava sulla sicurezza che Felix, la reliquia e i suoi furti passati non sarebbero potuti sfuggire ancora, e li accarezzava senza prenderli come se non volesse sciuparli, in attesa del finale.
Felix aveva svuotato la mente. Niente menzogne, niente scorciatoie, niente uscite di servizio. Avrebbe visto la fine della storia. Pensò intensamente ad Astrid. Peccato che non fosse lì.
“Ti ha chiesto di rubare quel pezzo dal duomo di Chieti?”
Felix sorrise. Non aveva mai un rapporto diretto con il cliente finale. Non era sicuro per entrambi. “No “. Disse. “ Esistono degli intermediari. Poi ho seguito la reliquia e ho trovato lui. “
Se non fosse stato pieno fino al collo di birra Alberto non gli avrebbe creduto. Invece, galleggiando insieme nello stesso mare alcolico, permise che la complicità posizionasse ogni tessera del mosaico con la forza di una indiscussa veridicità.  Felix, ladro di profonda esperienza, aveva rinnegato tutte le sue precauzioni e aveva seguito in giro per il mondo la refurtiva da lui trafugata, alla ricerca del committente. Lineare.
“Il pezzo, come lo chiami tu, non ha prezzo. Nel senso che non ha valore materiale. Scarso valore aristico; il valore religioso è nella reliquia non nel suo contenitore. Eppure ha un fascino che non avevo mai trovato. Non ho potuto abbandonarlo. Capisci?”
Alberto non poteva capire e quindi annuì. L’altro continuò.
“Questo Heidsieck è un collezionista di oggetti strani ma questo è il più strano di tutti. Un ostensorio più importante della reliquia che conserva. Ed era quello che dovevo rubare.”
Felix gli porse un cofanetto. Sbirciò dentro e trovò un mucchietto di denti anneriti dal tempo.
“Puoi farli restituire alla curia di Chieti. Sono i denti di San Giustino.”
Alberto si mise in tasca il cimelio come se niente fosse. “E il reliquiario?”, aggiunse. Felix  gli mise di fronte una fotografia.
“Vedi quel simbolo sull’urna centrale?”
Alberto fece lente con un paio di occhiali. Vide un serpente inalberato trafitto da una freccia. La sua espressione era di buio assoluto.
“E’ un simbolo alchemico. E’ il sigillo di Cagliostro.”
La parte sobria del suo cervello scoppiò a ridere. Avrebbe voluto dire che Cagliostro non era che un magnifico praticone smascherato dalla storia, che la sua boria alchemica non era che una invenzione, che la Chiesa di Roma l’aveva condannato ad perpetuam nella rocca di San Leo più per la sua follia che per la sua eresia. Ma la parte ubiaca del suo cervello gli rispose che poi, la Chiesa, stranamente, custodiva una sua opera in una delle sue basiliche, e che se quella era una sommatoria di panzane allora perchè un eccentico e sedicente Re ne avrebbe ordinato il furto. Di questa animata discussione, nessuna parte del suo cervello riuscì a  ricavarne parole. Ma l’espressione doveva essere loquace. Felix lo guardò intensamente e disse solo:
“Appunto.”
La notte fu lenta e insonne. Per entrambi.
Il cervello di Alberto, appena il corpo aveva assunto la posizione orizzontale, aveva ripreso a funzionare e lo faceva sbuffare come una caldaia in pressione.  Aveva recuperato senza sforzo la reliquia. La scatola con i frammenti del santo lo osservava dal bordo del comodino. Quella presenza soprannaturale lo metteva a disagio e la spostò sul fondo della sua valigia. Quell’altro misterioso pezzo d’argento sgraziato visto in foto non gli provocava nessuna malia ma non sapeva come comportarsi con Felix. Era sempre il suo bersaglio, era pur sempre un ladro. E poi c’era il Re. Quello col nome da champagne. C’era l’odore di Cagliostro, di magia, di mistero. Che fosse quella la màlia, si chiese. Chiuse gli occhi ma non si addormentò.
Felix visto dall’alto copriva a malapena un bordo del letto. Rattrappito e minuscolo. Ma gli occhi erano distesi, e il suo corpo aspettava, come la sua mente sgombra ma attenta, l’arivo dell’alba. Aspettava come si attende la fine di un lungo viaggio, con misurata nostalgia.

Dietro alle vetrate della villa, Didier Heidesieck, sorseggiava un cognac. Aspettava anche lui. La notte indugiava negli ultimi istanti prima dell’alba. Un lungo percorso finiva quel giorno. Un’altro sarebbe partito. E lui ne teneva i capi, pronto ad annodarli. Tutto si stava per compiere, come lui aveva previsto, perché quello era il suo volere. Il volere del Re.   

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