Capitolo VI: ZUPPA DI PESCE E BANANE
aprì gli occhi. La punizione era finita...
Quaranta anni prima, nella profonda provincia emiliana le stranezze di un bimbo grasso non potevano essere capite. Il bimbo grasso divenne un adolescente grasso riservato e sensibile, molto di entrambi. Dopo qualche anno era diventato quasi brillante, aveva raggiunto i centoquarantatre chili e un piccolo gruppo di compari lo aveva accettato per quello che era. Studente modello e capitano di bagordi, aveva ottenuto una laurea in psicologia all’università di Bologna. Nessuna storia d’amore. Considerava normalmente le ragazze troppo noiose. Le ragazze normalmente lo consideravano orrendo. Aveva, saltuariamente, visitato il letto di qualche prostituta, ma continuava a ingnorare la compagnia femminile. Qualche mese dopo la laurea una grossa, manco a dirlo, compagnia di assicurazioni lo aveva assunto e dopo un paio d’anno era entrato nell’ufficio verifiche furti e sinistri. Il suo lavoro consisteva nell’accertare se in certi casi sospetti l’assicurazione fosse truffata. In cinque anni era diventato il capo dell’ufficio. A trentaquattro anni aveva raggiunto l’apice della carriera e dovette scegliere se accomodarsi in una posizione manageriale. Si licenziò e aprì una agenzia di investigazioni. A quarant’anni aveva per clienti le più grandi assicurazioni del globo. Non si era montato la testa ma chiedeva onorari spaventosi e si poteva permettere di scegliere i casi più interessanti. Quel lavoro lo divertiva.
Non in quel letto. Non su quel tropico.
Non dopo aver perso il bersaglio per una zuppa di pesce e banane.
Aprì gli occhi.  La punizione era finita.

In quel momento possedeva soltanto la sua solitudine e due piedi mostruosamente enfiati.  Alberto se accorse soltanto quando tentò di infilarsi una scarpa. Non entrava. Egli, senza apparente preoccupazione entrò in bagno e cercò un posto per mettere le estremità a bagno. Dopo tentativi andati male, prese l’unica sedia che l’amministrazione dell’albergo aveva previsto per le stanze singole, la posizionò di fronte alla doccia, sollevò i piedi appoggiandoli al portasapone e aprì l’acqua fredda. Il flusso non era gelato ma fresco. Dopo pochi momenti il peso delle gambe staccò dal muro il portasapone. Alberto sconsolato chiamò la portineria. Chiese una bacinella e molto ghiaccio. Aggiunse la richiesta di un tumbler di whisky scozzese. Arrivò la bacinella, poco ghiaccio e un burbon virginiano. Firmò la nota e ingoiò l’alcolico senza fiatare. Porse al cameriere attonito il blocco e il bicchiere vuoto, senza mancia. Chiuse la porta e ricominciò a preparare il pediluvio. L’interno del bagno, visto dall’alto, era quasi completamente saturo del corpo dell’uomo seduto, con i piedi infilati in una vasca di plastica verde in cui volteggiavano pochi piccoli iceberg in fusione.
La terapia di raffreddamento non sembrava avere molto effetto sui piedi ma almeno Alberto ricominciò ad usare il pensiero razionale. La situazione era grave ma forse non compromessa. Quello che non riusciva ad inquadrare era il perché un anonimo ladro specializzato in furti di opere religiose, avesse deciso di attraversare dieci meridiani, pochi giorni dopo la sparizione da una chiesa in centro Italia di una reliquia. Erano due anni che alcune sue indagini lo aveveno portato verso Felix, che però si era sempre dimostrato scaltro e prudente. L’ultimo furto sembrava avesse la sua firma. Eppure, in barba ad ogni ragionevolezza, Felix aveva organizzato rapidamente quella che sembrava una fuga. Non che l’oggetto giustificasse un espatrio, un reliquario di medio valore con annessa dentiera del santo, o che la Curia di Chieti si fosse mostrata troppo preoccupata, ma quel passo falso aveva immediatamente messo in moto le pance di Alberto, che sperava di risolvere altri e più sostanziosi casi.
Perché la Giamaica? Perché proprio questo pezzo di metallo inciso? Perché una reliquia incerta?
L’alternativa era che Alberto si fosse sbagliato e Felix non avesse visitato il duomo di Chieti e la gita tropicale non aveva nulla a che fare con le sue attività. Pensò con distacco che gli uomini fanno le cose più strane spesso per colpa di una donna. Felix non sembrava un romantico. Alberto si spazientì. Non poteva sopportare di perdersi in un labirinto di vicoli ciechi. Non riusciva ad anticipare gli eventi, li subiva, come un qualunque investigatore da strapazzo. Si stava comportando come cercasse prove per un tradimento, soltanto che pesava centoquaranta chili e vestiva un camiciotto color fragola. Il mimetismo non era la sua arma vincente.
Adulterio-  Forse l’idea non era da scartare.
Forse il vecchio Felix aveva birbonato con la moglie con un committente, e, furto o no, aveva dovuto levare le tende.  Questo apriva interessanti possibilità di assistere a dei passi falsi dell’ineffabile elvetico. Se solo fosse riuscito a riagganciarlo! Le donne...Pensò Alberto ghignando con sollievo. Cominciò metodicamente a far mente locale ai vari casi irrisolti che potevano riferirsi a Felix. Nel bagno ostruito dalla sua massa fece scattare l’orologio per la prossima mossa del suo avversario, come un giocatore di scacchi in partita.

Felix, appoggiato alla carrozzeria della macchina, guarda il danno. Il fanale penzola sguaiato, il parafango è cesellato di pieghe. Dalla Land Rover scendono due mandingo pelati. Felix arretra. I due armadi d’ebano avanzano. Il primo osserva i danni sulla Suzuki. Un attimo dopo l’intero parafango è nelle sue mani. Lo getta tra le foglie. La piccola macchina mostra una vergognosa nudità. L’altro solleva di peso l’avantreno del fuoristrada giapponese e lo sposta lontano dalla Land Rover. Felix è in mezzo, impotente, come la vetturetta sbucciata e strabica. Alza le mani. I due sollevano lui. Cominciano a tirare da versi opposti. Felix sente le giunture allentarsi, la carne tenerlo insieme, la pelle tendersi quasi a strapparsi.
Pensa, è finita. Non prega, non ricorda, non chiede.
Pensa solo, è finita.

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